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Il Castello e Il Santuario

Secondo la leggenda la sua fondazione sarebbe opera di Carlo Magno, in onore del paladino Orlando. Lo troviamo citato come castrum nel 1296; nel 1299 (anno della battaglia nelle acque del mare antistante tra i fratelli Aragona per la contesa del trono di Sicilia); agli inizi del XIV sec.; nel 1349; nel 1356; nel 1359.

Nel 1373 vi  cercò rifugio Bartolomeo d’Aragona dopo avere tradito il re Martino, ma fu assediato da Bernardo Cabrera conte di Modica che distrusse il castello, rimanendo solo una torre.

Nel 1406, per regia concessione passò, insieme alla terra, a Bernardo Ventimiglia e Centelles; nel 1460 la castellania viene concessa a  Pietro Cardona.

Nel ‘500 la torre svolge la funzione di avvistamento e di allarme contro i corsari che solcavano spesso il nostro mare.

Lo Spannocchi parla di torre “di buona fabbrica et grande”

Da Smith sappiamo che era armata,  munita di quattro cannoni, due recuperati da una nave turca naufragata.

Nel 1584, il Camilliani, nella sua ricognizione delle coste della Sicilia,  cita il castello come “ torre molto antica” che “ havrebbe di bisogno di  racconciamenti”.

Nel 1598 ai guardiani viene lasciata da S. Cono la statuetta della Madonna.

Nel 1613 subisce gravi danni a seguito di un violento terremoto. Due anni dopo, i fabbri murarii, Innocenzo e Francesco Imperatrice,  realizzano nel castello 580 canne di muro murato su commissione di Pietro Maria Cibo. Negli anni seguenti per suo ordine, poi della moglie e successivamente della figlia furono eseguiti importanti lavori all’interno della torre: un appartamento con otto camere e un salone “cantini a bascio, stalli, carceri, damusi e damuselli”, oltre ad una cisterna.

Sappiamo da una stampa di Willem Schellinks del 1664 che sulla sommità del monte vi erano varie costruzioni.

Vito Amico riporta che nel 1750 era castello, chiesa, osteria, approdo. Della contea, terra e castello, nel 1790 risulta investito Giovanni Antonio Sandoval, a cui successe nel 1811 Bernardo Joppolo Ventimiglia Fardella

All’inizio del XIX secolo, come riportato da F. Stella, 1977,  terremoti e frane interessano il monte; periodo in cui viene ceduto alla diocesi di Patti dai frati Cappuccini.

Nel 1981-84  vengono consolidate le fondazioni e nel ’94 si restaurano i resti del castello.

BIBLIOGRAFIA

IL LIBRO DELLE TORRI di S.Mazzarella e R.Zanca, edizione Sellerio

CASTELLI MEDIEVALI DI SICILIA, edizione Regione Siciliana Assessorato BBCC

RISCOPRIRE di A.Muscarà

NASO ILLUSTRATA di Carlo Incudine

Capo d’Orlando di A.Librizzi, C. Ingrillì, C.Collovà

Il Dono – Raccolta di documenti, edizione Archeoclub d’Italia

IL SANTUARIO

Il 22 ottobre dell’anno 1598, giovedì, sul castello del Capo, del conte Joppolo, i fratelli Raffa, liparoti, guardiani, credettero di sentire dei rumori nello spiazzale antistante; affacciatisi, con grande sorpresa videro un pellegrino che senza parlare, prese una bùccina, utilizzata per dare l’allarme agli abitanti del borgo durante le numerose incursioni dei pirati.

Cominciò a suonarla a più non posso, i Raffa, adirati, lo rimproverarono; ma egli imperturbabile seguitò; lasciatili poi in imbarazzo, fuggì via , lasciando per terra un sacchetto, che venne aperto da Antonio Raffa.

Con grande stupore, in una piccola cassetta vi trovarono,  un minuscolo simulacro raffigurante la Madonna ed alta appena un palmo, di materia ignota, dalle sembianze simili alla Madonna miracolosa di Trapani e di straordinaria bellezza. Fra le braccia teneva il bambino Gesù, che amorosamente la contemplava in viso.

La cassetta era chiusa da due sportellini, ornati entrambi nell’interno: uno decorato con l’immagine dell’arcangelo S. Michele, e l’altro con quella di S. Francesco di Paola.

I guardiani, ripresisi dallo stupore, credettero di riconoscere nel pellegrino San Cono Navacita, da loro più volte ammirato e venerato.

Saputo lo straordinario fatto il prefetto di Capo d’Orlando, Antonino Piccolo, si recò a far visita alla Madonna, commosso e animato da grande  fede supplicò Maria S.S. di salvargli i figli affetti da vaiolo, i quali furono guariti.

Questo fu il primo miracolo della Madre ai suoi amati figli di Capo d’Orlando.

La statuina fu portata a Naso; in seguito si verificarono violenti e non dannosi terremoti che avvertirono che doveva essere ritornato a Capo d’Orlando, per proteggere gli Orlandini dalla ferocia dei pirati.  Il  vescovo dell’epoca, Francesco Velardi della Conca, dopo aver studiato attentamente il processo giuridico, ordinò al conte Girolamo Joppolo di erigere una chiesa sulla sommità della collina, nel luo­go stesso designato da S. Cono in una sua apparizione successiva.

In meno di un anno essa fu finita e decorata di fregi dorati, e il 22 ottobre 1600 potè accogliere la Madonna.

Alcuni autori del tempo  narrano la lunga e solenne processione, composta da oltre 20.000 persone accorse da ogni parte della Sicilia e dalla Calabria, che da Naso portò la Madonna al suo Santuario. Il clero con l’arciprete di Naso Giovanni Vallerano, gli ordini regolari, le confraternite del paese, ben 300 soldati della milizia urbana in grande uniforme,  mossero dalla parrocchia di S. Pietro. Lungo tutto il tragitto fu un susseguirsi continuo di archi di foglie ingemmate di lumi, di graziosi altarini, di spari di archibugi, di moschetti, di mortaretti e perfino di un cannone che dal forte del Capo taceva da tenore a tutti gli altri spari.

Arrivati al Santuario la Madonna fu collocata in una nicchia di pietra decorata da fregi d’oro e chiusa con un’inferriata.

Le autorità allora fecero offerte di doni: il conte di San Marco offrì una lampada d’argento con scolpite le sue armi; lo Joppolo altre due lampade con scolpito lo stemma del suo casato;  Carlo Giudice da Tortorici un calice d’argento.

Si istituì da quel giorno 22 ottobre 1600 una solennissima festa con mercato e fiera.

La Madonna mostrò ben presto la sua materna predilezione per gli Orlandini e per i suoi devoti.

Fino a non molto tempo fa pendevano dall’arco della porta del Santuario delle catene a ricordo  della prodigiosa liberazione dai Turchi del conte di Galati, Placido Cottone, avvenuta nel 1628 nell’arcipelago greco.

I lampadari iridati di gemme, che per circa 3 secoli hanno brillato nel Santuario e che furono donati nel 1936 alla Patria, ci ricordano la riconoscenza del duca d’Ossuna e viceré di Sicilia Pietro Giron, scampato miracolosamente a morte sicura per essere caduto nella cisterna dell’atrio del Santuario. Gli ex-voto con le numerose barche salvate dalle furiose onde del mare in tempesta, ricordano altri prodigiosi miracoli della Madonna.

Nel Santuario si conservano due dipinti di Gaspare Camarda della scuola di Antonello da Messina: il «Crocifisso fra due monaci oranti» del 1627 si ammira dietro l’altare maggiore, mentre l’«Adorazione dei pastori» del 1626, si trova in una delle cappelle laterali.

La notte dell’11dicembre 1925, dallo storico Santuario, elevato ora a monumento nazionale, veniva rapito il prezioso simulacro di Maria SS..

Senza alcun risultato risultarono le ricerche compiute dagli Orlandini.

Nell’’anno 1926 si fece eseguire una copia in argento del piccolo simulacro, che rimane tutt’ora esposto nel Santuario.

BIBLIOGRAFIA

NASO ILLUSTRATA di Carlo Incudine

Capo d’Orlando di A.Librizzi, C. Ingrillì, C.Collo

Il Dono – Raccolta di cocumenti, edizione Archeoclub d’Italia

 

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Torre Quadaranini

Come testimoniano fonti scritte ad est del Castello di Capo d’Orlando fino al 1630 sorgeva una torre di difesa (probabilmente la Torre Magna simile ad un piccolo forte,  torre andata perduta, forse per crollo).

Andando ancora verso Est, ne fu edificata una seconda, padronale, sulla sommità del colle di Bagnoli che prese il nome di Torre dei Quadararini.

Da Carlo Incudine –Naso illustrata, pag. 262, Napoli 1882-  sappiamo che …”la Torre Quadaranini, rifatta per difendere il fondaco vicino da Antonino Collivà, cui dopo appartenne…”.

La Torre Quadaranini, di proprietà privata della famiglia Damiano, è adibita ad abitazione, vi è annessa la Chiesa di S. Maria del Parto, edificata nel 1725 durante il periodo del giuseppismo[1], come testimoniato dalla data impressa sulla campana, della quale conservano 2 messali,. Nello stesso anno si procedette all’ampliamento della Torre e alla costruzione della terrazziona e delle scale esterne che portano al primo piano, fino al allora unico ingresso del luogo di difesa e ancora recante sul portale l’iscrizione BSG.

L’ingresso a  piano terra è stato aperto successivamente e a testimonianza sul portale reca incisa la data del 1760; sullo stesso portale era scolpito uno stemma nobiliare rimosso nel corso del tempo.

Sullo stesso piano sorge un pozzo ricavato nel 1930.

All’ingresso della scalinata che porta alla torre vi sono poste in posizione verticale due colonne doriche del V – IV sec.  a.C. rinvenute nei presi della villa romana di Bagnoli intorno al 1925 durante dei lavori di sistemazione del terreno e trasferite presso la Torre nel 1970.

Nel XIX il fondo su cui sorge la torre apparteneva al barone Turrisi, alla sua morte passato alla moglie e successivamente ai De Gregorio marchesi di Poggio Gregorio di Messina, dai quali nel 1924 è passato alla famiglia Damiano, attuale proprietaria, che ha provveduto a ristrutturare l’edificio e a renderlo abitabile, aprendo anche un ingresso a piano terra sul lato Ovest.

Essa è posta tra due località, punta delle Ciappazze e il monte della Madonna, luoghi di torri di avvistamento[2]

Da G.Librizzi e R.Vinci in Ciaramite di Capo d’Orlando – ediz, Archeoclub d’Italia, 1994 –  sappiamo che fu edificata sotto i Bizantini, ricostruita nel XVI sec., ristrutturata nel XX sec. La cita anche Antonella Muscarà nel volumetto Riscoprire, 1991

Da Carlo Incudine – Naso illustrata, pag. 262, 1882 – sappiamo che  la Chiesa  della Madonna del Porto di S. Gregorio, definito dal Lanza  “di gotica architettura” venne fatto costruire da Dottore Francesco Lo Cicero,  Barone di S. Gregorio.

Il tempietto diede il nome all’agglomerato di abitazioni sorte vicino il mare, che intorno al 1882 contava 78 abitanti e vedeva aumentare la sua popolazione con l’arrivo della stagione estiva per il sopraggiungere di villeggianti per farvi il bagno, attratti dalla sua bella riviera.

Esso venne distrutto da incursioni di corsari di Biserta[3]. In quelli anni, al  tempo della guerra tra Spagnoli e Francesi,  tra Carlo V e Francesco I, quest’ultimo chiamò in aiuto Ariademo Barbarossa a capo di una potente orda di  turchi, il quale attaccò Lipari  l’1 giugno 1545, la vinse e trasse prigionieri 10.000 cristiani.

Dopo Patti i turchi sbarcarono sul nostro litorale e attaccarono Naso, ma miracolosamente i nasitani riuscirono a respingere il loro attacco uscendone vittoriosi.

Di fronte all’amena località, nella seconda metà del  XIX secolo erano ancora in piedi i depositi della tonnara  sorta sotto il Conte Diego Joppolo all’inizio dello stesso secolo.

Verso Bagnoli, sulla collinetta posta di fronte alla Torre, sorgeva la Chiesa di S.Andrea, officiata dai basiliani, edificata dai marinai nel XVI.

Fonti e bibliografia

Fratelli Antonino e Bruno Damiano

C.Incudine, Naso illustrata, Napoli 1882

R.Vinci- G. Librizzi, Ciaramite di Capo d’Orlando, ediz. Archeoclub d’Italia, 1994

Carmelo Caccetta

[1] In questo periodo era permesso ai nobili di costruirsi una cappella gentilizia regnando Giuseppe secondo imperatore d’Austria..

[2] ..siegue il lito scoperto, detto Cala di Moraito, per tre quarti di miglio, dove si vede un ridotto detto di Santa Carrà, gionto al quale vi è una cala detta Gàlia, che tutte due sono di tanta grandezza e capacità, che securamente ci possono stare 30 galee. Et nella cala della Gàlia ci è uno scoglio che vi si può ascondere un bregantino senza essere scoperto da nessuna parte. Alla fine della detta cala ci è la punta detta le Ciappazze, che è di ripe altissime, et fa una lingua di scoglio, ch’entra tanto in mare, che fa argine allo spatio, ch’è tra la Gàlia e la detta punta, che per tal causa ci si possono ritirare una ventina di galeotte; et per ovviar a tal periculo s’è designato farsi una torre alla detta punta delle Ciappazze. E tre quarti di miglio discosto si trova la punta delli Bagnoli, alla quale sono tre ridotti del medesimo nome, abracciati di rocche alte e scosciese, ch’in ognuno potrebbono stare quattro galeotte. E di quivi siegue la spiaggia degli Bagnoli, tutta scoperta per due terzi di miglio, dove si giunge alla punta di Sant’Andrea, ch’è di rocche non molto alte dal lito. E di quivi siegue una piegatura di lito detto Scaro di San Gregorio, che dura un quarto di miglio, alla fine del quale si vedono alcuni scogli, che formano due ridotti detti il Boimarino, scogliose et ripiene di balze per ispatio d’un miglio e mezo, dove si vede un promontorio, che si estende molto in mare, detto Capo d’Orlando, qual è un monte altissimo, tutto di ripe scosciese; et all’intorno del lito è ripieno di scogli, et nella maggior superficie è fabricata una torre, dove si fa la guardia. Al lato di questo promontorio, dalla parte che riguarda ponente,poco lontano dal lito, si vedono alcune poche reliquie dell’antica città d’Agatirso, quale fu edificata d’Agatirso, figlio d’Eolo, dandole il suo nome, come narra Diodoro nel sesto libro. Era in piede questa città, secondo che dice Livio, a tempo che Marcello e Levinio soggiogarono la Sicilia all’Imperio Romano; et fra l’altre reliquie si vede un acquedotto do mattoni, qual ancora hoggi a mio tempo è in piede.

(Testo tratto da: Camillo Camiliani 1550?-1602?, Descrittione dell’isola di Sicilia, Libro I°: Descrittione delle Marine del Regno di Sicilia)

[3] Dagli Annali risulta che su Capo d’Orlando, tra il 1570 ed il 1606,  si  registrano quelle del 1589 e del 3 settembre 1594.

Villa Piccolo


Sorge in c.da Vina di Capo d’Orlando, al Km 109 della S.S. 113 Me-Pa, su una collinetta che domina una vasta pianura di agrumeti. Si tratta di una costruzione signorile di fine ‘800 inizio ‘900,  con  parco-tenuta annesso, ricostruita su ruderi cinquecenteschi.

Tra i viali del parco e le numerose e rare piante sorge il cimitero dei cani, uno dei rarissimi esistenti al mondo.

Nella villa museo sono custoditi preziosi arredi ed oggetti datati a partire dal 900 (periodo ispano arabo), tra cui  porcellane cinesi, fioriere inglesi, mobili, cammei, coralli,  ecc. e numerosi e rari libri.

Sin dagli anni ’30 vi si stabilirono i discendenti della nobile famiglia Piccolo di Calanovella: Lucio, il cavaliere-poeta nato a Palermo il 27 ottobre 1901; Casimiro, il barone-fotografo-pittore-esoterico; Agata Giovanna, appassionata e studiosa di botanica.

La  loro madre,  la baronessa Teresa,  si era trasferita a Capo d’Orlando dopo essere stata abbandonata dal marito Giuseppe che aveva seguito a S.Remo  una ballerina.

Morì  nel 1953 quando i figli avevano rispettivamente 60, 57 e 52 anni.

Donna Giarritta, Agata Giovanna, di rare virtù domestiche, che da giovane era stata protagonista di una sfortunata storia amorosa col principe di S.Marco, morto in guerra, continuò a curare l’amministrazione della casa e dell’azienda.

Don Procopio, Casimiro, metodico e brontolone, trascorreva i suoi pomeriggi leggendo libri di scienze occulte e la notte rimaneva  nel suo laboratorio evocando spiriti canini, sviluppando le sue foto o dipingendo con gli acquerelli personaggi dell’aldilà (gnomi, orchi, , ecc.).

Lucio, u cuccu ( gufo), per il carattere taciturno, componeva musica quando si sentiva ispirato, ma la sua passione era la poesia, per la quale Eugenio Montale lo presentò al Premio S.Pellegrino nel 1954,  al quale aveva inviato 9 liriche. A S. Pellegrino vi si recò in compagnia del cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’autore del Gattopardo, romanzo scritto in parte a Capo d’Orlando.

Il primo a morire è stato Lucio, il 26 maggio 1969, dopo avere avuto un figlio in età avanzata da una contadina di Castell’Umberto residente a S.Gregorio di Capo d’Orlando, Maria Paternità, dalla quale il 24 giugno del 1960  nacque Giuseppe, l’erede.

Casimiro ed Agata Giovanna prima di morire provvidero alla istituzione della Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella con lo scopo di promozione culturale e scientifica, alla quale destinarono tutti i loro averi.

Aveva termine l’originale e travagliata storia di questa nobile famiglia, vissuta in un piccolo mondo a sé.

Il Castello Bastione

IL CASTELLO BASTIONE

La pianta dell’edificio è pressochè quadrata e i lati misurano circa ml. 16,50.


Riferimenti storici :

Alla luce dei documenti storici finora disponibili, non è possibile sapere esattamente la data di costruzione della “Torre del Trappeto”, ma si presume, verosimilmente, che la fabbrica possa datarsi intorno al XIV sec., allorquando si diffuse nella pianura circostante (come in gran parte della Sicilia) la coltivazione delle “cannamele”. La sua esistenza è testimoniata per la prima volta, in un rapporto storico sulle “Marine di tutte il Regno di Sicilia” fatto redigere dall’Imperatore Filippo II nella seconda metà del ‘500.

In esso si conferma che nella fascia costiera attraversata dalla fiumara Zappulla, vi erano due manufatti fortificati a guardia di altrettanti trappetti di “cannamele”: uno in località Pietra di Roma (nell’attuale Comune di Torrenova), e l’altro a Malvicino denominato Torre del Trappeto”.

Non vi è dubbio quindi, che il suo scopo era principalmente la difesa delle piantagioni dalle incursioni piratesche, molto frequenti sulla costa antistante ( si veda Salvatore Sidoti Migliore, “Storia urbanistica di un territorio- formazione di Naso e costituzione di Capo d’Orlando; ed. Pungitopo, pagg. 16-17 ). Si sa anche che nel 1570 il Trappeto di Malvicino era in piena attività, ed aveva dei rapporti economici-commerciali col Banco Gentile di Palermo. Un avvenimento storico, a conferma del carattere difensivo della costruzione, è narrato nel libro di Carlo Incudine “Naso Illustrata” (Napoli, 1882- ristampa 1975, Giuffrè editore, Milano), a proposito di una nave di corsari che, sulla fine del XV sec., sarebbe stata affondata “con un colpo di cannone tirato da lassù” (il fatto è anche riportato in un altro opuscoletto di poesie del Cav. Saverio D’Amico che dedica un’ode a questo avvenimento intitolata:

“Capo d’Orlando aggredito dai pirati algerini (sec.XV)”.

Lungo il corso dei secoli il Castello fu sempre in mano dei Baroni e Conti che dominarono Naso fino al 1788. (Del Comune di Naso faceva parte il territorio di Capo d’Orlando fino al 1925).

Accanto ad esso vi era il trappeto e diverse case per l’alloggio dei contadini.

Dal Rivelo del 1811, si apprende che il Castello era in possesso dell’Ill.Conte D.Bennardo Ioppulo e Fardella sotto la cureria dello Ill.Cav.Don Domenico Papè Bologna dei Papè di Valdina…” e, fra altre cose, aveva di sua pertinenza “..due trappeti,..case di arbitrio per il nutricato della seta…ed altre venti case terrane esistenti nel feudo di Malvicino…”(più altre dieci case a Capo d’Orlando).

Nel 1815, il castello con tutte le pertinenze, figura invece nelle mani di “..donna Caterina Branciforti, vedova di Leonforti, ed oggi Principessa di Butera..” (dal Rivelo dello stesso anno; si veda: Salvatore Sidoti, op. cit. ).

Intorno alla metà del secolo scorso viene acquistato da una ricca proprietaria inglese, una certa Maria Eugenia Johnson (C. Incudine, op. cit.), sposa del suddetto Cav. Saverio D’Amico, dai cui discendenti, recentemente, il Comune lo ha acquistato……………….

Salvatore Sidoti Migliore architetto – Progettista restauro castello (da archivio Archeoclub d’Italia – Capo d’Orlando

Da Naso  illustrata di Carlo Incudine. Pag.249-50-51

“…Malvicino. Qui, pria di scendere al piano, che va a morire col mare, sovra al rispianato di amena collina, sorge il Castello di quel nome. – E’ un edificio quadrilatero, non molto an­tico a quanto pare; dalle mura scarpate ed alte, in­coronate di merli; fra i vani dei quali eran situati i cannoni  1): ai fianchi torrioncelli sporgenti con delle fmestre strette ed aguzze da spiare all’intorno, e in capo un aerea terrazza, da cui s’ha la più bella e am­maliante veduta di quelle contrade. Imperocchè, da lassù, l’occhio spazia a occidente per la verde pianura, su cui fuman le case del piccolo Malvicino, pel feudo Masseria, e giù giu in sino al mare dall’onda or in-quieta, or serena. Ad oriente un vastissimo piano s’apre ed allarga via via in mezzo a monti, a colline, a precipiziA, a liete campagne, insino a Morco, il gran feudo, che nereggia inselvato, disegnandosi maestosa­mente nel vano illfmito; e a destra e a mancina su per l’ampiezza ineguale e avvallantesi qui e colà della pianura, s’intrecciano, si abbracciano, si addensano le ulive, grande ricchezza, clie correndo al Sud per lungo tratto, vanno a morire col Fitalia, spumante in un abisso. – Entrando al castello per due scale di pietra, si fa subito innanzi un cortiletto, e sotto ai piè un sotterraneo calante a picco in un antro, su cui rizza-vasi probabilmente il ponte levatoio, che ogni notte quando i Conti vi albergavano dovea sospingersi sulle catene dei bolzoni, a maggior sicurezza del luogo ermo, solitario e silvestre. Più in là son gli avanzi di un pozzo profondo, che forniva al castello acque limpide e pure, e a destra e nel centro e a sinistra tre piccole camere, un’altra diruta e rovinosa, e un muro costruito a semplici mattoni, ch’è una mera­viglia a vedere. Fuori del Castello s’ergon le fabbriche di una nobilissima cavallerizza; un baluardo merlato, sospeso a un mitissimo torrente, e case coloniche assai, in parte sane, in parte cadute o guaste e scon­ciate dagli anni. Memorie cupe, tristi avanzi di servitù, di prepotente grandezza, di opulenza e di fasto, adoperati ad opprimere e incrudelire, a beneficare talvolta; e di cui ora il tempo, di tutti e su tutti si­gnore, ha trionfato inesorabilmente…”

1) L’ultimo di questi cannoni fu levato e condotto in Messina al 1848. In una visita da noi fatta nel 1848 a questo castello, vi tro­vammo un pezzo di quegli antichi cannoni del peso di i6 a i8 chi­logrammi. La riviera sottostante ricevè grandi benefici da cotesto forte, guardato da so ufficiali feudali, ai di della pirateria. Si narra difatti che una nave, carica di Corsari, venisse mandata a picco nel ­lontano e prospiciente mare, con un colpo di cannone tirato da lassù.

Oggi è stato ridotto internamente a privata abitazione dalla inglese proprietaria M.E. Johnson.

Nella sottostante pianura nel XII secolo, è stato edificato un Monastero officiato dai monaci Brasiliani, che lo abbandonarono intorno al 1240, chiamato dagli storici MONASTERI SANTA MARIA GREGORUM DE PERTINENSIS NASI, successivamente chiamato S. MARIA DE LACU,  per la vicinanza di un piccolo lago

Secondo Rocco Pirri era detto così perché nei periodi di siccità le processioni erano dirette all’Abazia e alla chiesa di Sant’Elia.

I ruderi di S. MARIA GREGORUM furono ristrutturati e dentro vi fu rivacato un tappeto. Nel XV secolo sullo stesso luogo sorgeva già la chiesa di S.Giuseppe

Nell’Archivio Vaticano, nelle Collettorie, t.161, ff.112 v. ne indica l’esistenza già sotto i Normanni. Nello stesso documento si affermerebbe che sulla soprastante sommità della collina tra il 1300 ed il 1600 fu edificato, o ridiedificato,  su dei precedenti ruderi il castello Bastione o Torre del Trappeto.

Carmelo Caccetta