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Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, V, 7-8, Sul regno di Eolo e la fondazione di Agatirno

Sul regno di Eolo e la fondazione di Agatirno

di Diodoro Siculo

da Biblioteca Storica, V, 7-8

 

7. (…). Dicono che le isole Eolie nell’antichità fossero deserte, ma che un certo Liparo, che era figlio di re Auson, venuto in discordia con i fratelli, disponendo di lunghe navi e soldati, sarebbe fuggito dall’Italia verso l’isola che da lui prese il nome di Lipara e che in essa avrebbe fondato la città dello stesso nome e messo a coltura le altre isole.

Quando egli era ormai vecchio sarebbe giunto a Lipara, insieme ad altri compagni, Eolo, figlio di Ippote, e avrebbe sposato la figlia di Liparo, Ciane. E avendo fatto sì che i suoi compagni vivessero in pace con quelli del luogo, regnò sull’isola. A Liparo, desideroso di ritornare in Italia, procacciò la regione intorno a Sorrento, dove egli regnò con il più grande consenso fino alla morte e dove fu sepolto, ricevendo grandi onori e culto eroico dagli abitanti del luogo.

Eolo è quello presso il quale si racconta sia giunto Odisseo nelle sue peregrinazioni. Dicono che egli fosse pio, giusto e ospitale verso i forestieri; che avrebbe insegnato l’uso della vela ai naviganti e che dall’oservazione dei presagi del fuoco avrebbe predetto i venti ai locali e perciò la leggenda lo avrebbe indicato come dispensatore dei venti; per l’eccellenza della sua pietas, infine, sarebbe stato chiamato amico degli dei immortali.

8. I figli di Eolo sono in numero di sei. Astioco, Xutho, Androcle, e poi Feremone, Giocasto e Agatirno, e tutti, per la fama del padre e per le loro virtù, raggiunsero una alta considerazione. Di essi Giocasto, rivoltosi verso l’Italia, regnò sulla zona costiera fino a Reggio, Feremone e Androcle dominarono la Sicilia dallo Stretto fino alla regione di Lilibeo. Di questa i territori rivolti verso oriente abitavano i Siculi, quelli verso occidente i Sicani.

Questi due popoli erano molto in contrasto fra di loro, ma volentieri obbedirono ai figli di Eolo per la fama di virtù del padre e per la loro moderazione. Xutho regnò sul territorio intorno a Leoninoi, che da lui fino ad oggi viene chiamato Xuthia. Agatirno regnò sulla regione anche ora chiamata Agatirnide e fondò la città da lui chiamata Agatirno. Astioco ebbe la signoria di Lipara.

Essi tutti, imitando la virtù e la giustizia del padre, ebbero grande fama. Dopo molte generazioni di discendenti succedutisi nei regni, alla fine i sovrani della discendenza di Eolo si estinsero in Sicilia.

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Maja F. A., La Sicilia passeggiata, La Descrizione dell’isola in un inedito del Seicento, a cura di Salvo Di Matteo, Edizioni Giada, pag. 223

LA SICILIA PASSEGGIATA

La descrizione dell’isola in un inedito del Seicento

di Francesco Ambrogio Maja

a cura di Salvo Di Matteo

Edizioni Giada

 

Capitolo XIII

DIVISIONE DELL’ISOLA IN TRE VALLI

Pag. 223

 

…il dirsi Valdemone della città Demona posta nel concavo della Luna è cosa da ridere; quelli che nominano batie o luoghi non vogliono dire città Demona, ma il Vallo ove sono situate: che havesser detto Val Nemorum, per essere pieno di boschi, non saria cosa strana, o Val Demonum, non solo per gli demonij spiriti mali, ivi in assai quantità sino a Capo d’Orlando, ove la Madonna che portò quel peregrino gli fugò, non è cosa stravagante, o pure per essere tal Valle abitata da uomini indiavolati, che sempre si hanno fatto fatto sentire con tanti contratempi et atti fieri per tanti secoli come dicono le storie, non è cosa lontana dal vero, avendosi sempre esperimentata la gente di tale valle rustica, indomita, fiera, intrattabile, pretendente, anche la più civile, e pur le donne, è cosa appo tutti indubitata (2). E questo basterà per la divisione delle tre Valli; chè ogni cosa ha le sue proprietà, come dissi.

 

 

(2) Le opinioni prevalenti nel passato riferivano l’etimologia del Val Demone ai boschi dei quali era ricco il territorio (Vallis Nemorum) o ai demoni dai quali la credulità popolare voleva infestato l’Etna, ma probabilmente predoni (Vallis Demonum); il Fazello, Le due deche dell’historia di Sicilia, cit., d. I, l. 10, p. 193, deriva con altri il nome “dall’eminenza, o vero altezza de’ monti, che si contengono in detta Valle”, anche se non esclude una a lui ignota etimologia saracena; V Amico, Dizionario topografico della Sicilia, cit., I, pp. 368_369 e II, pp. 642-643, accoglie l’opinione di una nebulosa etimologia da Demena o Demenna, “città oggi scomparsa e conosciuta dal solo nome”, equivocando e attribuendo a una specifica entità urbana, in verità mai esistita, i riferimenti a Demenna contenuti nei diplomi normanni, che indicavano un territorio più che una località determinata.

M. Amari, Storia dei Musulmani in Sicilia, cit., I, pp. 609-610, riferisce che, in effetti, nelle memorie del IX secolo è traccia di un castello fortificato di quel nome, già in rovina tre secoli più tardi, ma ritiene che tanto il castello che l’intera Valle abbiano tratto il nome da un etimo greco riferito alla particolare saldezza degli abitatori della regione nella fede dei bizantini: Ton Demenon, forma contratta e volgarizzata per Ton diamenonton, genitivo plurale del participio presente del verbo “diaméno” (=perdurare, resistere), quasi a dire “i saldi”, “i perduranti”, “i resistenti” (nella fede.

Ganci M., I Grandi Titoli del Regno di Sicilia, Arnaldo Lombardi Editore, Siracusa-Palermo 1988, pagg. 145-147

Il 4 luglio 1299

nelle acque di Capo d’Orlando

di Massimo Ganci

 

Il 4 luglio 1299, nelle acque di Capo d’Orlando, si combatté una strana battaglia, navale e terrestre insieme, che, fatte le dovute proporzioni in rapporto alla tecnica  militare di due epoche diverse, nelle sue linee strategiche, curiosamente richiama le operazioni navali e terrestri della seconda guerra mondiale.

Era, infatti, imperniata sull’azione di una flotta che avrebbe dovuto impadronirsi delle acque eliminando le navi nemiche, in un’azione coordinata con lo sbarco sulla spiaggia di truppe che avrebbero dovuto irradiarsi nel territorio circostante.

La stessa strategia cioè seguita, nella seconda guerra mondiale, dalle forze americane del Pacifico contro i giapponesi, culminata nella battaglia aero-navale e nello sbarco dei marines ad Okinawa. Ovviamente, ne1 1299, a Capo d’Orlando mancò il fattore aereo, ma, per il resto, l’azione si svolse secondo la stessa concezione strategica.

Ad attaccare erano le truppe di Giacomo II, già re di Sicilia che, alla morte del fratello Alfonso III, aveva cinto anche la corona aragonese; a difendersi erano le navi e le truppe di Federico III che, ne1 1296, dal popolo siciliano era stato proclamato re, unico, solo e indipendente di Sicilia.

Era uno spettacolo insolito que1lo de1le galere che combattevano l’una contro l’altra, che accostavano verso il bagnasciuga per scoccare dardi contro le fanterie nemiche che le attendevano e che cercavano di portarsi sotto bordo per sfondarne il fasciame con le asce e le mazze.

La battaglia di Capo d’Orlando ebbe esito catastrofico per la flotta siciliana, come concordemente sostengono Nicolò Speciale, l’Anonimo e lo Surita.

In una prima fase, gli aragonesi erano riusciti a giungere per primi sulla penisoletta su cui sorgeva il borgo di pescatori che, oggi, è divenuto la cittadina di Capo d’Orlando. Saldamente attestati dietro le navi, tirate a secco ma con la prora al mare, pronte a riprendere il largo, gli aragonesi attesero la flotta siciliana che era salpata da Messina, sicura della vittoria. «Diciassette anni di successi sul mare. . . – scrive Corrado Mirto – avevano generato nei siciliani la convinzione che la loro flotta fosse la prima del Mediterraneo. . . » .

All’altezza di Milazzo incrociarono una nave sottile, mandata in esplorazione, che le avvisò di avere avvistato una forza navale nemica di ben cinquantasei galere. Federico III, a1lora, per impedire ogni sbarco nemico, fece portare al massimo la cadenza della voga – che veniva scandita da un tamburo posto su ogni galera – e ordinò di alzare contemporaneamente le vele. Ciò non ostante la flotta siciliana doppiò il capo, quando ormai il nemico si era attestato saldamente sulla spiaggia. Ma la cosa più grave fu che gli equipaggi, certi di sopraffare il nemico, spinsero senza alcun ordine e in assoluta confusione le navi verso la battigia: parecchie furono respinte dagli aragonesi e alcune si arenarono.

Ritornate le navi allargo, invece di attendere i rinforzi delle galere provenienti da Palermo che, al comando di Matteo da Termini, erano già all’altezza di Cefalù, Federico, riordinato lo schieramento, dette ordine di muovere ancora una volta all’attacco.

Si combatte a lungo nella calda giornata di luglio. E con molto valore dall’una e dall’altra parte; ma nel pomeriggio gli equipaggi siciliani cominciarono a cedere. La prima galera caduta in mano agli aragonesi fu quella di Gambaldo de Entença che morì combattendo. A Federico III mancò la fiducia e quando egli, improvvisamente, svenne sul ponte della nave ammiraglia, questa sfiducia si propagò negli equipaggi. Si parlò di resa. Per fortuna Ugo di Empuries si oppose e suggerì di portare il re a Messina. La galera reale, quindi, uscì di formazione e puntò sullo stretto.

A questo punto un uomo deciso prese in pugno le sorti della giornata. Fu il conte Blasco Alagona. Egli si rese conto che bisognava, innanzitutto, proteggere la persona del re, che costituiva il simbolo dell’unione siciliana, e salvare quante più navi fosse stato possibile. Per cui, con undici galere, si mise sulla scia della galera reale. Accaddero vere scene di disperazione a bordo di alcune navi: Ferrando Perez, non volendo sopravvivere all’onta, si spaccò la testa contro la murata della propria galera con tanto impeto che il giorno dopo ne morì. Molti valorosi però continuarono a combattere per proteggere la ritirata del re e affondarono insieme con le loro galere difese con grande coraggio. Ma l’intuizione di Blasco Alagona di salvare la persona del re, mettendo da parte la gloriosa tradizione di Manfredi, si rivelò esatta.

A Messina Federico III ebbe accoglienze trionfali e la nazione siciliana volle e seppe essere all’altezza della generazione precedente, protagonista de1 Vespro.

Cosa che rincuorò Federico, gli ridette fiducia in se stesso e lo indusse a continuare nella lotta contro il tradizionale nemico angioino e contro il nuovo alleato aragonese di esso. Giacomo II aveva vinto a Capo d’Orlando, ma aveva perso buona parte della sua flotta e il suo corpo di spedizione era stato decimato. Egli ritenne dunque più saggio ritornare in Aragona prima che le cose si mettessero al peggio. Lapidariamente Nicolò Speciale ne descrisse la partenza «ingratus Gallis et invisus Siculis, in Cataloniam remeavit».

Chi era il protagonista della giornata di Capo d’Orlando?

Proveniva dall’Aragona ed era giunto nell’isola nel 1291. Uomo di estremo coraggio, un «fegataccio», era imparentato con la famiglia reale. Nel 1294, pur richiamato in patria da Giacomo II, preferì rimanere accanto a Federico III in Sicilia, dal quale fu nominato capitano generale. Il grande ammiraglio Ruggero di Lauria, dopo aver tentato di mettere d’accordo i due fratelli, decise di stare dalla parte di Giacomo II. Lo fece con la morte nel cuore, poiché ciò significava combattere accanto agli angioini ai quali Giacomo si era alleato: quegli angioini che egli, al comando delle flotte di Sicilia e di Aragona aveva sempre sconfitto sul mare! Blasco d’Alagona prese il suo posto. La fine del sec. XIII assistette al duello tra questi due grandi capitani: l’Alagona fortissimo in terra, il Lauria imbattibile sul mare. Nel 1297, intorno a Catanzaro, in Calabria, si scontreranno più volte e la palma della vittoria rimase a Blasco. In premio della sua fedeltà egli venne investito da Federico III della contea di Mistretta: divenne così l’incontrastato signore dei Nebrodi, un altopiano che si stende dalle Madonie verso Messina, il cui punto forte era la città di Nasa divenuta successivamente Naso.

Ovviamente tale situazione ibrida aveva portato a liti e lotte armate tra il vescovo e i conti: esse cessarono nel 1297 con l’infeudamento di questa terra a Blasco di Alagona, con «il mero e misto imperio» su di essa. La giustizia civile e penale venne esercitata, in nome del conte, da un baiulo assistito da una corte baiulare che giudicava sia le piccole infrazioni che i crimini più gravi, compresi quelli punibili con la pena di morte. Negli anni precedenti Blasco era stato investito della baronia di Sinopoli e della terra di Salemi.

Amico V., Dizionario Topografico della Sicilia, Vol. I, Tipografia di Pietro Morvillo, Palermo 1855, ristampato da Arnaldo Forni Editore. Pagg. 60 – 61 – 239

DIZIONARIO TOPOGRAFICO DELLA SICILIA

di Vito Amico, Vol. Primo, Palermo, Tipografia di Pietro Morbillo, 1855

Edizione ristampata da Arnaldo Forni Editore

Pagg. 60 – 61

Agatirno. Lat. Agathirnum. (V.D.) Antica città, detta bensì da alcuni Agatirna ed Agatirso, nella parte aquilonare dell’Isola tra Alesa e Tindari. Cluverio della sua origine lib 2, cap. 6, tanta, scrive, ne è la antichità, che rimontane la fondazione ai tempi di Troja, ed afferma Diodoro esserne stato il fondatore, Agatirso figliuolo di Eolo. Varie sono le opinioni riguardanti il sito; falsamente pongola alcuni a Patti, come Mario, Nero, Riccioli; altri dove siede oggi S.Filadelfio, quali notò il Fazello, che riconosce Agatirno nel campo di S. Martino occupato da ruine di antica città; molti verso Pillino o Piracmone, confutati dal Maurolico; ed afferma Cluverio, dalle ruine di Agatirno aver preso origine S. Marco, ed opinano finalmente aver di lì tratto il nome il promontorio d’Orlando, quali più sagacemente col Fazello, parlano al mio tenue giudizio, poiché vi ha alle orientali sue radici un seno per le navi, ma insicuro, ed un castello di cui diremo quando del promontorio, cui congiunto il colle, conserva dei ruderi, acquedotti, mattoni, e molti rimasugli di antica abitazione, ed estendendo il suo vertice sulla pianura molto ampia, detta dal Fazello di S. Martino, compie un amenissimo prospetto in tutto quasi il lido settentrionale.

E’ celebre Agatirno tra le città di Sicilia secondo Tolomeo, Stradone, Stefano, Plinio, Silio, Diodoro, Livio, Polibio ed altri; Silio ne enumera il popolo tra quelli che soccorsero il console Marcello; scrivono altri, aver dopo la prima guerra Punica trasferito da Agatirno il console Levino 4000 uomini, a popolar di una nuova colonia il territorio Brucio e Reggio; erano schiuma di malfattori, banditi, debitori, rei di delitti capitali, e chi lussureggiava di beni in Agatirno, per furti e rapine; mal soffriva la città una folta popolazione. V. Capo d’Orlando.

 

 

Pag. 239

Capo d’Orlando. Lat. Caput Orlandi. Sic. Capu d’Orrannu (V.D.) Ripido colle verso Settentrione, sovrastante al mare, con celebre rocca a cavaliere del sommo vertice, a 5 m. dalla città di Naso, compreso nella di lei giurisdizione. Ne sta sotto ad Oriente un piccolo asilo di navi ed una osteria. La Chiesa nella rocca conserva una piccola immagine ina marmo della B. Vergine, nota per prodigii, con gran fiducia invocata in ajuto dai marinai nelle tempeste, in di cui onore ai 22 ottobre celebrasi dai popoli d’intorno una graziosa solennità, con fiere per tutte quelle parti frequentissime. Nella medesima rocca è un domicilio del Conte di Naso, e dei cannoni ad impedire le scorrerie dei pirati. Dicesi imposto alla rocca ed al promontorio il nome di Orlando da uno dei commilitoni di Carlo Magno, e coi primi ce lo afferma Goffredo di Viterbo nella Cronaca; poiché si è fama esser Carlo venuto una volta in Sicilia, quivi fabbricata una rocca, ovvero a questa delle altre in prima costruite posto il nome di Orlando suo commilitone, bravo nelle armi. Dissi già di Agatirno situato un tempo nel piano vertice dell’altro colle ad Austro. Dirò parlando di Naso dei Signori cui è stata commessa la rocca. E’ oggigiorno posseduta da Giovanni Sandoval.

Spigo U., Il complesso termale di età imperiale romana della contrada Bagnoli-S. Gregorio. Scavi 1987-1994., in Giornate di Archeologia – Architettura – Storia “Da Tindari…per Agatirno…ad Alesa, Atti del 5 agosto 1995, Archeoclub d’Italia, Capo d’Orlando 1997

IL COMPLESSO TERMALE DI ETA’ IMPERIALE ROMANA DELLA CONTRADA BAGNOLI – S. GREGORIO. SCAVI 1987-1994.

RELAZIONE PRELIMINARE

Comunicazione di Umberto Spigo

 

PREMESSA

 

Per la presente relazione abbiamo ripreso, sostanzialmente, il testo della comunicazione preparata per l’VIII Convegno di Studi sulla Sicilia Antica, tenutosi nel 1993 e successivamente data alle stampe ([1]), con sintetici aggiornamenti sui risultati della campagna di scavi condotta nel 1994.

E’ opportuno avvertire che diverse ipotesi e considerazioni riportate in questo contributo (e nel precedente da cui deriva) sono in gran parte, sicuramente suscettibili di ripensamenti e modifiche, anche di rilievo, soprattutto per quanto riguarda le fasi cronologiche ma anche particolari relativi alla destinazione dei vari ambienti ed a caratteri funzionali, non essendosi ancora completato l’esame e lo studio dei reperti mobili dagli scavi sin’ora effettuati, e soprattutto, dovendosi ancora proseguire l’indagine, sia con adeguati approfondimenti stratigrafici all’interno degli ambienti e con la “rimozione” scientifica di tutti gli elementi di crollo (ed il relativo studio nell’ambito di una proposta di ricostruzione dell’elevato, almeno là dove possibile, finalizzata ad opportuni interventi di restauro) sia con lo scavo in estensione nelle adiacenze del complesso termale e nei terreni limitrofi, soprattutto a sud e ad ovest.

 

L’interesse archeologico della c/da Bagnoli-S. Gregorio a circa 3 Km. a Nord-Est di Capo d’Orlando era fino alla metà degli anni ‘80 nota solo attraverso segnalazioni di rinvenimenti fortuiti (colonne, frammenti ceramici) attestanti la presenza di un non meglio specificato insediamento di età tardo-imperiale romana, nel territorio, appartenuto probabilmente all’antica Agathyrnum, la città indigena poi grecizzata, per la quale è stata proposta da molti studiosi, a partire dal Fazello, nel 1558, una plausibile ubicazione in un’ampia fascia del territorio e del centro urbano di Capo d’Orlando dove, nel settore S-E della cittadina, non lontano dal Municipio, sono stati esplorati nel 1980-1981 e nel 1989 alcuni lembi di una necropoli di età ellenistica, del III secolo a.C. ([2]).

Indizi di presenze archeologiche erano anche note in c/da S.Martino, ad ovest della c/da Bagnoli, dove appunto il Fazello collocava Agathyrnum, ma in questo sito una lunga campagna di prospezioni archeologiche fatte condurre dalla Soprintendenza di Messina su vasto raggio nel 1990 nell’area dove è prevista la realizzazione di un grande Centro Direzionale Misto, non ha, sorprendentemente, rivelato segni certi di stanziamenti antichi ([3])

Ritrovamenti fortuiti ed alcune brevi indagini, i cui risultati sono ancora inediti, effettuate negli anni ‘80 dalla Soprintendenza di Siracusa, sul promontorio del Capo, in vetta al quale, presso i ruderi del Castello, sorge il santuario moderno, hanno individuato la presenza di strutture e livelli abitativi riferibili a varie epoche, dall’età tardo classica a quella medievale.

Sino ad oggi, a parte il caso delle prospezioni in c/da S. Martino, l’unica indagine archeologica sistematica di ampio respiro intrapresa a Capo d’Orlando ha riguardato il complesso termale di avanzata età imperiale romana della c/da Bagnoli-S. Gregorio e la circostante fascia territoriale.

Nel gennaio 1986, nel corso di uno sbancamento per la realizzazione di un parcheggio pubblico in una fascia espropriata dal Comune di Capo d’Orlando, vennero fortuitamente riportati in superficie, purtroppo tagliati dal mezzo meccanico, resti di strutture murarie e di pavimenti decorati a mosaico, il cui rinvenimento causò l’immediata sospensione dei lavori da parte della Soprintendenza di Siracusa, ancora competente per territorio.

Dal 1987 la Soprintendenza di Messina ha iniziato le indagini sistematiche, proseguite poi negli anni successivi ([4]).

L’edificio termale doveva appartenere, con molta probabilità (come meglio motiveremo più avanti), ad una villa estendentesi soprattutto verso Nord, in direzione del mare, al di sotto della SS. 113 e, al di là di questa, di fabbricati di recente realizzazione, il cui impianto deve aver causato la distruzione di ingenti stratigrafie archeologiche.

Il complesso, il cui settore settentrionale ha subito malauguratamente un’altra ingente amputazione dallo sbancamento del gennaio 1986, si articola, in direzione est-ovest, per una estensione di circa m. 32, attraverso una sequenza di sei stanze (una delle quali per la verità, a seguito di rifacimenti successivi, è composta dai due vani 2 e 3), e presenta, nella parte orientale, un deciso scivolamento verso Nord dall’originario piano di “posa”, particolarmente marcato nei vani 5 e 6, sulle cui possibili cause ci soffermeremo più avanti.

I muri, conservati nello spiccato per pochi filari, sono realizzati con una tessitura di blocchetti di taglio non regolare e appena sbozzati, di pietra locale, il “flysch” di Capo d’Orlando, legati con malta, e intervallati, in diversi tratti della “facciavista” interna da “ricorsi” di laterizi.

Sulle pareti interne dei vani 4, 5 e 6 restano (sopattutto nel vano 3) ampi tratti dello spesso intonaco bianco di rivestimento.

Il nucleo “centrale” è costituito dai vani 4, purtroppo mancante, a causa dello sbancamento, del muro perimetrale nord (m. 5-E-W x m. 5 lungh. max. N-S) 5 (m. 5-E-W x m. 6 circa), e 6 (m. 5 E-W x 6): quest’ultimo era completato sul lato Nord da una piccola abside il cui muro di fondo curvilineo, che la definiva sul lato Nord, è stato tranciato dal mezzo meccanico (misure max: m. 1,90-E-W x 2), che ne ha anche smosso il pavimento decorato a mosaico.

I tre ambienti presentano il tradizionale sistema di riscaldamento ad ipocausti, con pavimenti impostati su “suspensurae” fittili, costituite dai soliti elementi discoidali sovrapposti, sotto i quali, in un’ampia intercapedine, si trasmetteva l’aria calda (propagata dalla fornace) diffusa poi, nei vani 5 e 6, attraverso i “tubuli” fittili parallelepipedi (h.: circa cm. 20) che rivestivano le pareti al di sotto dello strato d’intonaco; nel vano 6 all’interno di un tratto di pavimento, purtroppo dissestato, presso l’abside, è anche visibile un tratto di una “fistula” di piombo (per il passaggio e lo scarico dell’acqua in una vasca circoscritta dall’abside ?).

Il vano 6 termina sul lato Ovest con una vasca rettangolare per i bagni caldi (circa m. 1,30-E-W x 4) rivestita di cocciopesto cui segue il vano 7 includente il forno (circa m. 4-E-W x 5), con spallette in laterizio, il cui studio tipologico e tecnico dovrà essere effettuato in rapporto a consimili esempi in impianti termali di età romana così come dovrà chiarirsi meglio l’effettiva connessione cronologica e funzionale fra la vasca nel suo attuale assetto ed il primo impianto del vano 6.

Risulterebbe comunque certa la destinazione a “calidarium” del vano 6  così come dell’adiacente vano 5; a tepidarium doveva essere adibito il vano 4 nelle cui pareti per altro non si sono trovate tracce di “tubuli”.

Più difficili si pongono allo stato attuale, l’identificazione e la ricostruzione del “frigidarium” (che doveva presumibilmente essere adiacente sul lato orientale al vano 4), per le vistose ristrutturazioni dell’impianto originario; ad un successivo riutilizzo, quando le Terme non erano più in funzione (come diremo in seguito) risulterebbero infatti appartenere il vano 1 (circa m. 6-E-W x 7 m), e le due piccole “stanze” ad esso adiacenti sul lato occidentale, ricavate, come si è detto dalla “tramezzatura”, in senso est-ovest, di un unico ambiente del complesso termale: il vano 2 (circa m. 2,50-E-W x 2) ed il vano 3, affiancato sul lato sud al precedente (circa m.4-E-W x 3).

Il vano 4 doveva essere coperto da una volta del cui crollo si sono rinvenuti, sia all’interno sia all’esterno, immediatamente a Sud, i frammenti, caratterizzati dall’impiego, non inconsueto, di numerosi frammenti di pietra lavica e pomice, entrambe probabilmente di provenienza liparese) commisti alla malta, per equilibrarne ed alleggerirne il peso.

All’esterno del vano, sul lato sud, è stato anche evidenziato, fra i numerosi elementi di crollo, parte di un arco di mattoni, legati da malta (è conservato per una lungh. di circa 1 m.; h. circa m. 0,30); non essendosi rinvenuti nelle vicinanze frammenti riferibili ad altri analoghi elementi architettonici, si presume che potesse trattarsi di un arco cieco, realizzato al sommo di una parete, per lo scarico del peso della volta.

Si sono, al momento messi solo parzialmente in luce, al di sotto degli strati di crollo, i pavimenti a mosaico, in “tessellatum”:

1) Vano 4: Decorazione geometrica a  sobria tricromia (bianco, nero, rosso) con alternanza di esagoni allungati (non equilateri) e piccoli quadrati, entrambi dai contorni in colore nero bluastro, entro campi “poligonali” delimitati da incontri e intersezioni di linee.

Entro gli esagoni sono iscritti sottili motivi cruciformi costituiti da piccoli quadratini neri e, all’estremità di ciascun “braccio”, da triangolini rossi.

2) Vano 5: A decorazione geometrica, in bianco e nero con particolari in colore rosso.

Il sistema decorativo, delimitato da una cornice a triangoli (o “denti di lupo” fortemente geometrizzati) è composto da grandi cerchi formati dal contorno esterno, continuo, di quattro grandi pelte; ciascun cerchio inscrive, al centro di una “croce” lobata compresa fra le quattro pelte, un quadrato includente un altro minore al centro del quale è un piccolo motivo cruciforme costituito da quattro triangolini rossi ai vertici esterni di un quadratino nero.

Due coppie dei predetti cerchi, contrapposti, delimitano un campo includente una losanga a lati concavi che inscrive un motivo a “stella” in rosso e nero.

3) Vano 6: motivo continuo a squame bipartite, bianche e nere.

 

La maggior parte dei materiali mobili sin’ora recuperati provengono dagli strati di abbandono del complesso e di crollo: fra la gran quantità di frammenti ceramici, si segnala, oltre ad abbondante e significativa ceramica acroma – anfore, suppellettili da cucina, etc. – la presenza di numerosa terra sigillata africana soprattutto del IV e V secolo d.C. ([5]).

Fra le monete di bronzo, di avanzata e tarda età imperiale romana (dal III al V secolo d.C.), delle quali è già stato possibile il riconoscimento, menzioniamo qui preliminarmente emissioni di Settimio Severo, Giulia Mamea, Gordiano III (?), Gallieno (III?), Otacilia, Diocleziano, Licinio, Costanzo, Costantino (due esemplari), Teodosio II.

In base ai materiali mobili sin’ora raccolti, pensiamo ad una cronologia  iniziale dell’impianto del complesso termale, e della relativa villa, non anteriore ai primi decenni del III secolo d.C.( e fermo restando la necessità di nuove indagini stratigrafiche, più estese e mirate, anche in corrispondenza dei cavi di fondazione dei muri ed al di sotto dei pavimenti musivi, in corrispondenza delle lacune).

Per un più preciso inquadramento cronologico non sembra esserci di particolare aiuto l’assetto planimetrico del complesso termale, data anche la sua lacunosità: in via del tutto indicativa e provvisoria, restando nell’ambito della sola Sicilia Romana, e di complessi termali di ridotte dimensioni, il confronto più vicino dal punto di vista tipologico, ci è offerto, dalle piccole Terme dell’ “insula” IV di Tindari, esplorate negli anni ‘50 da L. Bernabò Brea e M. Cavalier – i cui pavimenti musivi non dovrebbero datarsi prima del III secolo d.C. – dove pure gli ambienti termali sono allineati in unica sequenza ([6]).

Allo stato attuale risulta anche difficile una datazione puntuale dei pavimenti musivi, considerata la tipologia delle decorazioni.

Il motivo a squame bipartite del vano 6, già presente nel repertorio dei mosaici di età tardo-ellenistica, in epoca imperiale ha incontrato di nuovo una notevole fortuna, a partire dall’età adrianea; ricordiamo i mosaici dell’ “insula delle Muse” ad Ostia, delle Terme di Caracalla a Roma, e, per la Sicilia, almeno un significativo esempio a Taormina, nel pavimento di una casa di via Pirandello, databile fra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C. ([7])

Riguardo alla sintassi decorativa dei mosaici dei vani 4 e 5, caratterizzati da un tessuto piuttosto fitto (oltre che alquanto rigido pur se elegante) nel disporsi ed intersecarsi di vari elementi geometrici penseremmo ad una cronologia non certo anteriore ai primi decenni del III secolo d.C. ([8])

Considerazioni di rilevante interesse sulle cause naturali di distruzione del complesso si traggono dall’esame delle condizioni di “giacitura”.

Il vistoso scivolamento verso Nord dei vani 4, 5 e 6, la frattura e lo “spostamento” particolari subiti dalla pavimentazione del vano 6, la peculiarità della cospicua caduta di tegole e coppe fittili dai tetti dei vani 5 e 6 verificatasi all’esterno di essi sono stati, infatti, letti dal sismologo sovietico Andrej Nikonov, nel corso di suoi accurati sopralluoghi, come segni assai evidenti e probabili di una fortissima scossa di terremoto, forse di intensità pari al IX grado della scala Mercalli ([9]).

Dovrebbe quindi trattarsi di uno dei violenti eventi sismici che sconvolsero la Sicilia, soprattutto nord-orientale, in epoca tardo-imperiale, fra il IV secolo e gli inizi del V secolo d.C. (in particolare quello del 365 d.C. di cui parlano S.Girolamo ed Ammiano Marcellino) testimoniati, attraverso le condizioni di giacitura dei vari elementi di crollo e le lesioni di alcune strutture, nei complessi archeologici di altri siti: a Tindari, la cui cosiddetta Basilica, eretta nel IV secolo d.C. in parte sulle rovine di case distrutte da un primo terremoto, è stato a sua volta rasa al suolo da un successivo sisma probabilmente della fine del IV o degli inizi del V secolo; nella villa Romana di Patti, soprattutto nel crollo dei pilastri e degli archi del perestilio; a Lipari, nella grande vasca monumentale di età imperiale delle Terme di S.Calogero ([10]).

A giudicare dalla potenza dello strato di abbandono del vano 4, sulla sommità del quale insistono i frammenti del crollo della volta ed il cui riempimento, negli approfondimenti sin’ora effettuati presenta, come si è detto, diversi frr. di sigillata africana del IV e soprattutto del V secolo d.C., il terremoto dovrebbe aver colpito la Villa di Bagnoli quando era già in disuso, o, ipotesi pure da non scartare, la volta è crollata per altre cause (quali potrebbero essere stati gli effetti di un secondo terremoto in un momento successivo al riutilizzo abitativo che sarebbe seguito al primo sisma, dei cui indizi facciamo menzione più avanti).

Osserviamo anche, per fornire un altro elemento di analisi, che lo scivolamento delle strutture verso nord può essere stato favorito, ed ulteriormente agevolato, dalla spinta di eventi alluvionali che non dovevano essere infrequenti in età antica; oggi l’area risulta per altro interessata dalla presenza di una falda d’acqua assai superficiale.

In questa particolare situazione ambientale può trovarsi la spiegazione dello spesso strato d’intonaco con disposizione “a scarpa”, dalla sensibile pendenza, che, con evidente funzione impermeabilizzante, riveste buona parte della faccia esterna (il tratto SW) del muro meridionale del vano 6.

Il complesso-la probabile villa-cui appartenevano le terme, si era sicuramente impiantato nell’area di un insediamento più antico, per la determinazione esatta della cui cronologia non si posseggono ancora elementi certi, risalenti forse alla prima età imperiale (o al tardo periodo repubblicano ?).

La struttura più cospicua sin’ora rinvenuta, fra i resti ascrivibili a questa fase antica, è costituita, a sud-ovest delle terme, dal muro XXIX, messo in luce sino a poco dopo il confine sud della particella, a poca distanza dalla ferrovia, per una lunghezza max. di quasi 14 m.

Il suo orientamento, nord-ovest-sud-est, diverge sensibilmente da quello dei muri del complesso termale;  l’estremità nord-ovest termina con un elemento fortemente aggettante, più propriamente la base di un pilastro rettangolare (di m. 1,60-nord-ovest/sud-est-x 0,40).

Per chiarire la funzione di questa singolare struttura è necessario proseguire lo scoprimento in direzione sud: allo stato attuale, più che tagliata dal successivo impianto del complesso termale ci sembrerebbe interrotta nella sua costruzione per particolari ragioni che ora ci sfuggono (per esempio un alluvione); altri due tratti di muri, ad est del muro XXIX sono ad esso paralleli e presentano quindi lo stesso orientamento.

Ancora da determinare, con l’approfondimento dello scavo, è la cronologia di tratti di strutture murarie, delimitanti porzioni di vani, messi in luce immediatamente ad ovest del muro XXIX, ed in 5 saggi, distribuiti per un raggio di oltre 50 m., in un’ampia fascia di terreni ad ovest del complesso termale, che evidenziate solo nei filari sommitali, insieme a cospicui strati di crollo, sembrerebbero comunque collocabili fra l’età tardo-imperiale ed il periodo bizantino.

La “villa” di Bagnoli non deve quindi considerarsi isolata ma in rapporto ad un più consistente tessuto insediativo, sviluppatosi e protrattosi in un ampio arco di secoli, con differenziazioni e cesure da collegare a diverse contingenze storiche e, come abbiamo visto, a catastrofi naturali.

La conferma di come l’intera c/da Bagnoli fosse stata in età romana interessata da estesi fenomeni abitativi ci è data dai risultati di una breve campagna di prospezioni archeologiche effettuate nel 1991 nell’area a monte delle terme, a sud della ferrovia, che hanno restituito palesi testimonianze di livelli archeologici di età romana, anche se forse sconvolti da probabili fenomeni colluviali, senz’altro meritevoli di estese indagini di scavo per definire natura ed articolazione cronologica ([11]).

La “villa” di avanzata età imperiale, sorta nell’area di precedenti complessi (della prima età imperiale ?) pure di un certo impegno architettonico (come testimonierebbero la descritta struttura “a pilastri”- il cosiddetto muro XXIX-probabilmente incompiuto ([12]), doveva quindi essere al centro di un esteso sistema latifondistico, appartenente ad una famiglia patrizia, presumibilmente articolato, nella tarda età imperiale, nell’ambito di una “massa”.

E’ inoltre probabile anzi, data la sua collocazione topografica, anche in prossimità di un approdo, il collegamento stretto della “villa” di Bagnoli con una “mansio” lungo la strada da Messina a Palermo.

Ad un ripristino abitativo degli ambienti della villa e delle terme, non più in funzione, successivamente al disastroso sisma, dovrebbe riferirsi (pur se ancora sussistono margini di dubbio) un livello di frequentazione soprastante i pavimenti musivi, principalmente nel vano 5, che ha restituito frammenti ceramici, soprattutto di anfore, collocabili fra la fine del IV e forse l’inizio del V secolo d.C., attualmente in corso di studio.

Palesi e assai consistenti sono nel complesso di Bagnoli le testimonianze di un nuovo insediamento di epoca bizantina, dopo un lungo abbandono, con la ristrutturazione ed il riutilizzo degli originari ambienti termali con nuovi piani pavimentali a quota sensibilmente superiore ai precedenti.

In particolare a questa fase sarebbero pertinenti il vano 1 e parte dei vani 2 e 3, un ampio tratto di “basolato” in grandi pietre sommariamente sbozzate, sovrapposto al probabile livello di frequentazione successivo alla distruzione del sisma ed al pavimento a mosaico nel settore sud del vano 5, e probabilmente, i due bracci di canaletta, di fattura poco accurata, antistanti il vano 7.

Dei reperti mobili sicuramente riferibili a questo momento citiamo alcune monete in bronzo fra cui un’emissione di Costante II e Costantino IV (654-689), di probabile zecca siracusana, ed un’altra di  Leone III, di zecca costantinopolitana.

Allo stesso periodo potrebbero appartenere cinque tombe ad inumazione rinvenute a circa 70 m. ad Est del complesso termale, quattro delle quali a fossa rettangolare foderata di lastre d’arenaria mentre l’ultima, probabile sepoltura di un bambino, era costituita da un unico coppo fittile di copertura: prive purtroppo di corredo hanno restituito solo pochi frammenti di resti ossei.

A modelli “insediativi” non desueti nel quadro storico della Sicilia Tardo-Antica, corrispondono così l’impianto ( su o nell’aria di un complesso) più antico e la ripresa della vita in età bizantina dopo un non breve periodo di abbandono.

Citiamo almeno il caso notissimo della villa di Patti Marina, sorta su un’altra più antica, probabilmente della seconda metà del III secolo d.C., e poi, successivamente alla distruzione per un evento sismico (forse lo stesso, come dicevamo, che ha lasciato i segni evidenti nei resti delle Terme di Bagnoli), occupata da un insediamento di età bizantina, come testimonia il rifacimento ed il riutilizzo delle strutture per un impianto rurale con annessa piccola necropoli; una situazione non dissimile si è per altro di recente riscontrata nelle indagini effettuate a Pistunina, alla periferia Sud di Messina, nell’ambito del complesso edilizio rurale del IV secolo d.C., costituitosi nell’area di un precedente insediamento (sempre nell’ambito dell’età imperiale) ed anch’esso riabilitato in età bizantina ([13]).

 

 


([1]) U. Spigo, “Capo d’Orlando: il complesso termale di età imperiale romana di Bagnoli – S.Gregorio. Scavi 1987-1992. Relazione preliminare” in Kokalos XXXIX-XL, 1993-1994, tomo II, 1 (Atti dell’VIII Congresso Internazionale di Studi sulla Sicilia Antica), pp. 1027-1037.

([2]) Per l’identificazione di Agathyrnum col sito di Capo d’Orlando, per diverse ipotesi di ubicazione e per una sintetica rassegna dei rinvenimenti archeologici a Capo d’Orlando e territorio antecedentemente al 1986: G. Scibona “Capo d’Orlando” in B.T.G.C. (a cura di G. Nenci e G. Vallet), IV, Roma, 1985, pp. 426, s.v., con bibliografia precedente. Favorevole all’ubicazione di Agatyrnum a Capo d’Orlando si mostra da ultimo il Wilson: R.J.A. Wilson, Sicily under Roman Empire. The Archaeology of a Roman Province, 36BC-AD535, Warminster, 1990, pp. 12, 157.

([3]) Le indagini consistenti in 302 prospezioni meccaniche tramite perforazioni a carotaggio e in una serie di indagini geofisiche con metodo elettrico sono state effettuate dalla ditta “Lerici Prospezioni Archeologiche” sotto il coordinamento del dr. Mauro Cucarzi e hanno interessato un’area di circa 11 ha.

Come riportato nella relazione finale della Lerici: “I risultati delle perforazioni con carotaggi hanno permesso di stabilire le caratteristiche generali della zona esplorata. Essa è nella maggior parte sterile da un punto di vista archeologico. Infatti i carotaggi non hanno evidenziato uno strato archeologico ma hanno restituito solo “frammenti ceramici acromi, di laterizi e di recipienti, comunque di difficile datazione ed identificazione a causa della forte usura “probabilmente scivolati da aree a quota più alta”.

Solo in pochi carotaggi la presenza di una concentrazione di frammenti potrebbe far pensare a tracce di frequentazione antica meno sporadica ma difficilmente collegabile ad un insediamento stabile di lunga durata.

Ci si riserva in ogni caso un opportuno approfondimento delle indagini, mediante saggi di scavo manuali, nei punti corrispondenti.

([4]) Prima del presente contributo, l’unico breve accenno ai rinvenimenti di Bagnoli-S. Gregorio (in base alla breve esposizione dei risultati della Campagna 1987 data al VII Convegno di Studi sulla Sicilia Antica – Palermo 1988 – da G.M. Bacci) in: Wilson, op. cit., p. 210, dove viene ipotizzata l’identificazione con una villa che noi riteniamo di poter confermare.

I resti sin’ora messi in luce ricadono per la massima parte in un fondo, delimitato a Nord, oltre che dalla breve fascia data poi in uso alla Soprintendenza dall’Amministrazione Comunale di Capo d’Orlando nel quadro di una costante e proficua collaborazione, dalla SS. 113 ed a sud dalla Ferrovia, di proprietà dell’Avvocato A.Damiano e dei suoi fratelli che hanno cortesemente acconsentito all’occupazione “bonaria” per l’esecuzione delle ricerche; al Comune di Capo d’Orlando appartiene la stretta fascia lungo tutto il margine Nord (lungo la SS. 113), data in concessione alla Soprintendenza che ha avviato la procedura espropriativa di tutta l’area di proprietà privata.

Le quattro campagne di scavo sin’ora eseguite (1987, 1989, 1992, 1994) hanno anche incluso opere varie di protezione (la realizzazione di una copertura in ondulina, su elementi tubolari per salvaguardare strutture e pavimenti musivi dalle intemperie), restauro conservativo e sistemazione (la recinzione, passerelle lignee per il percorso di visita, etc.).

L’assistenza tecnica dei lavori è stata curata dal Signor Tindaro Sidoti, impiegato della Soprintendenza sino al 1990 ed attualmente Ispettore Onorario ai Beni Culturali.

Ha prestato la sua collaborazione alla prima campagna di scavo la d.ssa Natalia Mollica Baratta.

Dal 1989 ha collaborato costantemente alle ricerche la Sig.na Antonella Bonsignore, della Soprintendenza B.C.A. di Messina, alla quale si deve anche la sistemazione e la prima schedatura dei reperti mobili.

I rilievi sono stati effettuati dal Signor Antonio Franchina, assistente tecnico della Soprintendenza.

Un costante e proficuo contributo per il controllo preventivo delle aree di interesse archeologico di tutto il territorio comunale è offerto dal personale di custodia della Zona Archeologica di Bagnoli, coordinato dal caposervizio Sig. Ernesto Niosi.

Una proficua collaborazione all’attività della Soprintendenza è offerta dall’Archeoclub d’Italia di Capo d’Orlando, presieduto dal prof. Rosario Librizzi.

([5]) Prima classificazione della ceramica e delle monete a cura di Antonella Bonsignore: v. nota 3.

([6]) Per le terme dell’insula IV di Tindari: L. BERNABO’ BREA – M. CAVALIER, “Scavi in Sicilia. L’insula IV e le strade che la circondano”, in B. d’Arte, III – IV, Luglio – Dicembre 1965, pp. 206 fig. 19, 207-208; WILSON, op. cit., pp. 89 fig. 6, 91; D. V. BOESELAGER, Antike Mosaiken in Sizilien. Archaeologica 40, Roma 1983, pp. 114-127.

A Bagnoli, però, come già mostrato, non è più facilmente individuabile l’impianto originario del “frigidarium”, mentre a Tindari vi è un solo vano adibito a “calidarium”. Per un’ampia rassegna degli edifici termali di età romana in Sicilia, con esauriente bibliografia: Wilson, op. cit., pp. 88-94.

Per i caratteri tecnici e le tipologie planimetriche delle terme romane si veda fra i più recenti contributi di sintesi, con bibliografia precedente: J.P.ADAM, L’arte di costruire presso i romani. Materiali e tecniche, ed. Ital., Milano 1989, pp. 288-299.

([7]) Per il mosaico taorminese di via Pirandello: D. VON BOESELAGER, op. cit., pp. 108-109, tav. 7.

Per il ritorno in auge dei motivi a squame bipartite di tradizione più antichi, nei mosaici a partire dall’inizio del III secolo a.C., v. almeno: M. L. MORRICONE, “Mosaico” in E.C.O., Suppl. 1970, Roma 1972, s.V., pp. 520-521.

([8]) Punto di partenza per una ricerca – relativamente a confronti con mosaici della Sicilia Romana, naturalmente da estendersi ad altri ambiti – è: BOESELAGER, op. cit.

([9]) Sopralluoghi effettuati dal professore A.Nikonov nel 1989 e nel 1991,in compagnia   del Professor Lo Giudice dell’Istituto di Vulcanologia del C.N.R. di Catania.

([10]) Sui due grandi eventi sismici che hanno sconvolto parte della Sicilia, in particolare sulla costa settentrionale, in età tardo imperiale romana v. soprattutto: Wilson, op.cit., in particolare alle pp. 185-189, con riferimenti alle fonti letterarie ed ai dati di scavo (con puntuali riferimenti bibliografici).

Inoltre si veda in particolare :

a) Per Tindari: Bernabò Brea-Cavalier,”Tindari. L’insula IV”cit., p.208;Wilson, op.cit.,pp.53 (didascalia alla fig.52), 54, 167 (didascalia alla fig. 142, dove è chiaramente indicata la circostanza di edificazione della Basilica”, successivamente al terremoto della prima metà del IV secolo d.C., che ha distrutto l’insula i cui resti sono visibili presso il monumento), p.185, fig.154, 187 (dove si menziona il sisma che negli ultimi decenni del IV secolo d.C. o verso l’inizio del successivo, ha danneggiato la Basilica, lo stesso che avrebbe distrutto la villa Romana di Patti Marina).

b) Per la Villa Romana di Patti Marina v. almeno: G.Voza in Kokalos XXII-XXIII, 1976-1977, pp.574-579; ID., in Kokalos, XXVI-XXVII (1980-1981), pp. 690-693; ID., in B.C.A. Sicilia, 1982, pp.11-121; ID., in Kokalos, XXX-XXI, 1984-1985, pp.659-661; Wilson, op.cit.,pp.187, 18204-206, p.308, nota 72, con altri riferimenti bibliografici.

c) Lipari. Terme di San Calogero.

Per i segni di un forte sisma della seconda metà del IV secolo d.C., confermati da A.Nikonov, nella grande piscina coperta di età imperiale romana: M.Cavalier, “Le thermes de San Calogero a l’epoque grecque et romaine” in L’eau, la santè e la maladie dans le mond grec.B.C.H. Suppl.28., 19, 94, p.187.

Lo stesso terremoto, che L.Bernabò Brea e M.Cavalier pensano essere quello del 365 d.C. ha danneggiato la “tholos” della prima età del bronzo, che presenta rifacimenti immediatamente successivi a questo evento: L.Bernabò Brea-M:Cavalier, “Attività della Soprintendenza. Isole Eolie”, Kokalos XXXIX-XL (1993-1994), II, 1,cit., pp.998-1000.

([11]) Le indagini sono state effettuate dalla “Lerici Prospezioni Archeologiche” nel 1991, sotto coordinamento del Dr. Mauro Cucarzi, e sono consistite in 20 perforazioni a carotaggio continuo.

([12]) Interessante segnalare la presenza, nel crollo all’interno del vano 7, di un capitello ionico di arenaria consunto, forse pertinente alla fase più antica del complesso, precedente le terme, e successivamente recuperato come elemento di reimpiego.

([13]) Per l’insediamento di età bizantina sorto nell’area della villa romana di Patti e per i resti della villa più antica v. soprattutto: VOZA, in Kokalos 1976 XXII-XXIII cit. pp. 574-578; Kokalos XXX-XXI cit. pp. 660-661.

Per il complesso di Pistunina: G.M.Bacci, “Attività della Sezione ai Beni Archeologici della Soprintendenza B.C.A. di Messina negli anni 1988-1993” in Kokalos 1993-1994, II, I, cit., pp.941-943.

AA. VV. Il Dono, Raccolta di documenti intorno a Maria SS. di Capo d’Orlando, Archeoclub d’Italia, Capo d’Orlando 1998

1. Carlo Incudine, Naso Illustrata, a cura di G. Buttà, Giuffrè Editore, Milano  1975, ristampa dell’edizione del 1882, pagg. 257-261

“…….poiché il tempo stringe, ed è a tornare al Capo, e al suo tempietto. L’origine di questo è sì straordinaria, così soprannaturale, che noi crediamo narrarla fedelissimamente, secondo la schietta ingenuità della pia e concorde tradizione, secondo i processi, e gli scrittori contemporanei.

L’anno dunque 1598, giovedì a 22 ottobre, sulla torre del Capo, ai fratelli Raffa, liparoti di origine, e guardiani della medesima, appariva improvvisamente un amabile pellegrino; il quale, senza dir motto, prese una buccina, deposta sur un tavolo, e che serviva a tener desti gli abitanti del Borgo nelle frequenti incursioni dei Pirati, cominciò a suonarla fortissimamente; di che, crucciati i Raffa sovramisura, lo ammonirono con dell’asprezza; ma ei, zitto e immobile, seguitò; e, lasciatili poi in imbarazzo, lieve lieve fuggì. Nello scender le scale, ad Antonio Raffa venne fatto di scorgere in  un sacchetto, che quegli tenea sur le spalle, una piccola cassetta, e furolla subito con molta destrezza.

In essa vi trovarono un simulacro della Madonna, riverita in Trapani, lunga non più che un palmo, di materia ignota: quel pellegrino era il Navacita. – Appreso il caso straordinario, Antonino Piccolo, allora Prefetto in Capo di Orlando, salì al monte, e veder volle il dono celeste. Commosso, dinanzi al medesimo, pregò per due dei suoi figli, disperati della salute, e i soli, fra dodici, che gli erano rimasti; e quei due figli, erano poi in Naso mirabilmente risanati, quand’egli colà, in sua casa portava giubilando questo prezioso simulacro[1].

Però violenti tremuoti lo avvertirono, che altrove ei doveva condurlo; e fu allora situato in S. Pietro, sendo Arciprete Giovanni Vallerano poco tenero, come sappiamo, della Chiesa Madre. Ma i tremuoti continuarono: il Navacita a 12 febbraio 1599 riapparì ai Raffa; disse loro aver condotto il celeste simulacro, perché avesse culto lassù al Capo, a fugare indi innanzi la feroce pirateria; e quindi di tanto consapevoli i nasitani, scrissero al Conte Girolamo Joppolo in Messina, significando l’accaduto. Il Conte conferì con l’Arcivescovo Francesco Velardi delle Conca; gli consegnò il processo giuridico del mirabile avvenimento; ottenne da lui il permesso di erigere a pubblico concorso la Chiesa in sul Capo, e si mutò sollecitamente in Orlando. Qui giunto, per prima cosa, ordinò si riabbellisse il Castello; e di fatto ristoraronsi in gran parte le mura, la porta venne rimessa in luogo migliore, appianato e quasi rifatto l’atrio artisticamente; e significò in seguito il pensiero di voler fabbricare per sé un palazzo, e più sotto una magnifica osteria a comodità dei viandanti, – disegni che in parte non ebbero effetto per la sua morte. Indi a poi si diè mano alla Chiesa, in quel sito medesimo, e su quelle medesime pietre, lasciate dal Navacita in una terza ed ultima apparizione, avvenuta a 12 maggio 1600.

Fornito il bellissimo tempietto, a 22 ottobre di quell’anno, la lunga via, che corre da Naso a Capo di Orlando, videsi parata a festoni, a vaselli di fiori, a graziosi altarini, ad archi di foglie, ingemmati di lumi. Radunata dal Capitan D’Arme la milizia urbana, in numero di 300, a sé soggetta, e residente nelle vicine terre e castella, si schierava in S. Pietro; d’onde l’Arciprete Giovanni Vallerano, composto ad abiti solenni, con tutto il clero, cogli ordini regolari, con le confratrie, e seguito da popolo immenso, preso il mirabile simulacro, muoveva in maestosa processione ad Orlando. Riposava primieramente in Bazia; e poi quà e là nelle varie contrade, e pei vari altarini, fra i canti e gli applausi di un popolo esultante. Giungeva finalmente sul vaghissimo colle del Trabocco, ove attendealo il Conte Joppolo co’ gentiluomini di Corte, i cavalieri, e il Conte di S. Marco. Quì, per quei piani, per quelle balze, per quelle rupi ondeggiava frattanto, commuovevasi, concitavasi un popolo di 20 mila individui, accorsi da tutte parti di  Sicilia, e dalla lontana Calabria. Al primo apparire del celeste simulacro, assordavan l’aere le dimostrazioni, le grida di quel popolo impaziente, lo sparo dei moschetti, il bombo del cannone situato in sul forte: vacillava la vista a tanti cappelli e fazzoletti e mazzolini e corone scagliati per l’aria. Dai vicini ai lontani, dai lontani ai vicini, un fremere, un gridare, un agitarsi continuo, infaticabile. La processione toccava quindi la Portella, quel punto in cui si uniscono i due monti S. Martino e Orlando; e fu stupenda scena a vedere le chine pietrose e dirupate del Capo, vestite da sommo ad  imo di folte e verdissime selve, improvvisate dai nasitani con alberi immensi, tratti e messi in ordine lassù, inghirlandati di fiori, e tempestati di lumi: mai Naso, né quelle contrade s’erano sveglati a spettacolo così grande e singolarissimo. E già la processione, passando fra trionfali archi, nel frequente scoppio del cannone, degli archibugi, e dei mortaretti, fra il dolcissimo suono di musicali strumenti, fra gl’inni solenni della Chiesa, perveniva all’innalzato tempietto, smagliante di dorate cortine. Qui, entro a una nicchia di pietra con fregi di oro, e da inferriata gelosamente custodita, venne situato l’ammirabile simulacro. Allora il Conte di S. Marco, prostrandoglisi innanzi, offriva di proprie mani una lampana di argento, su cui erano scolpite le sue armi; due altre il Joppolo con lo stemma del casato; un ricco calice di argento Carlo Giudice da Tortorici; e tutti a gara facevano nel profonder doni e pregiati e ricchissimi[2]. Via via col tempo fu tenuto quel santuario come la stella dei naviganti, la consolazione degli afflitti, il puro soggiorno delle gioie, e delle grazie celesti. S’istituì un mercato nobilissimo a 22 ottobre di animali e tessuti che à luogo sul vasto piano sottostante, detto perciò della fiera, in memoria di quel fausto giorno; e a furia accorsero i fedeli per adorare il dono celeste, e a ottenere singolarissimi favori. Dei quali rimangoci ancora sontuose e splendide memorie. E di vero, guarda, o lettore: è quella la porta maggiore del tempietto; pendon sovr’essa due ruvide e pesanti catene, che vi lasciava Placido Cottone, conte di Galati nel 1628, liberato dalla Vergine alle ritorte dei Turchi nell’arcipelago greco, – guarda: siamo già entro il modesto santuario: son quelle le grucce che un infelici, liberato da inveterate artritidi, lasciava svegliandosi su quell’altare; quelle barche dipinte, quelle navi in tempesta, quegl’infelici attaccati alle gomene e agli avanzi del naufragio, offrivano alla Vergine Francesco Piraino, Domenico Tomasello, e alcuni marinai francesi scampati al furor dei marosi. Là, della volta,  pende smagliante e iridato di gemme un lampadare: presentavolo alla Vergine Pietro Giron, Duca d’Ossuna e Viceré di Sicilia, quando, visitato quel santuario e caduto col suo cavallo nella cisterna dell’atrio, veniva dall’amorosissima madre incontanente sollevato e libero. Là son poi grucce; colà due angeletti su l’altare, mandati da alcuni divoti napoletani; costà votini d’argento, schioppi e palle e  navi e uomini campati dall ‘onde, e alberi infranti e catene, e tabelle, che ci faremmo lunghi minutamente a descrivere ed illustrare. – Il sito poi, l’aere, il mare sottostante, il sorriso delle valli propinque, la quiete profonda di questo santuario, fan proprio ch’ei sia uno dei più grandi e dei più amabili di Sicilia. Se aggiungi infine ch’ei sorge là ove tanti fasti la storia ripete, che una generazione di giganti dorme sotto ai suoi e ai prossimi ruderi, ei ti apparirà di tal maestosa ed arcana bellezza, che non sapremmo ora a penna non che ridire, accennare.

 

2. Don Girolamo Lanza, Fioretti di Naso, a cura di Lucia Sorrenti, Giuffrè Editore, Milano 1995, pag. 56 , stampa di un manoscritto risalente al 1630

L’anno 1598 arrivau un pellegrino nel castello di Capo di Orlando et achianau allo astraco et sonava la brogna, il guardiano ci andau appresso et lo caciava xindendo delli scali. Il guardiano misi li mano alla sua bertula et affirrau una Madonna et retratto della Nuntiata di Trapani. Come foro dentro lo baglio lu eremita o pellegrino corsi tanto che lo guardiano non ci potti tornari la Madonna, la quali matri di deu fu portata alla terra et doppo processionalmente fu portata a Capo di Orlando. Son stati tanti li miracoli che si fici la chesia et è arricchita e ci sta il Cappellano, si ci fa la fera et tutti sti contorni ci ha devotioni, precise li naviganti.

 

3. Antonino Mongitore, Della Sicilia Ricercata, tomo secondo, Palermo 1743, pag. 397

 

Avendo S. Conone della Terra di Naso dell’Ordine di S. Basilio collocata una statuetta di Maria Vergine nella Torre di Capo d’Orlando a 22. d’Ottobre del 1598, stimarono bene i Guardiani della Torre trasferirla alla vicina Terra di Naso. D’allora cominciò la Terra a patire orribili scosse di Terremoto: onde tutti gli Abitanti commossi gridavano, che la Vergine non volea ivi stare, ma dovea trasferirsi al luogo da lei eletto: pertanto si fece risoluzione di restituirla a Capo d’Orlando, e fra tanto si pose, come in deposito in casa d ‘un Nasitano, ove operò non poche maraviglie; dacché si persuasero gli Abitatori doversi contentare, che ivi restasse: ma seguirono quasi ogni otto giorni i Terremoti con terribili scosse, sicché tutti concordemente fecero risoluzione di non più ritenerla. Si fece dunque la traslazione, e cessarono gli scotimenti. Ivi si edificò a suo onore una Chiesa, illustre per li miracoli. Con questo linguaggio parla tal volta il Cielo per essere ben inteso. Scrivon di questi prodigiosi Terremoti il P. Ottavio Gaetano to. 2. SS. Sicul. f. 299. Il P. Massa nella Sicilia in Prospettiva par. I. f. 228. il P. Gio. Nadasi in anno Coelesti par. 4. f. 56. il P. Alberti nelle Meraviglie di Dio in onor della Vergine par. I. cap. 34 f. 286 e D. Pietro Drago nella Vita di S. Cono nella ristampa del 1703 in Palermo a f. 64.

 

 

4. Arc. Antonino Portale, La Città di Naso in Sicilia e il suo illustre figlio S. Cono Abate, Palermo 1938, pag. 127- 148

Intorno alla Madonnina di Capo d’Orlando

 

L’anno 1598, Giovedì, 22 Ottobre, in sul vespro, sulla torre del descritto Capo d ‘Orlando, che appartenne a Naso fino al 25 Giugno 1925, ai fratelli Raffa, Liparoti d ‘origine e guardiani della medesima, appariva – d’improvviso – un vecchio pellegrino dal volto macilente, dagli occhi vivaci, molto amabile nell’aspetto, vestito da Basiliano, che teneva sulle spalle un candido sacchetto, vergato di azzurro.

Questi, presa una buccina, che si trovava sulla torre stessa, che serviva a dare l’allarme agli abitanti del Borgo sottostante nelle frequenti incursioni dei pirati, cominciò a suonarla a più non posso. Lo sgridavano di tanto ardire i Raffa, ma egli, senza punto curarsene, continuava sempre più fortemente a suonare. Se non che, adirato uno dei Raffa, cioè Antonino, cercava d’inseguirlo, ma il pellegrino, prodigiosamente, spariva, lasciando sul suolo il sacchetto, che teneva sopra le spalle. Questo presero subito i fratelli Raffa e, snodatolo, trovarono dentro una cassetta, contenente un piccolissimo simulacro, raffigurante Maria SS., la quale teneva fra le braccia il dolce Bambino Gesù, che, amorosamente, la contemplava in viso, mentre con le manine le scherzava sul vergineo seno. Piccole, dorate corone cingevano il capo della Madre e del Figlio Divino, mentre, prostrati ai piedi, erano due angeletti di argento, in atto di sostenere colle mani una candela ciascuno.

La cassetta era chiusa da due sportellini, ornati entrambi nell’interno: uno era decorato con la immagine dell’Arcangelo S. Michele e l’altro con quella di S. Francesco di Paola. Il Simulacro della Vergine, malgrado fosse lungo non più che un palmo, era di una bellezza molto chiara ed espressiva da rapire l’anima del devoto contemplatore.

Il Gaetani l’appellava: << Celeste statua, dono divino e di sublime fascino>>. Ed era pure di materia ignota.

Difatti, accurati esperimenti, diligenti osservazioni, eseguiti da tecnici nelle diverse epoche e ripetuti fino ai tempi nostri, non seppero mai stabilirne la natura. Il Gaetani, continuando nell’esame, esclama: Il piccolo Simulacro appare opera soprannaturale anche per la materia di che è composto!. L’Alberti nel Toma I – Cap. 34° dell’opera sua << Meraviglie di Dio>> così si esprime in merito: << Basta dire, a consolazione di tutto il Regno, che il piccolo, vaghissimo simulacro della Vergine è stato recato dal Cielo e che esso è opera di mano angelica. Io, soggiunge ancora egli, l’ho osservato attentissimamente – molte volte – e come tutti gli altri sono stato preso da tal fascino sovrannaturale, da non volermene staccare. Sono trascorsi, conclude, 150 anni, da che esso trovasi esposto alla nostra venerazione ed ancora non s’è potuto esperimentare di qual materia sia composto!>>.

Il piccolo Simulacro della Vergine viene collocato dai Raffa nella propria abitazione

Riavutisi i Raffa dallo stupore, provocato dallo straordinario avvenimento, cominciarono a discutere del misterioso pellegrino, che ritennero fermamente essere stato S. Cono Navacita, la cui effigie essi, più volte, avevano ammirata in Chiesa. Caddero a terra in atto di profonda ammirazione dinanzi al piccolo Simulacro, sfogando l’animo loro con lacrime d’ineffabile tenerezza. Con massima devozione lo collocarono, quindi, nell’umile loro abitazione, sita nel secondo piano della torre.

Caduta la notte, mentre tutto era buio, restavano i Raffa soavemente  abbagliati da un fascio di luce soprannaturale, che emanava dal piccolo, graziosissimo Simulacro.

Il dì seguente, 23 Ottobre, il fratello di Antonino Raffa, un bambino innocente, a nome Andrea, entrando solo nella stanza, dove si trovava esposto il Simulacro, vide questo circondato da una schiera di Angeli in atto di adorazione.

Meravigliato, il bambino, chiamava la cognata Antonia, ma, mentre questa non aveva la fortuna di poter contemplare una tale scena di Paradiso, egli non cessava di fare ad essa la descrizione della visione celeste, della quale continuava a godere. (Vedi Muccione – Lib. 3° – Cap. 6°).

Il Dottor Antonino Piccolo, Prefetto di Capo d’Orlando, venera il Simulacro della Vergine ed ottiene miracolosamente la guarigione dei figli gravemente infermi

La notizia del fatto prodigioso, svoltosi sul Promontorio d’Orlando, si diffuse d’un tratto. La Domenica susseguente, giorno 25 Ottobre, il Dottor Antonino Piccolo, Prefetto della stessa terra d’Orlando, si mosse da Naso, dove abitava, per ammirare, personalmente, in quel Castello, il celeste Simulacro. Dinanzi a questo si sente egli più che mai animato da fede ardente e, cadendo in ginocchio, prega: Ha due figli, i soli che gli rimangono, prossimi a morire. Fra le lacrime più infuocate li raccomanda alla Vergine, ed – oh prodigio ineffabile ! In quello istante essi riacquistavano mirabilmente la sanità. La sera del medesimo giorno, difatti, andavano, vispi ed allegri, ad incontrare il padre, reduce da Capo d ‘Orlando.

Nessuna traccia del male letale, che tanto li aveva angustiati, rimaneva in loro.

Pazzo di gioia, con l’animo esuberante di gratitudine, il giorno appresso, 26 Ottobre, accompagnato da dodici soldati, torna di nuovo il Piccolo a Capo d’Orlando per chiedere il prodigioso Simulacro, che vuole portare a casa sua per farlo venerare dai miracolati. I Raffa, sebbene dipendano da lui, si negano. Il Piccolo, però, li supplica con le lacrime agli occhi, promettendo – con giuramento – di restituire la miracolosa statuetta dopo pochissimi giorni.

Il prodigioso Simulacro viene portato a Naso, nella casa Piccolo.

Dopo essere stati assicurati – ripetute volte – della restituzione del prodigioso Simulacro della Vergine, lo cedevano, alfine, i Raffa, con vivissime raccomandazioni, al Prefetto Antonino Piccolo. Costui, poiché doveva soffermarsi a Capo d ‘Orlando per affari improrogabili, inerenti al proprio ufficio, ispirato, forse, dal Cielo, avvolgeva bene la cassetta, entro cui era posta la preziosa statuetta, e l’affidava, senza far nulla comprendere del contenuto, ad un suo fedele e devoto servitore: Va subito, gli diceva, a Naso a portare, con la massima cura e diligenza, quest’involto a mia moglie !

Si partì immantinente quel buon servo, il quale aveva il braccio sinistro completamente paralizzato dalla nascita. Lungo la via, però, attraversando la contrada Maina, presso quel sito, dove oggi esiste il fonte d’acqua viva, si fermava per riposare un tantino. Nel sedere su d’un piccolo rialzo, spinge con la destra delicatamente il descritto involto, che gli sfiora la sinistra immobilizzata. Nell’istante stesso sente scorrere il sangue per le vene, attraverso il braccio paralizzato, e questo muove, agita, solleva… Miracolo! Lo sente risanato, rinvigorito, guarito completamente. E, senza saperne dare a sè stesso spiegazione, corre… Giunge, alfine alla Casa Piccolo. Non può, per la profonda emozione, profferir parola, ma agita sempre più il braccio sinistro, facendo meravigliare tutti quanti ne conoscevano la completa infermità ed immobilità.

Consegna l’involto alla padrona, signora Delfina Lanza. Questa lo svolge e, quando vede dinanzi a sé la delicata statuetta della Vergine, cade in ginocchio, versando le lacrime della più ineffabile tenerezza. Aveva essa nel mattino del giorno precedente constatato il prodigio, operato sui figli morenti, ora ne esperimenta un altro, quello cioè, operato sul servo !Imprimendo baci infocati sul vaghissimo Simulacro, fra gridi di giubilo, lo porta per le varie stanze della casa e lo espone, quindi, in mezzo a fiori accesi, nel salotto.

Un raggio di luce di paradiso, apportatore di grazie e di benedizioni, splende nella Casa Piccolo, la quale diviene Santuario. Con profondo raccoglimento e sentita devozione turbe immensi di fedeli invadono quella casa per sfogare i loro affetti, per manifestare i loro bisogni, le loro ansietà ed ambascie, per implorare grazie e benedizioni e per rendere omaggio a Maria.

Il Piccolo, a testimoniare la sua riconoscenza alla Vergine, fece dipingere un quadretto, che poneva nel Santuario di Capo d ‘Orlando.

Su di esso veniva impressa la seguente iscrizione latina:

 

DIVINAE PARENTI

QUOD

PER SIMULACRUM

A S. CANONE AD ORLANDUM  PROMONTORIUM

COELITUS DELATUM

HISQUE IN AEDIBUS EODEM ANNO 1598

HEBDOMADA DETENTUM

IOANNEM IACOBUM ET CORNELIAM

ANTONINI PICCOLO U. IURIS DOCTORIS ET DELPHINAE LANCEA FILIOS

MORTI PROXIMOS

ET FAMULUM AB UTERO MONCUM

REPENTE CURAVIT

TOTAMQUE FAMILIAM AUXERIT BENEFICIIS

PERENNE GRATI ANIMI MONUMENTUM

Spiegazione:

Alla Divina Madre

Che pel Simulacro

Dal Ciel sul Promontorio di Orlando

Per San Conone recato

Nella propria casa in quell’anno medesimo 1598

Una settimana tenuto

Gian Giacomo e Cornelia

Di Antonino Piccolo Giureconsulto e Delfina Lanza  figli

A morte vicini

Col servo sin dalla nascita mutilato

Subitamente risanò

E tutta la famiglia di grazie arricchì

Questo monumento del grato animo

Posero.

Il Simulacro della Vergine viene portato nella casa Raffa,

sita in Naso, dove opera strepitosi prodigi

 

La Casa Piccolo, ch’è quella stessa, che sorge oggi in Piazza Dante, abitata dalla famiglia Giuffrè, era divenuta il termine di continue peregrinazioni.

Pei tanti segnalati benefici, esperimentati in quei giorni, intendeva il Piccolo che la Madonna chiaramente dimostrasse di voler restare nella casa di lui, laonde pensava di non doverla più restituire ai Raffa. Costoro, però, essendo appena spirato il termine stabilito, correvan solleciti a Naso. Ma quale non fu la loro sorpresa, quando il Piccolo ad essi medesimi espresse il proprio pensiero! Furon lacrime amare e proteste umili, ma vivissime !… Tutto, però, sarebbe riuscito  vano, se proprio, in quei giorni non si fossero succeduti, a brevissima distanza, degli spaventevoli tremuoti, i quali furon allora da tutti giudicati voce tremenda, monito grave del Cielo, che reclamava la restituzione del prodigioso Simulacro alla Torre di Capo d’Orlando. Il Piccolo, fortemente scosso ed impressionato da tali sinistri eventi, si determinava, in fine, a consegnare il venerato Simulacro ai Raffa, dopo di averlo trattenuto una settimana intera, in casa sua. Brillavano di gioia ineffabile questi ultimi e, appena ritornata a loro la preziosa statuetta, solleciti, in quella sera stessa del 1° Novembre 1598, la trasportavano nella casa di abitazione, che pur possedevano in Naso, nella vicinanza di Porta Nuova, per restituirla poi al loro stabile domicilio di Capo d ‘Orlando.

Fervevano già i preparativi per rendere solennissime manifestazioni di fede e di amore alla Vergine Benefica nel suo ritorno alla Torre di Orlando, quando si avverava un nuovo strepitoso prodigio. Questo commovendo ancor di più i Nasitani, li impressionava talmente da credere essi fermamente che la Madre Divina dava segno sicuro, col ripetere dei miracoli, di voler restare a Naso, laonde, rimanendone, di nuovo afflitti i Raffa, ne proibivano la progettata traslazione in Capo d ‘Orlando. Giovanni Iberti, Nasitano, falegname, mentre lavorava sulla coperta della Chiesa dei Padri Osservanti, ebbe la disgrazia di precipitare da notevole altezza. Raccolto a terra privo di sensi e tutto pesto, fu giudicato dai medici, accorsi sul luogo, in pericolo imminente di vita per commozione interna.

Pazzi di dolore, la desolata moglie e i figli non permisero che l’infelice morente venisse condotto a casa, ma, fattolo adagiare su d’una barella, animati dalla più viva fede, si accinsero essi medesimi a trasportarlo ai piedi del miracoloso Simulacro di Maria, nella casa Raffa.

Scena veramente commovente! Quivi, giunti, seguiti da immensa turba, imploravano pietà con grida strazianti, con lacrime copiosissime e con preghiere infocate, che, alfine, commossero il Cuore della Madre Celeste. Spalancava il morente, ad un tratto gli occhi, si sollevava dalla barella, spingeva in alto, verso la Vergine, le proprie mani e gridava: << Viva Maria >>.

Il grande prodigio era stato già operato ! L ‘Iberti era del tutto risanato!

Dinanzi a tale miracolo, il popolo si abbandonava alla più delirante manifestazione di fede, mentre stabiliva concordemente, come sopra s’è fatto cenno, che il portentoso Simulacro della Vergine dovesse rimanere a Naso per non essere privata questa di un tanto tesoro celestiale.

La Vergine viene trasportata con grande manifestazione di fede nella Parrocchia di S. Pietro dei Latini, dove continua  ad operare strepitosi prodigi.

Essendo stato stabilito dalla concorde volontà del popolo, come avanti s’è fatto cenno, che il prodigioso simulacro della Vergine dovesse restare in Naso, a custodia e conforto del paese, che sempre più beneficiava con grandiosi e splendidi miracoli, si pensava di esporre il medesimo in luogo degno. I Raffa ne furono da principio inconsolabili, ma si acquietarono poi, approvando quasi quasi il desiderio dei Nasitani per il fatto che questi ultimi erano riusciti a far loro comprendere che non era affatto conveniente che un sì prodigioso Simulacro dovesse riscuotere venerazione in una misera abitazione, qual’era quella, che offriva la Torre di Orlando. Se ne faceva ricorso all’Arciprete del tempo, Don Giovanni Vallerano. Questi decretava che il santo Simulacro avesse culto in Chiesa e all’uopo sceglieva, invece che la Matrice, come di obbligo, la Parrocchia di San Pietro, verso la quale, come già ci è noto, egli aveva tanta predilezione.

Al suono festoso di tutte le campane della città, coll’intervento del Clero secolare e regolare, delle Confraternite e di tutto il popolo, lo stesso Arciprete, vestito degli abiti sacri, trasportava il Celeste Simulacro dalla casa dei Raffa alla detta Parrocchia.

Anche qui la Vergine non cessò di operare prodigi.

Fra i moltissimi, uno solo se ne, riferisce per amore di brevità:

Domenico Vorrelli, paralizzato, da molto tempo, nella metà del corpo, era costretto a rimanere continuamente a letto.

Uditi gli strepitosi miracoli, operati in quei giorni da Maria SS., chiese ed ottenne di venire trasportato dai suoi parenti alla Parrocchia di S. Pietro. Quivi giunto, dinanzi all’altare, su cui stava esposto il venerato Simulacro, si anima ancora maggiormente di fede. Fissa con occhi piangenti la Vergine, vuol parlare, vuol pregare a voce alta, ma non può. Un nodo gli lega la gola, quando, ad un tratto, fa uno sforzo, muove le labbra e grida a più non posso: Maria! Maria!… Una virtù nuova sente scorrere per le atrofizzate sue membra. Spinge, istintivamente, in avanti un piede e poi l’altro… Egli si muove, riesce a camminare da solo, liberamente e senza stento alcuno. Miracolo! Miracolo! Le arcate volte del tempio maestoso echeggiano di un grido formidabile, che erompe dai petti di mille devoti, lì raccolti: << Viva, viva Maria !>>.    

Però, questo tripudio di animi e di cuori beneficati, queste sovrane consolazioni, questi conforti dello spirito, prodotti da tanti splendidi e segnalati prodigi, venivano, di tratto in tratto, turbati dalla continuazione di tremende scosse telluriche.

San Cono Navacita, con una seconda e terza apparizione,

ordina che il Simulacro della Vergine venga riportato a Capo d ‘Orlando.

Quantunque il popolo di Naso, sbigottito pei terremoti, che, come abbiamo accennato, si succedevano quasi senza tregua, pensasse di dover restituire il prodigioso Simulacro della Vergine a Capo d ‘Orlando, pure non riusciva ad effettuare tanto, perché non sentiva la forza di privarsi di un tale venerato tesoro.

Il dì 12 Febbraio di quel medesimo anno 1599, sulla Torre d’Orlando, come già la prima volta, nelle sembianze di pietoso pellegrino, riappariva d’improvviso ai Raffa S. Cono Navacita:

<< Voglio, egli dice a loro, con accento dolce, ma risoluto, voglio che qui si veneri la Madonnina, che già ho portato. Per Essa si edifichi un Santuario su questo medesimo suolo!.. Dette tali parole, spariva…

Si recavano subito a Naso i Raffa per denunziare la nuova apparizione. Di tanto si dava partecipazione al Conte Girolamo Ioppolo, dimorante a Messina. Conferiva questi con quell’Arcivescovo, Mons. Velardi della Conca, dal quale otteneva la debita licenza per l’erezione del Santuario sulla Collina di Capo d’Orlando. Nel porre, però, mano a tale opera, sorgeva serio litigio nel popolo: V ‘eran di quelli, che volevano il sacro edificio venisse fabbricato in modo d’avere il prospetto di fronte al mare e v’erano ancora degli altri, che lo volevano nella parte opposta.

Fu sì vivo ed insistente il dissenso, da venire sospeso, per ragioni  di prudenza, ogni lavoro nell’attesa di poter raggiungere un accordo dalle parti contendenti. A togliere ogni controversia, però, appariva, ancora una volta, ai Raffa, il dì 12 Maggio 1600, nell’atrio del Castello di Capo d’Orlando, S. Cono Navacita. Rivolgendosi a costoro, indicava chiaramente il sito, sul quale doveva elevarsi il Santuario, disponendovi tre pietre a determinare i confini.

La notizia di questa terza apparizione si divulga – in un baleno –  da per tutto. L’Arciprete di Naso, Don Giovanni Vallerano, a perpetua memoria, redigeva, secondo le norme dei Sacri Canoni, un vero processo, descrivendo minutamente tali straordinari avvenimenti, che documentava con le testimonianze giurate dei Raffa e di altre persone degne di fede. Sì fatto processo giuridico faceva egli presentare dal suddetto Conte di Naso, Girolamo Ioppolo, al sullodato Arcivescovo di Messina, Mons. Francesco Velardi della Conca, il quale dava conferma all’ordine, già emesso, di fabbricare il Santuario in onore della Vergine, in cima alla Collina di Capo d ‘Orlando e nel sito stesso, che, giusta la documentata apparizione, aveva designato S. Cono Navacita.

Il medesimo Conte Ioppolo si recava, quindi, in Capo d’Orlando, dove dava ordine di ridurre in miglior forma il Castello. Disponeva nel contempo l’inizio della fabbrica del Santuario.

L’Arciprete Vallerano, con grande solennità e con enorme concorso di popolo, ne poneva, a fondamento, le prime pietre, che furono quelle stesse, lasciate da S. Cono, come segnacoli.

Sorgeva, in tal modo, il Santuario in cima alla collina di Capo d ‘Orlando, la quale – da allora – acquistava nuova rinomanza, divenendo anche termine di continue, devote peregrinazioni attraverso i secoli.

Il Conte Piccolo per una tale opera profondeva generosamente del suo. Così faceva l’Arciprete su menzionato, in nome della Madre Chiesa di Naso. Vi concorreva pure il popolo.

In una gara mirabile, adunque, e con un entusiasmo sublime, veniva da tutti realizzato quanto aveva richiesto S. Cono per la divina protezione sul mare, che bagnava la terra di Naso, patria sua diletta.

Il prodigioso Simulacro di Maria è riportato a Capo d’Orlando con solennissima processione

 

Eran quasi trascorsi due anni da che il mirabile Simulacro di Maria si trovava in Naso, quando sebbene con vero accoramento, si venne da tutti nella determinazione di restituirlo alla Collina di Capo d ‘Orlando.

L’Arciprete Vallerano, da noi già ricordato, lanciava caloroso invito al Clero secolare e regolare, alle Confraternite, al popolo della Città, perché si disponessero e render solenne omaggio al prodigioso Simulacro di Maria nel dì 22 Ottobre di quel medesimo anno 1600, coll’accompagnarlo tutti quanti in devota e raccolta processione al proprio Santuario, che da poco tempo era stato eretto sul detto Colle. Stabiliva egli la data del 22 Ottobre perché appunto tale giorno, nell’anno 1598, S. Cono Navacita aveva portato, come abbiamo descritto, il piccolo Simulacro, consegnandolo ai Raffa.

Senza distinzione di sorta, si preparavano tutti, con vero entusiasmo, alla grande manifestazione di fede. Il Capitan d’Armi di Naso raccolse i suoi 300 militi, sparsi nelle vicine terre, a lui soggette, e dispose che anch’essi, sotto la Bandiera Reale, posseduta dalla Città di Naso, accompagnassero la Divina Madre.

Spuntava, intanto, radiosa l’alba del 22 Ottobre. Le campane di tutte le Chiese di Naso suonavano a distesa, mentre dalla Parrocchia di S. Pietro muoveva imponente processione, costituita dalle numerose Confraternite, dai sodalizi e dalle locali associazioni con insegne proprie, dalla Milizia provinciale, dagli Ordini Religiosi, dal Clero – al completo – e da un mare di immenso popolo. L’Arciprete Giovanni Vallerano, rivestito di splendidi paramenti sacri, portava il prodigioso Simulacro fra l’esultanza del popolo, che non  si stancava d’acclamare la Dolcissima Mamma Divina.

Lungo il tragitto << Naso – Capo d ‘Orlando >> erano stati eretti degli altarini, uno dei quali bellissimo nel Borgo Bazia. Il Conte Girolamo Ioppolo, coi gentiluomini di Corte, coi Cavalieri e col Conte di S. Marco, era ad attendere la processione sul colle, detto: << Trabucco >>, elevantesi nella prossimità del Porto Agatirio. Quivi era pure ad attendere un’immensa folla, venuta – per terra e per mare – da ogni parte della Sicilia e delle Calabrie.

Dal sito, volgarmente detto: << Portella >>, fu stupendo, meraviglioso contemplare le chine e le balze pietrose della Collina, su cui s’eleva il Santuario, rivestite tutte dall’alto al basso da foltissime selve, già preparate dai Nasitani con alberi giganteschi, estirpati dalle limitrofe campagne e disposti lassù con molto gusto… Una scena così grandiosa e uno spettacolo di fede e d’amore così solenne, così completo e pieno di entusiasmo e di commozione, non s’erano, a memoria d’uomo, mai veduti a Naso ed in Capo d ‘Orlando…

Erano ben oltre ventimila persone, dice il cronista, che rendevano il più sentito omaggio alla Vergine.

In così grande e generale tripudio di animi e di cuori, giungeva, al fine, il prodigioso Simulacro al Santuario. Quivi veniva devotamente collocato sull’Altare Maggiore, dentro una nicchia di pietra, adornata con fregi d’oro e munita di valida inferriata…

Umili e riverenti, si prostravano, allora, ai piedi della Vergine, il Conte di S. Marco, il quale offriva un lampadario d’argento su cui erano scolpite le armi del suo Casato, il Conte Girolamo Ioppolo, che faceva omaggio di altri due lampadari in argento, portanti lo stemma di famiglia, e Carlo Giudice da Tortorici, che donava un ricco calice, pure d’argento.

Fu quello, invero, un giorno di luce, di fede e d’amore per Naso. A Capo d’Orlando, in memoria di esso, s’istituiva solennissima festività, che si celebra il 22 Ottobre d’ogni anno, con fiera e mercato. Questa è divenuta sempre più importante e ai giorni nostri riesce animatissima per il grande concorso dei forestieri.

Dopo non molto tempo, si pensò di erigere nel medesimo Santuario un altare al Patrono S. Cono per ricordare in perpetuo le mirabili apparizioni di lui in quel luogo. Si dipinse su d’una tela il Santo Abate in atto di ricevere dall’Augustissima Trinità il piccolo Simulacro della Divina Madre. Questa tela esiste tuttavia ed è esposta sullo stesso altare, che sorge nel lato sinistro della Chiesa.

 

Prodigi operati dalla Vergine SS. di Capo d’Orlando

 

L’anno 1628, Placido Cottone, Conte di Galati, dopo essere stato catturato nell’arcipelago Greco dai Turchi, veniva prodigiosamente liberato dalla Vergine SS. di Capo d’Orlando, alla quale egli, con tutto l’ardore di fede, aveva fatto ricorso. In rendimento di grazie, deponeva ai piedi di Maria quelle pesanti catene, con cui era stato legato nella sua prigionia [3].

Il Viceré di Sicilia, Pietro Giron, Duca d ‘Ossuna, trovandosi a passare per Capo d’Orlando, sentì vivo il desiderio di ammirare e venerare quel prodigioso Simulacro della Vergine, di cui aveva udito tanto parlare. Egli, pertanto, ascese il sacro Monte e stava per attraversare l’atrio del Castello per penetrare nel Santuario, quando il focoso destriero, che montava, ponendo le zampe sull’orlo della grande cisterna, che allora esisteva in mezzo all’atrio stesso, vi sfondava, precipitando dentro. Un grido di terrore eruppe dal petto dei numerosi circostanti, che invocavan, quindi, in aiuto Maria. Prodigio veramente grande! Si fermava subito in aria il cavallo e, invece di andare a sfracellarsi in fondo al pozzo, si slanciava in su, riuscendo ad uscirne fuori, incolume col Principe stesso. Costui, riconoscendo la sua liberazione un vero, straordinario miracolo, si effondeva in lacrime a pie’ del Celeste Simulacro.

Ritornato, poi, in Palermo, a manifestare la sua immensa gratitudine, faceva eseguire un grande lampadario in argento, adornato con le sue armi, che inviava al Santuario di Capo d’Orlando.

Tale dono continua oggi a testimoniare lo strepitoso prodigio alle innumerevoli turbe di fedeli, peregrinanti in quel luogo celebre e sacro. Inoltre, il medesimo Principe faceva dipingere in Palermo su grande tela l’immagine della Vergine SS. di Capo d’Orlando, in mezzo a Santa Rosalia e a S. Barbara, con piè la stessa sua effigie, posta in atto supplice e decorata col Teson d’oro. Questa tela inviava pure al Santuario da Capo d’Orlando, dove tuttavia si trova esposta su apposito altare nella cappella a sinistra. Coll’andar del tempo, molti dei fedeli, sconoscendo l’origine vera, prestarono venerazione anche alla descritta effigie del Principe, credendo ch’essa raffigurasse S. Ottavio.

Altri splendidi miracoli, operati dalla medesima Vergine, si trovano ancora registrati e documentati.

Di questi ci parlan eloquentemente quei quadri votivi, che, a perpetua riconoscenza, pendono dalle pareti del vetusto Santuario, quelle barche dipinte, quelle navi in tempesta, salvate miracolosamente, quegli ex voto innumerevoli…

Quel Santuario, poi, è divenuto celebre; esso è salutato come stella dei naviganti, che, fra le onde spumanti del mare irato, alla Bianca Regina rivolgono, fidenti, il pensiero, come alla consolazione degli affitti, che, lì, in quella mistica quiete, sfogano le ambascie del loro animo affranto; come il soggiorno delle purissime gioie, allietate dal sorriso soave della Madonnina del Navacita.

Amministrazione del Santuario ed altri prodigi

La Chiesa Madre di Naso, a cui apparteneva il Santuario di Capo d’Orlando, ebbe sempre grandissima cura di esso. Fin dall’erezione, gli Arcipreti pro tempore lo provvidero dei mezzi necessari, onde venisse convenientemente ufficiato. Ne destinavano al servizio permanente due cappellani. A costoro davano pure l’obbligo di annotare scrupolosamente quei portenti, attraverso la veridica testimonianza dei fedeli beneficiati.

Il Rev. Sac. Antonio Vitale, che, per 45 anni, fu Cappellano del Santuario, invia all’Arciprete del suo tempo un lungo elenco di tali prodigi di cui, per amor di brevità, si riportano qui, soltanto, i due seguenti:

Nell’anno 1735 veniva sorpreso da furiosa tempesta nelle acque di Capo d ‘Orlando un bastimento francese. Il pilota, disperando di salvarlo, die’ subito ordine ai marinai e ai passeggeri di prender posto nelle scialuppe, che, sollecitatamente, aveva fatto gettare in mare.

Fu un momento di vero panico! Per la grande confusione, non si pensò da alcuno che nello stesso bastimento si trovava un povero marinaio, gravemente infermo, il quale non si poteva muovere. Questi, rimasto solo, abbandonato sulla nave, che già andava a picco, si riteneva inesorabilmente perduto, quando, d’un tratto, sollevando lo sguardo, scorse la collina del Santuario di Maria… Un raggio di speranza lo invase! Piangendo, si raccomandò alla vergine… Miracolo! Cessavan i venti, si riabbonacciavano le acque… Egli veniva salvato! Guarito pure istantaneamente del male fisico, da cui era affetto, saliva al Santuario per ringraziare la Madonna. Faceva, quindi, riprodurre il grande prodigio su d’un quadretto, che donava al Santuario stesso, per venire esposto come attestato di perenne gratitudine.

Francesco Piraino fu sorpreso una notte da furioso, tremendo temporale, mentre si trova nelle acque di Capo d’Orlando, sulla sua barca. Poiché questa veniva sbattuta a destra e a sinistra, senza posa, come un sughero, egli, anche per la densa caligine, da cui era resa più tetra ed orrida quella notte tempestosa, non sapeva più raccapezzarsi, né riusciva, in modo alcuno, malgrado i suoi sforzi, a comprender in qual punto si trovasse.

Smarrito, invocò Maria SS. di Capo d’Orlando, quando, d’un tratto, vide brillare in alto una luce, come un faro luminosissimo. Quella luce, che diradava mirabilmente le tenebre, lo fece subito orizzontare… Vide di trovarsi a pie’ del Colle benedetto e, allora, ansioso, sollevò lo sguardo al Santuario. Profondamente commosso, piangeva, invocando col cuore aiuto.

Guidato quasi da virtù sovrannaturale, riusciva ad entrare felicemente nel vicino porto.

Feste centenarie in onore di Maria SS. di Capo d’Orlando

 

L’anno 1900, ricorrendo il terzo centenario della solenne traslazione del Simulacro di Maria da Naso a Capo d’Orlando, l’Arciprete Giuseppe Gaetano Lo Sardo ordinava un pellegrinaggio. Questo, in sul far del giorno 21 Ottobre, vigilia della festa annuale, muoveva dalla Madre Chiesa, in forma veramente grandiosa e imponente, al suono di tutte le campane ed al canto delle Litanie Lauretane. Partecipavano le locali Confraternite, vestite di sacco, il Clero completo e un’immensa folla di popolo, per non dire l’intero paese. Il magnifico corteo faceva la prima sosta nella Borgata Bazia, dove ancora un gran numero di fedeli ad esso si aggiungeva. Giunto, tra preci e cantici, dinanzi la Chiesa rurale di Maria Santissima del Buon Consiglio, nella contrada Cresta, dovette per un pezzo fermarsi. Era un’altra folla straordinaria, appartenente a quella medesima contrada e alle limitrofe, che, reggimentata, con vero fervore, dal Sacerdote Francesco Crimi, ordinatamente e con profonda devozione, si univa all’interminabile e non mai visto corteo. Dinanzi alle Chiesette rurali di Maina e di Santa Domenica, lungo il percorso, avvenivano nuove soste, mentre nuove masse di popolo orante si univa allo stesso pellegrinaggio. Quando si fu a Capo d ‘Orlando, a pie’ del sacro Colle, si dovette stentare per un buon pezzo a disporre l’ordine di sfilata per la salita.

Quanti cantici! Quanti inni! Quante acclamazioni all’indirizzo di Maria! Furon quelle ore di vero, indicibile entusiasmo. Si dovette celebrare all’aperto, in cima al monte stesso, dinanzi al Santuario, su d’improvvisato altare, diverse sante Messe, l’una dopo l’altra, per dare modo al popolo, che si avvicendava in gran turba, di ascoltarle.

Non si poté allora tener conto delle S. Comunioni. Basta soltanto dire che non vi fu persona, che partecipò al grandioso pellegrinaggio, la quale non fosse accostata alla Mensa Eucaristica.

In tutti gli anni, per la festa del 22 Ottobre, non mancava mai l’Arciprete di Naso, sempre vigile custode del Santuario, di recarsi al medesimo, conducendovi con sé il proprio clero per render il più largo omaggio a Maria SS. E per svolgere ivi, con tutto il fasto e la solennità, le rituali funzioni.

5. Arc. Antonino Portale, Devoto Omaggio a Maria SS. di Capo d’Orlando da Cenni sulla vita di S. Cono, Palermo 1936, ristampa dell’edizione del 1917, pagg. 135-157

A TE

AUGUSTA REGINA DI CAPO D ‘ORLANDO

QUESTO FIORELLINO D ‘AFFETTO E GRATITUDINE

OFFRO

PERCHE’ IL CUOR MIO CANTANDO TUE LODI

PROVI LE DOLCEZZE DEL MATERNO TUO RISO

L ‘EGIDA AMOROSA DEL TUO STELLATO MANTO

 

Orazioni in onore di Maria SS. di Capo d ‘Orlando

 

Anche in onore di Maria SS. di Capo d’Orlando, la cui prodigiosa Statuetta, come già abbiamo visto, fu portata dal Cielo dal Glorioso S. Cono Navacita sul Colle storico, l’Arciprete Portale Antonino, prestando servizio militare, l’anno 1918, componeva e pubblicava in Zona di Guerra, una coroncina di preghiere, che qui riproduciamo in quell’ordine stesso, come furono la prima volta pubblicate in apposito opuscoletto.

Patti, 24-X-1919

 

Gentilissimo amico,

Cara, affettuosa, irrompente da un cuore sincero la coroncina e bellissimo l’inno in onore di Maria SS. di Capo d ‘Orlando.

Ringrazio commosso per il delicato pensiero ed accetto il dono prezioso. Amo così le preghiere della chiesa: semplici e snelle, voce serena dello spirito buono. E quando tali fiori spuntano da anime sacerdotali, buone e onorande, io le recito con vera gioia del cuore, con affetto riverente.

Ella ha colmato una piccola lacuna avvertita; piccola e grande, veramente, in conciliazione dialettica.

Gradisca le mie felicitazioni; le serberò poi viva riconoscenza per il dono grazioso e gentile, e mi tenga per il più sincero dei suoi amici, e prego tanto per me.

Suo aff. mo e dev. mo confratello in Cristo Gesù

P. GIUSTINO FILITI, Cappuccino

Reverendo

Sac. te Antonino Portale Crimi

Naso

Tortorici, 2-V-1921

La coroncina alla Madonna di Capo d ‘Orlando m’è sembrata un fiore aulente e bello, ch ‘effende soavissimo profumo d ‘affetti delicati, di pensieri nobilissimi alla più Bella, alla più Pura tra tutte le creature.

PARASILITI SAC. SEBASTIANO

Rev. mo Signore

Sac. Portale Antonino

Naso

 

Ai lettori miei concittadini

 

Io non credo ci sia alcuno nella nostra Provincia ed anche fuori, che ignori la miracolosa statuetta di Maria, la quale si venera nel tanto celebrato Santuario di Capo d ‘Orlando.

Fin da quel giorno, in cui il Navacita, onor della Chiesa e gemma preziosa di nostra stirpe, giusta la tradizione, ce ne fece regalo in persona dei fratelli Raffa, la graziosa chiesuola è stata meta di numerosi, ininterrotti pellegrinaggi, i quali si accentuano, in special maniera, il 22 Ottobre d’ogni anno, destinato ab antiquo alla Sua festa.

Impossibile descrivere i voti, le sante effusioni dello spirito, le pie manifestazioni di fede in tali occasioni ! Chi li vide, poté, senza dubbio, constatare una delle mille prove della credibilità di nostra Religione, una delle manifestazioni del soprannaturale fra gli uomini. Però in queste circostanze non tutti i pellegrini sono in grado di formulare, diciam così, ordinatamente, i loro pii sentimenti.

Bene spesso s ‘esprimono essi in quell ‘arruffio e disordine d’una fede sentita, sì, ma tradizionale, non perciò meno accetta al Trono di Colei, che, alle manifestazioni ai Suoi piedi, una sola condizione pone: L’amore!

Per riparare il difetto di costoro e per soddisfare il desiderio di molte anime pie, che me ne avevano fatto richiesta, io ardisco presentare questa Coroncina.

Quando la scrissi, per ineluttabile necessità del momento, non vestivo l’abito sacerdotale e quaggiù, nella bell’Isola del Sole, come qua e là Penisola, infuriava un morbo strano, che mieteva vittime a migliaia. La coroncina, pertanto, rifletto uno stato particolare dell’anima mia ed un altro generale per la tristissima condizione, in cui ci siamo trovati.

In tale caso, naturale doveva essere il voto a Maria, a favore della pace, e giustizia, nel quale è incluso il voto per la grandezza e l’onor della Patria, sempre protetta dalla Vergine Pia, e non men naturale il voto per la liberazione sollecita e totale del flagello, che ne affligge e pel quale s’è quadruplicato il lutto di mille famiglie.

So bene che cosiffatte pratiche di pietà destano, se non la rabbia, certo il buon umore di tanti, pei quali gli svariati flagelli, che affliggono l’umanità, non sono la voce di Dio, ma l’eco inesorabile d’un

 

<<…poter, che ascoso

a comun danno impera>>.

 

Per costoro non è la mia coroncina.

E’ invece per voi, anime pie, alle quali i falsi bagliori d’un progresso, che distrugge ed uccide, non hanno oscurato i puri, raggi della Fede avita, che spiega l’enigma della vita umana e che vivifica ed ingentilisce il costume.

Voi tutte della tenue mia fatica, null’altro io desidero, se non ciò che la pia Madre di S. Agostino, sul letto di morte, desiderò dal figlio.

 

<< Ad altare Ejus memineris mei ! >>.

 

Zona di guerra, il dì della Natività di Maria 1918

Sac. PORTALE ANTONINO

 

CORONCINA

I.

O Augusta Regina di Capo d’Orlando, che, in mezzo all’infuriare della tempesta e di lotte, hai voluto eleggere per tua dimora la sommità di un colle, cotanto celebrato nella Storia degli avi nostri, per dimostrare ai figli tuoi che sei la vera stella del mare irato, che i naviganti conduce al porto della salvezza, noi, oggi, fidenti, ricorriamo a Te per implorare misericordia.

Ed oh, sì, o Madre dolcissima, vedi in quali angustie noi versiamo !… Il serpe d’abisso, contro cui Dio lanciò l’eterna maledizione, senza posa, ci sibila ai fianchi, il mondo ci tende insidie. La carne ci seduce; mentre le miserie, le sventure, i dolori, a mille a mille, ci circondano e purtroppo ci affliggono.

Ed ahi, dovremo noi, povere e deboli creature, naufragare in tanto procella ?… Chi invocheremo mai ?.. Chi verrà in nostro aiuto ?..

Oh, sì Tu ci sorridi pietosa, o Mamma Divina, dal colle prodigioso, baciato dalle glauche onde del mare e carezzato dai venti perenni. Tu, sì, ti mostri stella fulgidissima nella tenebrosa notte di quest’esilio e stendi a noi, misericordiosa, le mani, imponendo la tranquillità e la quiete alle onde agitate della vita sociale.

Ave e Gloria

Madre di Capo d ‘Orlando, prega per noi !

II.

 

Prostrarti dinanzi al Tuo Trono, o Augusta Signora di Capo d’Orlando, l’anima nostra sente bearsi; dimentica quasi di esser peregrina in questa valle di pianto, e nel sorriso Tuo amoroso trova ineffabilmente quel confronto, che, invano, ansiosa ha cercato nelle creature. Quel vezzoso Bambinello, che soavemente poggia sul Tuo seno, come su trono di misericordia e di clemenza, ci dice che la grazia che noi chiediamo, ci sarà concessa. Oh, sì, o Mamma, o Consolatrice di ogni afflizione, prima che noi Ti avessimo invocato, Tu ci hai compreso ed il nostro desiderio hai già espresso al Tuo Gesù. Oh che dolcezza !… Dunque, dai tuoi piedi noi partiremmo esauditi !… Dunque, sarà, alfine, consolato il mesto cuor nostro !… o Maria… o Mamma Divina !

Ave e Gloria

Madre di Capo d ‘Orlando, prega per noi !

 

III.

Un pensiero, però, ci affligge, o Madre amorosa.

Siam noi Tuoi degni figliuoli ?…Quale mai è stata la vita nostra passate ?… Inorridiamo solo a pensarci.. Quanti peccati ! Quante trafitture, quanti dolori non abbiamo noi arrecato al materno Tuo Cuore e a quello del Divino Tuo Gesù !

E’ vero, purtroppo vero tutto questo, o Mamma, e noi, amaramente gemendo, lo confessiamo ai Tuoi piedi.

Ma non sei Tu rifugio dei peccatori e la Consolatrice degli afflitti ? Oh, sì, ricordati, o piissima Vergine, che non s’è mai udito al mondo che un’anima sola, per quanto colpevole, venuta pentita ai  piedi Tuoi per impetrar misericordia, non abbia trovato aiuto. E noi, sì, ci pentiamo di tutti i nostri peccati e promettiamo d’ora innanzi d’essere tuoi veri devoti. Su, via, dunque, concedi a noi la grazia, che con sospiri ardenti T’imploriamo !

Quel Santo Pellegrino[4], che prodigiosamente ha collocato il Tuo Simulacro sul Colle benedetto, che, tra il mormorio delle onde, al Ciel s’eleva, osannando tua gloria, efficacemente c’inviti ad onorarti.

E noi, sì, o Mamma cara, Ti onoriamo e Te, in tutti i nostri bisogni, dal profondo del cuore, non cesseremo mai dall’invocare.

Ave Gloria

Madre di Capo d ‘Orlando prega per noi !

 

IV.

T’invocheremo, o Madre, a mantenerci sempre sotto l’egida amorosa del Tuo patrocinio e a conservarci in pace, in quella pace serenissima, di chi è feconda l’osservanza della Divina Legge e di cui più intenso abbiam sentito il bisogno fin da quando in questa vecchia Europa scatenavasi la guerra più tremenda, che mai non ha l’uguale registrata la Storia.

Deh, sì, o Vergine pietosa, Tu che accogliesti benigna le infocate lacrime delle madri desolate, delle afflitte spose, Tu, che esaudisti la candida prece degli innocenti bambini, in ansia per la sorte dei loro cari in pericolo; Tu, sì, Regina della Pace, allontana in ogni tempo dall’umanità gli orrori della guerra, e regnino sempre la tranquillità e l’ordine nelle coscienze, nelle famiglie, nella civile società. Regni l’amor tuo nell’Italia nostra, da Te cotanto protetta e beneficata.

Ave e Gloria

Madre di Capo d ‘Orlando, prega per noi !

 

V.

 

Se non che, noi ci miriamo intorno. Ahimè ! di quante lacrime non è causa il maledetto peccato, che pur fra tanta spensieratezza abbiamo commesso ! Tanti sono i mali, che ne circondano, che, purtroppo, non possiamo fare a meno di esclamare: Misericordiae Domini quia non sumus consumpti !

Le miserie, le tribulazioni e le malattie si moltiplicano a straziare la povera umanità, ad ammorbare l’aere, a mietere vittime.

A chi altri far ricorso, o Madre Pia, se non a Te ?

Dispensiera dei tesori della Divina Provvidenza, Consolatrice degli afflitti, salute degli infermi, aiuto dei Cristiani, conforto di quei che soffrono, muoviti a compassione dei figli tuoi. Deh ! Ti supplichiamo, custodisci ognor noi, le nostre famiglie, l’uman genere sotto l’egida del Tuo stellato manto, immuni dai divini flagelli.

Che ciascuno, ritornando dal sacro Tuo monte, riconciliato con Dio, possa, lieto ed esultante, ripetere: Non vi rincorsi invano !

 

Inno

O dell’Eterno Artefice

Madre, figliola e sposa,

Quando sonò di cantici

La valle odorosa,

Quando s’asperse un’anima

Senza parlar di Te ?

Dacché sul Promontorio

Che dicono d ‘Orlando

Ti collocava, o Vergine

Un figliolo venerando,

Qui venne stuol di miseri

Ad implorar mercé.

 

Tuo da quel dì l’imperio

Del sottostante mare,

Se l’onda si fa turgida

E minacciosa appare,

Il marinar sollecito

Alza le mani a Te.

 

Dal Trono tuo benefico

Ai venti tu comandi,

Sullo sconvolto pelago

Immensa pace spandi

Come alle istanti suppliche

Il Tuo Figliolo un dì,

 

Tue son, Maria, l’unanimi

Lodi, son tuoi gli onori,

Tu la virtù dei deboli,

La guida dei migliori,

La porta dell ‘Empirio,

La stella del mattin.

 

Oh, vivi felicissima

Madre del bello amore;

A Te sacriamo l’anima,

A Te sacriamo il cuore,

A Te sacriam la Patria

Nel gaudio e nel dolor !

 

 

Sacellum invisens

Cui titulus: <<Stella Maris>> summo in vertice

Capitis Orlandi prope Naesum erectum

 

Elegiola

 

Vertice in excelso, quem gurgitis unda flagellat

Te, nostri, o Virgo, composuere patres.

Et, merito, nam <<Stella Maris>> si diceris Ipsa,

Ante mare, in summis prospicienda fores.

Hinc Turcae,exitium nostrae telluris et horror,

Arripuere, tua luce micante, fugam

Foedatumque hoste atque infestum furibus aequor

Exiluit, veluti tangeret illud amor

Te spectante, Parens, solvit se navita portu,

Te duce, piscator retia jacit aquis.

Nec mare tempestas  vel stridens miscuit auster,

At semper jussis paruit unda tuis.

Per te tranquillum nos omnes duximus aevum,

Per te subjectum floruit oppidolum.

Ast hoc, cerne, novo nunc sollicitatur ab hoste,

Qui fraudes illi tendit et insidias.

Hoc, ne Turca quidem, crudelior extitit hostis;

Scilicet in lucem Tartarus exeruit.

Nata hominum vesana venus corrumpere mores,

Heu quoque nostrorum corpora commaculat.

Inde patrum discussus honos, discussaque Christi,

Quae dederat nobis gaudia tanta, Fides.

Virtute amissa, quid tunc commercia et aurum

Quidve sophia tibi proderit aut aliud ?

Nec merx, nec numerus, vel frugibus horrea plena,

 

Sed regna atque urbes intima vis statuit.

De nobis iterum, si vis, o Virgo mereri.

Hunc hostem a nostris, quaeso, repelle plagis.

 

 

6. R.P. Ottavio Gaetani, La SS. Vergine Riverita in Sicilia, RAGUAGLI DELLI RITRATTI DELLA SANTISSIMA VERGINE NOSTRA SIGNORA PIU’ CELEBRI CHE SI RIVERISCONO IN VARIE CHIESE NELL’ISOLA DI SICILIA, Palermo 1664, pag. 97-98

Nostra Signora di Capo d ‘Orlando

Ann. 1598.

 

Soprasta un colle nelle spiaggie orientali del mar Tirreno in Sicilia al promontorio anticamente detto Agathyrsum hoggidì da’ paesani Capo d ‘Orlando, ove è collocata una torre di guardia. Quivi à 22. di  Ottobre l’anno 1598. Santo Conone natio della terra di Naso, indi poco distante apparve à guardiani di quella torre, ch’erano all’hora Antonino Raffa, e Giuseppe Pincello, e fuvi anche presente Antonina moglie del Raffa. Era il santo vestito da monaco con occhi molto grandi, e tutto pallido, e scolorito nel viso: il quale havendo velocissimamente circondato, à guisa di baleno, la torre, ripose presso quella una statuetta della Santissima Vergine di maravigliosa bellezza, spirante maestà certamente più che humana, e subito si tolse loro di vista. I guardiani stimando quel luogo indegno di tanto tesoro, portarono alla terra di Naso già detta: & havendo di ciò odore Antonio Picciolo dottor di legge, la volle albergare in casa sua, per haverne da lei quella medicina, che da mano mortale non havea potuto ottenere. Né fallaci furono le speranze: fra pochi giorni ricuperò la sanità un suo figliuolo già abandonato da medici, & il padre conobbe, qual’ altro Abinadab, havere ricevuto in casa sua l’Arca di vera salute. La santa Imagine dopo che si fé conoscere con tal gratia, mostrò evidentissimi segni, che non voleva fermarsi in Naso. Cominciò la terra patire spaventosi terremoti; onde grande fù la turbatione, & il terrore degli habitanti, e però il Conte, padrone di quella, comandò, che l’Imagine si rendesse alli Guardiani di Capo d ‘Orlando, à quali l’havea presentato Conone il santo. Dalla casa dunque d’Antonio la trasportarono alle stanze di Pietro Iberto, onde con maggiore agevolezza si poteva rimandare alla torre. Ma l’Arca del Signore, per dovunque passa sparge la sua benedìttioni, e come dalle fauci della morte tolse il figlio primo albergatore, così hora restituì, al padre d’Iberto l’uso de’ piedi, che per una grave caduta era divenuto già zoppo. Non potè ò la curiosità humana, o la cristiana pietà ritenere molti, che non andassero à venerare in casa d’Iberto la Gloriosa Signora Nostra, i quali, e massimamente l’Arciprete, commossi da nuove gratie che ella concedeva, argomentandosi di non farle cosa ingrata, la condussero con gran festa alla Chiesa di San Pietro, affine di essere ivi meglio, e con maggior convenevolezza riverita: ma la Vergine non assentì; impercioche, mentre cotale sua statua dimorò in Naso, quasi ogni otto giorni era la terra da terribili tremuoti combattuta. Fu di bisogno dunque, che obedissero à tanti, e si manifesti segni, onde conanimo amaro, mà pur obediente, la riportarono à Capo d ‘Orlando.

Nel mese poi sopravegnente di Marzo nella Vigilia à punto della Santissima Nunziata, e nel giorno appresso, che era la festa, si fé vedere Santo Canone, come visitando in giro la torre, & oltre à ciò depose tre pietre nella parte volta à tramontana, quasi con quelle volesse designare il luogo del Tempio, dove conservar si dovesse la Santa Imagine. Quindi il Conte Signore della terra fece ivi fabricare à proprie spese la Chiesa, alla quale con solenne pompa, intervenendovi l’autorità dell’Arcivescovo di Messina, fù dall’Arciprete, Clero, e Popolo tutto, condotta la statua, & in un Tabernacolo di pietra dorato riposta: frequentissimi sono i fedeli à visitarla, né può chi la mira, facilmente indi staccarsi. L’altezza della effigie ( che è appunto la medesima che quella di Trapani) non è se non d’un palmo, la materia, ò sia di cera, ò di altra mistura, conoscere non si può. Sol tanto vi dico, che à tutti pare essere lavoro di mano Angelica, e di vero per gratia della Santissima Vergine mandata à noi dal Cielo.

La festa accompagnata anche con fiera si fa à 22. Ottobre nel qual giorno San Canone comparve la prima volta e donò l’Imagine. Quello, che in fino à qui si è narrato, viene scritto dal predetto Pietro Iberto.

 

7. DAL “GIORNALE DI SICILIA” DEL 14-15 DICEMBRE  1925

Un furto sacrilego a Capo d ‘Orlando

L’esaltazione della fantasia popolare

Messina 14

Giunge notizia da Capo d’Orlando che la notte scorsa ignoti ladri trafugavano dal santuario sito sopra la scogliera che sorge ripida sopra il mare la statuetta della Madonna di Capo d’Orlando, la quale è molto venerata dai marinai di quel comune e dei dintorni di esso, che spesso la invocano in momenti di tempesta pericolosi.

La fantasia popolare che in talune circostanze si esalta immediatamente, ha attribuito la scomparsa della  Madonnina, non ad un furto, ma ad una scomparsa miracolosa: mentre si è assodato che la statuetta preziosa è stata rubata e non si sa quale sia la sorte del piccolo tesoro della cappella e della statuetta stessa che è di valore. Questa misura in altezza 25 centimetri ed è formata di una materia dura ed ignota, tanto che, moltissimi scienziati, malgrado ogni studio non hanno potuto conoscere e stabilirne il metallo.

Sulla Madonnina pesa una antica leggenda: il 22 Ottobre 1598, giorno che fu poi destinato a solennità della Madonnina stessa, sulla Torre che domina Capo d’Orlando, apparve un pellegrino il quale dato mano alla campana che in quel luogo era destinato ad avvertire il popolo in caso di assalto da parte dei pirati o dei negrieri, la fece risuonare, non curandosi degli avvertimenti dei guardiani, per poi sparire, lasciando sulla scala un sacco contenente una piccola cassa col simulacro della Vergine.

La popolazione è costernata e invoca il rintraccio della Madonnina e la punizione dei colpevoli. Le autorità recatesi sul posto hanno iniziato attivissime indagini.

 

 

8. D.S. Alberti, MARAVIGLIE DI DIO, Palermo 1718, Parte I^, cap. 34, pag. 283

“NOSTRA SIGNORA DI CAPO D’ORLANDO”

Opera pubblicata in Palermo, per Francesco Amato 1718.

San Conone venuto dal cielo vi lasciava una piccola Statua della Madre di Dio, e poi ritornatovi, vi disegnava la Chiesa.

Portata nella terra di Naso, opera a pro de’ suoi ospiti alcuni miracoli. A forza di replicati terremoti si fe’ riportare sul Capo d’Orlando. Nuova meraviglia, che opera in grazia de’ divoti.

 

CAPITOLO XXXIV

Nel lito orientale della Sicilia soprastà al mar Tirreno un colle, il quale è in distanza eguale tra le due città principali di questo regno, Palermo e Messina. E’ assai probabile, che quivi appresso fosse stata l’antichissima città di Agatirno, come Tolomeo l’appella, o Agatirso, come la chiama Diodoro, dalla quale il suddetto colle ereditò l’uno e l’altro nome, e può valerci di conferma quello, che di questa città lasciò scritto il Fazello e con lui il Coronelli nel tomo 2° della Biblioteca al n° 724, cioè a dire, che ella avea alla riva del mare un piccol seno, capace di pochi legni, com’è appunto la stazione, che oggi dì si gode questo celebre promontorio. Egli di quella antica città non ne scorge di presso altro, che poche vestigie: anzi di quel piccolo Castello, che in tempo di nostri antichi v’era su la cima col nome di Capo d’Orlando, non ne vede oggi altro, che una torre, che serve di guardia contro a’ corsari. Va’ comunemente nominato Capo d’Orlando, in riguardo di quel prode guerriero francese, appellato Orlando, il quale, al riferire di Goffredo Viterbiense, venne in Sicilia con Carlo Magno.

Su quello Promontorio l’anno 1598 a 22 Ottobre apparve a’ guardiani di detta Torre San Conone, o Cono, come altri lo chiamano, natìo della terra di Naso. Era egli vestito in abito di Monaco Basiliano, e come parve allora a Giuseppe Pincello, ed ad Antonio Raffa, e alla sua moglie Antonina, che pure era presente; avea il Santo gli occhi molto grandi, e il viso assai scolorito, e morto. Attoniti i guardiani non sapevano che si dire, quando il Santo Monaco, aggirata a tondo quella torre con somma velocità, ivi appreso lasciò una statuetta della Madre di Dio, e subitamente disparve. Si appressarono coloro a certificarsi del celeste regalo, e non senza stupore, e contenti riunirono la Statuetta della S.S. Vergine col suo divino Figliuolo in braccio, simile in tutto al Simulacro di lei, che si venera in Trapani, ma all’altezza di un solo palmo, e bella non meno che spirante maestà. Non è gran fatto, che essi non poterono allora divisare in verum modo di qual materia fosse essa composta; mentre ora, dopo 120 anni, non si sa discernere da chi che sia, se sia fatta di cera, ovvero di qual’altra mistura. Basti a consolazione di tutto il Regno il saper di certo, ch’ella ci sia stata recata dal cielo, e che si mostri ben degna d’esser da tutti stimata sublime lavorio di mano Angelica.                    Qui ben si apposero i guardiani, che quel celeste tesoro era stato portato da S. Conone a bene della sua patria: ma perché questa prima apparizione si era tutta passata in silenzio, senza che il Santo avesse loro specificato il luogo, ove ei la voleva; giudicarono di trasportarla da quel di Capo d’Orlando alla vicina terra di Naso. Sul primo entrarvi, mostrò la Vergine di gradire quella condotta, perché Antonio Picciolo, Dottor di Legge, la volle in casa sua, a fin di dar la salute ad un suo figliuolo, ridotto a così malo stato della vita, che i medici già l’avevano abbandonato. E n’ebbe compitamente la grazia, riavutosi perfettamente il figliuolo, per mercé della Madre di Dio. Ma poiché si era data a conoscere a’ terrazzani con questo primo beneficio mostrò, che quella terra non era il luogo elettosi ad abitare. Perciò la terra di Naso incominciò a patire così forti, e spaventevoli scosse di terremoto, che la gente se ne levò a romore, gridando, che la SS. Vergine non voleva rimanersi in Naso, ma gustava di d’essere riportata al luogo dove S. Conone l’avea lasciata. E altrettanto comandò il Conte, padrone di quella terra e a tale effetto furon chiamati i guardiani della Torre di Capo d’Orlando, per rimetterla in lor potere. Frattanto fu recata la Statuetta dalla casa di Antonio Picciolo a quella di Pietro Iberto, donde era più comodo il trasportarla a suo luogo. E beneficio si meritò il suo albergatore, concedendo l’uso de’ piedi al genitore di Pietro, il quale fino a quel dì era stato zoppo a cagione d’una sgraziata caduta. Sparsasi nel popolo la voce di questa feconda grazia, trassero colà i Nasitani a riverire la Vergine, e a domandarle quelle grazie che desideravano. Insomma tanti ne furono di presente beneficiati, che si persuasero tutti, di contentarsi ormai che la Reina del cielo di rimanersi con loro, mentre si dimostrava così benigna in conceder loro ogni forte di grazie. Così l’arciprete col popolo la condusse alla Chiesa di S. Pietro, ove poteva essere meglio trattata, e riverita quella venerabile immagine.                                                                               Ma ci si gabbarono ancora questa volta. Si facevano sentire in Naso quasi ogni otto giorni le orribili scosse di terremoto, con tale sbigottimento, che non vi fu chi osasse di più ritenerla nella loro terra: onde senza dimora fu con tutto decoro e con gran divozione riportata al Capo d’Orlando. Vi fu accolta al principio, come in una piccola cappella, la quale nell’anno appresso divenne una bella chiesa, fabbricatavi dal conte di Naso a sue spese, e vi fu con solenne pompa condotta la celeste Immagine dall’Arciprete col clero e tutto il popolo, coll’autorità  dell’Arcivescovo di Messina, dove ogni anno a 22 Ottobre se ne celebra la solennità anche con una abbondante fiera: essendo tal di assai memorabile, come anniversario della prima apparizione di San Conone in quel luogo. Ma non sono meno memorabili gli altri due giorni dell’anno appresso, quando il medesimo San Conone apparve nella vigilia, e altresì nel dì festivo della SS. Nunziata in quello stesso luogo di prima, e dopo essersi girato intorno alla Torre, vi lasciò, nella parte volta a tramontana, tre pietre, quasi disegnandovi il luogo, dove la Vergine voleva fabbricato il suo tempio. Quivi dentro fu riposta la preziosa statuetta della Madre di Dio in un tabernacolo di pietra, ma ben dorato. Io ve l’ho veduta più volte, e ho confermato con la pruova la lode,  che tanti altri le han data: che chi la rimira, non può agevolmente staccarsene. Scrissero l’istoria di quella rinomata immagine della Vergine tre degni autori della Compagnia di Gesù, come furono il P. Ottavio Cajetano negli “Atti dei Santi della Sicilia” in sul fine, il P. Gumppemberg alla immagine 698 del suo “Atlante Mariano”, e il P. Giovanni Andrea Massa ne “I Promontori di quest’Isola”. A quanto se n’è scritto finora conviene farvi una non piccola giunta delle altre meraviglie operatevi della Madre di Dio in diversi altri tempi. E sia la prima, ch’essendo stato il Capo d ‘Orlando, per lo passato, in quel suo ridotto di piccole navi un infame ricetto di corsali, e di Turchi, i quali quindi uscivano a bella posta ad infettar le vicine terre, o almeno a sorprendervi le feluche, che tutto il dì navigavano da Palermo a Messina: si è costantemente osservato che da quel punto, che la Vergine pigliò stanza ferma in quel Capo, sua gran mercé, non vi si son vedute mai più, né corsali, né Turchi. La qual grazia si legge in una relazione manoscritta che sta esposta in quella chiesa a chi vuol leggerla. Degli altri miracoli poi fatti da questa Gran Signora di Capo d ‘Orlando, si può dire, che siano tanti, che stancherebbero eziandio chi gli udisse narrare. Me ne rimetto alla stessa Chiesa, che è ormai piena di simili memorie significative in pitture, o in altri strumenti appesivi in argomento delle varietà di sì fatte grazie miracolate. Così fu la porta di quella chiesa al di fuori si veggono più catene di ferro, che Placido Cotòne, Comito delle galee di Sicilia nel 1628, venne a presentare alla Vergine, in ringraziamento d’averlo fatto divenir vincitore d’una galeotta turchesca, da cui era stato vinto poc’anzi, nè si specifica altro, che al solo invocar la Madonna di Capo d ‘Orlando vinse i suoi vincitori, e guadagnò la libertà a molti cristiani, che erano stati cattivati dai Turchi. Similmente si veggono appesi due anelli di ferro, che portavano ai piedi due giovani, i quali vennero con corde al collo flaggellandosi sulle nude spalle, in riconoscimento di averli liberati dai turchi. Le crocce appese al muro sono di Antonio Ricciardo, il quale storpiato già per più di un anno, ito a quella chiesa stentatamente, vi si era addormentato sugli scalini dell’altare e al primo destarsi saltò di allegrezza, perché si trovò perfettamente sano. In quella gradetta, o inferriata d’argento che serviva di portata alla nicchia della riverita statuetta, vi era scritto il nome, e il voto di un tal Marraffa di Lipari, il quale vivuto un lungo pezzo accecato degli occhi, al primo entrar nella Chiesa della Madonna di Capo d’Orlando, incautamente gli aprì amendue, e vide tutto quello che v’era dentro con ammirazione dei circostanti su quell’evidente miracolo. La lampada d’argento, ben grande, che vi mantiene acceso il lume con liberalità divota, ella fu regalo del Duca d’Ossuna Vicerè di Sicilia. Questo Duca, nel passare che fece dal Capo d’Orlando, volle salire ad alto per adorare la bella statua della Vergine. Eravi ab antico dinanzi a quella chiesa una pravanda  cisterna, ch’avea la sua ben ampia bocca a fior di terra, e pure, per trascuraggine di chi ne avea la cura, non era coperta d’altro, che di fruscoli, e sterpi, sicché al passare di colà il generoso cavallo, in cui sedeva il viceré, vennegli meno il terreno, e già precipitava con irreparabil rovina, quando all’invocarsi in aiuto la Madonna di Capo d’Orlando, il cavallo alla prima non so come si tenne, e poi saltò di colpo nel sicuro terreno. Vedutosi il Duca Vicerè libero da un tale spaventevole pericolo, non sapeva finire di ringraziarne la sua Gran Signora, e volle, che in memoria della vita, che gli aveva conservata, le ardesse di continuo quella ricca lampada, in cui fece scolpire l’arme del suo casato. Ma della efficacia miracolosa di questa immagine non v’ha chi più dei marinai ne raccontino fatti mirabili, nel vedersi alla sola invocazione del suo Nome, or tranquillarsi le tempeste, or cedere i venti contrari, or succedere l’aure più favorevoli. Pochi anni indietro, Francesco Piràino, padrone di barca Milazzese, navigando in mezzo al mare con le vele volte a Palermo, si levò tal furiosa tempesta che l’empito del vento gli tolse un dei compagni per nome Placido Cambria, sbalzandolo in mezzo all’onde: e perché la feluca non poteva trattenersi in quel velocissimo corso senza rischio di naufragare e già il misero Placido n’era lontano per più di un miglio; tutti il credevano per già sommerso. Solamente Orazio Chiavisi ebbe cuore di sperarne la vita dalla Madonna di Capo d’Orlando: perciòchè dato di piglio avelta, ave a nome di lei raccoglieva la limosina dai passeggieri. “Voi, disse, o Gran Signora, abbiate cura, e pietà del mio perduto compagno”. Appena così pronunziò, che sel vide appiccato forte con le mani all’orlo della felluca, e richiesto del come, confermò tutto lieto, che una bellissima dama in abito di suora come ne parve a lui l’aveva salvato, e ricondotto dai  compagni. Per questi e simili miracoli è divenuta così celebre questa chiesa di Capo d’Orlando, che per la sua frequenza di gente, ebbe il titolo di Benefizio semplice, e dal 1710 è stata fatta Chiesa Sacramentale.

 

 

9. GUGLIELMO GUMPPEMBERG, E SOCIETATE JESU, ATLAS MARIANUS.., 1698, pag. 753-754

 

DCXCVIII

Imago B.V. Miraculosa.

DE AGATHIRSO

Nasi in Sicilia

Progr. AVE MARIA, gratia plena; Dominus tecum.

Anagr. Nites item pura maculae amanda Virgo.

1. E Caelo allata Imago B.V.

2. Terrae motus grandis.

3. Tres lapides a Sancto positi.

 

Haec Deiparae Icon à S. Conone ex ipso Caelo allata creditur ad turrim, quae speculatoribus fervit 26. Octob. anno 1598. videre hoc plures fide digni, qui S. Imaginem in oppidum, quod Nasum vocatur, detulere in domum jurisperiti Antonij Pivoli, cujus filius supra medicorum opem aeger, ad S. Statuae ingressum inter breves dies convaluit: quibus exactis, oppibum terraemotu concussum est. Oppidi Comes ratus, Deiparam hanc domum odisse, Imaginem ad turrim reportari jussit. Ergo ex his aedibus Imago primum delata ad aedes Petri Iberti, cui mandatum, ut ad Agathyrsum portaret. Virgo etiam huic domum salutem dedit, & Patrem Iberti claudum sanavit, praesentibus quam plurimis, qui ad S. Statuam contemplandam convenerant, inde jussu Episcopi ad S. Petri templum portata licet sit, terrae motus tamen non quievit, octodecim diebus in urbe dum retineretur, octavo quoque die terraemotus oppidum terruit, demum in Agathyrsi turrim reportata est, & terra quievit, in oervigilio Annunciationis. S. Conon ierum apparuit, tres lapides in loco reliquens, quo loco Comes Nasi templum posuit, in quo S. Icon in marmoreo tabernaculo sedem habuit, unius palmi magnitudo est, materia incognita, factura caelestis, festum 22. Octob. est, quo primùm advenit.

R.P.Octavius Cajetanus, Societ. IESU.

 

TRADUZIONE

 

Questa immagine si crede sia stata portata per volere divino, da S. Conone, alla torre, che è piena di visitatori il 26 Ottobre 1598. Videro ciò molti uomini degni di fede che la trasportarono nella casa del giurista Antonio Pivolo, il cui figlio era gravissimo e pochi giorni dopo l’arrivo della statua stette bene. Passati questi, la città fu scossa da terremoto. Poiché si credette che essa odiasse questa casa, si ordinò di riportare l’immagine alla torre. Quindi da questo luogo l’immagine fu portata alla casa di Pietro Iberto a cui fu ordinato che la portasse ad “Agathyrsum”. L’immagine portò la salute anche in questa casa, infatti fece guarire lo zoppo padre di Iberto alla presenza di molti che erano venuti per ammirare la Santa statua, quindi per ordine del vescovo fu portata al tempio di S. Pietro, tuttavia il terremoto non finì, mentre per 18 giorni era tenuta in città, anche all’ottavo giorno il terremoto atterrì la città, finche fu portata alla rocca di Agathyso: il terremoto cessò durante la veglia dell’Annunciazione. S. Cono riapparve lasciando tre lapidi nel luogo in cui fu posto il tempio Naso, nel quale la S. Immagine ebbe sede in tabernacolo marmoreo; la grandezza è di un palmo, la fattura celeste, il giorno festivo il 22 Ottobre giorno in cui fu posta per la prima volta.

 

 

10. Pietro Drago, Dolcetta Dottor teologo, VITA E GLORIA DI SAN CONO, 1698 , pag. 106

…..Son’ora i cento anni nel 1598 che il provido Avvocato sceso dal cielo portò una mirabile immagine della gran Signora Maria per cui mezzo si potesse garantire dà cattivi infadi di Capo d’Orlando stato sin da allora ricetto di Corsali. A 22 di Ottobre si fé vedere lui nel nominato Promontorio vestito di abito Monastico, di volto macilente a maniera di Eremita con occhi grandi, crutilanti così che dove li girava illuminava come baleno; si fermò su quel monte un brieve tempo e doppo di repente s’involò. Perciò sopra presi dalla stupore coloro che ivi abitavano Antonino Rafface colla moglie Antonina, e Giuseppe Pircello cominciarono a spiar del Pellegrino, che à nessun conto poterano rinserire, né pure à qual sentiero si fosse drizzato, ma per sino nel ricecar il mòte trovarono una bertola entro cui si avvidero esser una picciola statua della vergin Santissima di altezza qualche mezzo palmo, di materia non ben intesa pur à lungamente studiarlo; onde portarono subito in Naso il mirabile Simulacro, dove compartiti più utilissimi seguì nò piacque alla gran Signora molto colà dimorare, e cominciò à darne segno con spessi triemuoti, ed ultimamente il glorioso Santo di novo comparso nel medesimo luogo di prima nel giorno del 24 Marzo del 1599, avvertì a quegli stessi custodi essere suo piacere, chesù la cima di quel promontorio nel canto che lui designò con tre limpide pietre fosse fabricato una chiesa in cui onorevolmente si riparasse la nobilissima immagine. Quindi costrutto ben decorato tempio fù ivi condotta con solennissima processioni, e frequenza di popoli dalla chiesa San Pietro in Naso, dove fin d’allora avea dimorato. In quel luogo appunto si compiace l’immacolata Vergine di operar molti seguì, come ne faccion fede le tavole appese ai muri, rendendo si perciò molto celebre quel Capo d’Orlando.

 

 

11. GIOVANNI ANDREA MASSA, LA SICILIA IN PROSPETTIVA Palermo 1709, pag. 228-229

…Questo Promontorio s’innalza nella Spiaggia Orientale dell’Isola, quasi in eguale distanza tra le Città di Palermo, e di Messina: nella sua cima soprasta un Castelli: qui nel giorno 22 di Ottobre correndo l’anno 1598, S. Conone, natìo della vicina terra di Naso, diessi a vedere a due Soldati, ed alla Moglie di uno di costoro, in habito di Monaco, con volto pallido, e macilente, ed havendo a guisa di baleno con grande velocità circondato la Torre, presso quella ripose una Statuetta di Maria Vergine di meravigliosa bellezza, e si tolse tostamente loro di veduta. Attoniti quei Soldati per loro stupore, non istimarono quel luogo, degno di sì gran tesoro, onde portarono la sacra Immagine nella mentovata Terra, dove si diè a conoscere con rendere miracolosamente la salute del figliuolo di Antonio Picciolo, già abbandonato dai Medici; cominciando poi il suolo, a dibatersi con ispaventosi tremuoti, si accoresero li Terrazzani, non volere la Vergine fermarsi nella loro Terra, ma nel primo luogo, dove Santo Conone l’haveva lasciata: adunque la trasportarono in casa di Pietro Iberto, donde con maggiore agevolezza poteva rimandarsi a Capo d ‘Orlando; quivi la Vergine, vera Arca del Signore, spargendo benedittioni di gratie per dovunque passasse, restituì l’uso dè piede al Genitore di Pietro, per caduta divenuto zoppo, e moltiplicò nuove gratie a varii, che a lei ricorrevanop: diessi l’Arciprete a credere, che non sarebbe cosa ingrata alla gran Signora, se fosse collocata l’Imagine con festa, e solennità nella Chiesa di S. Pietro, avvegnache con tante gratie beneficava il popolo di Naso; ma la Vergine non assentì; mentre trattenuta quella sua Statua in Naso, era quasi ogni otto dì combattuta la Terra da formidabili tremuoti, onde quel Popolo finalmente rendendosi al linguaggio del Cielo, manifestato da tanti replicati segni, con animo afflitto, ma pur ubbidiente, riportò la venerabile Imagine di Capo d ‘Orlando.

Nel mese poi sopravvegnente di Marzo San Conone nella vigilia della Nunziata, e poi nel giorno seguente, si diè di nuovo a vedere, come visitando in giro la Torre, con lasciare tre pietre nel finaco, che mira tramontana, quasi con quelle segnasse il sito per il Tempio, dove conservare si dovesse la miracolosa Imagine. Quindi il Conte, Signore della Terra fece con generosa liberalità edificare la Chiesa, in cui dentro tabernacolo di marmo dorato fu riposta la Statua: la sua figura è appunto l’istessa, che quella di Trapani; l’altezza non eccede la misura di un palmo; la materia non si può discernere quale sia, se cera, o altra mistura? certo è, che quanti la considerano, rassembra lavorio di fattura Angelica: frequentissimi sono li Fedeli nel visitarla, specialmente nel giorno 22. di Ottobre, quando con abbondante fiera si celebra la memoria della prima apparizione, fatta in quel dì da S. Conone.

 

APPENDICE

(da un quaderno rinvenuto nello stesso Santuario)

Introiti del Santuario di Maria SS di Capo d ‘Orlando 1895

 

Introiti dal 1° Novembre 1895

 

Da diversi fedeli prima della festa                                   £ 4,40

Dai fedeli nel giorno della festa                               £ 107,25

Nella Domenica infra ottava                                        £ 214,90

Nell’Ottava della festa                                                           £ 8,55

Due Annualità di Canone dal Sig. Lo Sardo                £ 17

Frumento Tumoli 5 del valore app.                                 £ 20

Oggetti d’oro portati dai fedeli Grammi 96

Cera rotoli 50 portata dai fedeli da servire per il culto dell’anno

Mandati dal Vescovo per incarico di una devota    £ 5

Questura                                                                        £ 110

Obolo raccolto nella cassetta                                          £ 54

Nel corso dell’anno da diversi fedeli                               £ 61

Canoni Piccolo e Merendino e sarti

Dall’ex cappellano Merendino                                                                               £ 602,10

 

Bilancio

 

Esito dal 1895                                                                £ 703,65

Introito   1895                                                                          £ 602,10

Credito dei Cappellani                                             £ 101,55

 

 

Sac. Chisari Cap.

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

Introiti del 1896

 

Obluzioni dei fedeli nel giorno della festa                     £ 310

Cassetta elemosina ed oblazioni lasciati dai fedeli    £ 80

———                                                                      £ 120

Canoni esatti dal Sub Economo maturati 31 Agosto 96 £ 140

Canone del Sig. Lo Sardo                                             £ 8,50

Frumento tumoli 5                                                            £ 20

Ricevuti in diverse volte da Monsignore per Messa celebrate

dai Sacti della Diocesi                                                £ 500

£ 1198,5

 

Bilancio

Esito del 1896                                                              £ 1402,50

Introito 1896                                                                £ 1178,50

Credito dei —                                                             £   224,00

Credito del 1895                                                    £ 101,55

Totale credito                                                               £   325,55

 

Sac. Chisari Cap.

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —– Papa

 

Introiti del 1897

 

 

Oblazione dei fedeli nel giorno della festa                     £ 253

Cassetta elemosina                                                         £ 53

Lasciati dai diversi fedeli                                         £ 25,40

Canone del sub Economo per Liquidazione fatta di arretri e per la Maturazione del 1897                                              £ 214

Oblazioni — pavimento —

Dal Sig. Giacinto Cangemi                                              £ 50

Dal Sig. Gianni Gaetano ——                         £ 60

Dal Sig. Lipari Vincenzo                                              £ 90

Mandati dall’America dei marinai                               £ 100

Dal Cavaliere Filippetto Parisi                                    £ 75

Dal Sig. Letizia Giuseppe                                             £ 25

Dal Sig. Minciullo Antonino                                              £ 20

Vendita dell’oro della Madonna                         £ 302

Altra offerta mandata dall’Americo                             £ 140

Lasciti per elemosina da Monsignor Privitera            £ 25

Da Monsignor —– Vicario Generale                                  £ 5

Dal Canonico Barbera                                                           £ 5

Altre elemosine di Messe mandate da Monsignor —- ai Cappellani                                                                £ 80

Canone del Sig. Lo Sardo                                             £ 8,50

£ 1590,90

Riporto                                                                        £ 1530

Frumento tumoli 3                                                            £ 12

Un Tonno complimentato dal ——                                 £ 90

£ 1632,00

 

Bilancio

 

Introito del 1897                                                    £ 1632,00

Esito           1897                                                                                                                    £ 1491,45

Restano in cassa                                                   £   140,55

 

Credito del 1896                                                    £ 325,55

Ridotto avanzo cassa 1897                                          £ 140,55

Totale credito                                                               £ 185,00

 

 

Sac. Chisari Cap.

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

Introiti del 1898

 

Canoni del Sig. Piccolo e Merendino                               £ 177,48

Canone del Sig. Lo Sardo                                             £ 8,50

Portate dall’America                                                     £ 60

Cassetta elemosina                                                         £ 48

Oblazioni dei fedeli nel giorno della festa                     £ 230

Questura data in fiducia                                              £ 100

Un Tonno complimentato dal Duca Floridia                        £ 86

Frumento tumoli 3 1/2                                          £ 14

£ 723,98

 

Bilancio

Esito del 1898                                                              £ 1018,60

Introito   1898                                                 £ 723,98

Credito dei —-                                                            £ 185,00 Totale credito                                                             £  479,62

 

Sac. Chisari Cap.

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

Introiti del 1899 (centenario)

 

Canone del Sig. Piccolo e Merendino                   £ 177,48

Da Monsignor Vescovo Privitera                                   £ 50

——— dei mariani                                                             £ 45

Dal Segretario del Vescovo Sac. La Rosa               £ 2

Contribuzione nel paese di Naso                           £ 121

Mandati dall’America                                                     £ 80

Contribuzione Capo e Piana                                       £ 81

Pellegrinaggi                                                                 £ 47

Cassetta elemosina                                                         £ 41

——– appaltati                                                           £ 75

Da diversi fedeli                                                    £ 15

Canone del Sig. Lo Sardo                                             £ 8,50

Raccolti in Chiesa il giorno della festa                     £ 325

Frumento tumoli 4                                                            £ 16

£ 1083,98

 

Bilancio

Esito del 1899                                                              £ 1374,90

Introito 1899                                                                £ 1083,98

Credito dei Cappellani                                            £   290,92

Credito del 1898                                                    £   479,62

Totale credito 1899                                                    £   770,54

 

Sac. Chisari Cap.

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

Introiti del 1900

 

Canone del Sig. Piccolo e Merendino                   £ 177,48

Canone del Sig. Lo Sardo                                             £ 8,50

Cassetta elemosina                                                         £ 47

Diversi fedeli durante l’anno                                       £ 13

——– dei marinai                                                 £ 112

Raccolti in Chiesa il giorno della festa                     £ 260,10

——- appaltati                                                           £ 125

Frumento tumoli 3 1/4                                          £ 13

Contribuzione per la festa – Piana – Naso e Capo   £ 80

£ 836,08

 

Bilancio

 

Esito del 1900                                                              £ 867,70

Introito 1900                                                                £ 836,08

Credito dei —-                                                            £   31,62

Credito del 1899                                                    £ 770,54

Totale credito 1900                                                    £ 802,16

 

Sac. Chisari Cap.

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

 

Introiti 1901

 

Canoni dei Sig. Piccolo e Merendino                               £ 177,48

Cassetta elemosina                                                         £ 43

Oblazioni dei fedeli il giorno della festa                     £ 265,30

——- appaltata                                                          £ 125

Diversi fedeli nell’anno                                               £ 22

Frumento tumoli 4                                                            £ 16

£ 648,78

 

Bilancio

Introito del 1901                                                    £ 648,78

Esito 1901                                                                   £ 631,50

Restano in cassa                                                   £   17,28

 

 

 

Credito del 1900                                                    £ 802,16

—– avanzo cassa 1901                                          £   17,28 £ 784,88

Sac. Chisari Cap.

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

Introiti del 1902

 

——- appaltata                                                          £ 125

Cassetta elemosina                                                         £ 50

Da diversi fedeli                                                    £ 29,40

Oblazioni dei fedeli il giorno della festa                     £ 285,60

Frumento tumoli 3 1/2                                          £ 14

Quota portata dai marinai                                           £ 76

Mandati dall’America dai marinai                               £ 100

Altra offerta dai marinai dall’America                             £ 50

Mandati da Amedeo Basile dall’America                 £ 25

£ 755,00

 

 

Bilancio

 

Esito del 1902                                                              £   992,95

Introito del 1902                                                    £   755,00

Credito dei Cappellani                                            £   237,95

Credito del 1901                                                    £   784,88

Totale credito fino al 1902                             £ 1022,83

 

 

Sac. Chisari Cap.

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

 

Introiti del 1903

 

——- data in economia                                             £ 103,60

Cassetta elemosina                                                         £   51,60

Da diversi fedeli nell’anno                                      £   36,25

Oblazioni nel giorno della festa                             £  375,60

Frumento tumoli 4                                                            £    16

—— portate dai marinai                                           £     93,40

Portate da Salvatore Scimone mandate dall’America            £ 111

Mandate dall’America con Francesco Minissale            £ 148

£ 934,95

 

 

Bilancio

 

Esito del 1903                                                              £ 957,00

Introito del 1903                                                    £ 934,95

Credito dei Cappellani                                            £   22,05

Credito del 1902                                                    £ 1022,83

Totale credito                                                               £ 1044,88

 

 

Sac. Chisari Cap.

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

 

Introiti del 1904

 

—– data in fiducia                                                  £ 113,10

Cassetta elemosina                                                         £ 53,75

Da diversi fedeli nell’anno                                      £ 41,6

Raccolti nella festa dai fedeli                                      £ 448,4

Frumento tumoli                                                   £ 27,5

Canoni dei Signori Piccolo e Merendino             £ 177,4 £ 861,8

 

Bilancio

 

Introiti del 1904                               £ 861,88

Esito del 1904                                  £ 766,05

Restano in  cassa                              £   95,83

 

Credito dei Cappellani del 1903 £ 1022,83

Dedotto avanzo cassa del 1904 £     95,83

Totale credito                                                  £   927,00

 

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —- Papa

 

 

Introito del 1905

 

—– in fiducia                                                             £ 117,30

Cassetta elemosina £ 59,10

Oblazioni da diversi fedeli dell’anno £ 41,60

Oblazioni dai fedeli della festa £ 415,35

Frumento tumoli 6 a £ 5 £ 30

Canoni Piccolo e Merendino £ 177,48

£ 840,73

 

 

Bilancio

 

Introiti del 1905    £ 840,73

Esiti del 1905        £ 756,50

Restano in cassa   £   84,23

 

Credito dei Cappellani del 1904    £ 840,73

Dedotto avanzo cassa del 1905            £   84,23

Totale credito del 1905                      £ 842,77

 

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —- Papa

 

 

 

Introiti del 1906

 

—– data in fiducia                                                  £ 112

Cassetta elemosina                                                         £ 60,40

Oblazione della festa                                                     £ 625

Da diversi fedeli nell’anno                                      £ 43,35

Frumento tumoli 5 1/2 a £ 5                                              £ 27,5

Canoni Piccolo e Merendino                                        £ 177,4

£ 1045,73

 

 

Bilancio

 

Introiti del 1906                £  1045,73

Esiti del 1906                           £    864,50

Restano in cassa                £    181,23

 

Credito dei Cappellani del 1905                £ 842,-7

Dedotto avanzo cassa del 1906             £ 181,23

Totale credito fino al 1906                              £ 661,-4

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Arciprete —- Papa

 

Amministrazione tenuta dai Cappellani Origlio e Mancari dal

1° Novembre 1906

( Capo d’Orlando 22 Nov.1906 )

 

Per questi conti vedi la registrazione fatta nel Registro —– che S. E. Mons. Vescovo Q. Ferdinando —– depositerà nella Curia Vescovile di Patti.

 

 

Introiti del 1907

 

—— data in economia                                             £ 80

Cassetta elemosina (perché derubata)                     £ 27

—— ed oblazioni nella festa                                         £ 1014,65

Da diversi fedeli nel corso dell’anno                                  £ 31

Frumento tumoli 6 a £ 5                                       £ 30

Canoni Piccolo e Merendino                                        £ 177,48

Cera chile 54 compresa torce e candele da servire per il culto annuo

Oro trappasi 106 inventariato, descritto e pesato dal Sig. Arciprete                                                                

Totale introito                                                               £ 1360,13

Da dedursi per celebrazione di 177 Messe lette e 26 in Canto, celebrati

ai Cappellani                                                                £    351,25

Introito netto                                                                £ 1008,88

 

Bilancio del 1907

 

Esito del 1907                  £ 1124,55

Introito 1907                    £ 1008,88

Credito dei Cappellani   £    115,67

 

 

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Sac. Giuseppe Mancari Cappellano

Arciprete —- Papa

 

 

Introiti del 1908

 

—- data in economia                                                         £ 40

Cassetta elemosina                                                         £ 51,80

Oblazioni, comprese le Messe (22 Ottobre)                      £ 1038,85

— Piana Capo d ‘Orlando                                           £ 169

Frumento tumoli 3 a £ 5                                       £ 15

Canoni Piccolo e Merendino                                        £ 177,48

Introiti del 25 Ottobre 1908                                       £ 29

Introiti del 1° Novembre                                           £ 6

Cera, comprese torce e candele chili 60 da servire per culto annuo

Due orologi, uno di Nichel di argento l’altro Oro trappesi 95,

inventariato,descritto e pesato dal Sig. Arciprete. Altro anello di trippesi 2

il 1° Novembre                                               

Totale introito                                                               £ 1527,13

Da dedursi per 168 Messe lette e 27 in Canto           £    363

£ 1164,13

Nota bene

 

Si fa osservare che degli introiti del 25 Ottobre 1908 in £ 29, si devono dedurre £ 5 per una Messa pagata a P. Scolaro £ 6 Mortaretti, £ 1 al Sagrestano, £ 3,75 per altre 3 Messe dette in tutto                                                             £ 15,75

Introito netto del 1908                                  £ 1148,38

 

 

 

Bilancio del 1908

 

Introito 1908                                                                £ 1148,38

Esito 1908                                                                   £ 1074,90

Differenza                                                                    £     73,48

 

Credito dei cappellani del 1907                £ 115,47

Dedotto avanzo cassa del 1908             £   73,48

Credito dei Cappellani nel 1908                £   41,99

 

 

Sac. Vincenzo Origli Cappellano

Sac. Giuseppe Mancari Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

Introito del 1909

 

—- data in economia                                                         £ 42

Cassette elemosina                                                         £ 48,10

Oblazioni il giorno della festa compreso Messa  £ 763,30

—– piana e Capo d ‘Orlando                                              £ 118

Frumento tumoli 6 1/2 a £ 5                                              £ 32,50

Canoni Piccolo Merendino                                           £ 177,48

Altre lazioni nell’ottava                                             £ 83,10

Cera, compresa torcia chili 27 per uso della Chiesa

Oro inventariato pesato e descritto dal Sig. Arcipreti grammi

49                                                                                £ 126448

 

Dedotti per celebrazione di N. 101 Messe lette ed 13 in Canto                                                                        £ 192

Totale introito netto                                                    £ 1072,48

 

Bilancio

 

Esito del 1909                         £ 1181,65

Introito del 1909                            £ 1072,48

Credito dei Cappellani del 1908        £   109,17

Altro credito  Idem                            £     41,99

Totale credito                                       £   151,16

 

Sac. Vincenzo Origlio Cappellano

Sac. Giuseppe Mancari Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

Introito del 1910

 

—— in economia                                                         £ 56,70

Canoni Piccolo e Merendino                                        £ 177,48

—- in paese e Piana per la festa                             £ 143,75

Frumento tumoli 5 a £ 5                                       £ 25

Oblazioni il 22 Ottobre compresa la messa               £ 518,10

Altro oblazioni nell’ottava                                             £ 53

Cassetta elemosina (perché derubata)                     £ 27

Cera chili 35 comprese le torce per uso della Chiesa

Oro inventariato, pesato e descritto dal Sig. Arciprete grammi 25

£ 1001,03

 

Dedotte per celbrazione di N. 111 Messe lette e 18 in canto                                                                       £    244,70

Resto netto del 1910                                                  £    756,33

 

 

Bilancio del 1910

 

Introito del 1910                                                    £ 756,33

Esito del 1910                                                              £ 481,70

Avanzo cassa del 1910                                            £ 274,63

 

Avanzo cassa del 1910                                              £ 274,63

Credito dei Cap. del 1909                                      £ 151,16

Restano in cassa pel 1910                                     £ 123,47

 

Sac. Vincenzo Origli Cappellano

Sac. Giuseppe Mancari Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

 

Introito del 1911

 

—- data in economia                                                         £ 68,40

Oblazioni nel giorno della festa compreso Messa  £ 812,45

—- in paese                                                                £ 82

Frumento tumoli 8 a £ 5                                       £ 40

Canoni Piccolo e Merendino                                        £ 177,48

Introiti nell’ottava                                                         £ 53,68

Cera chili 20 per uso della Chiesa

Oro inventariato dal Sig. Arciprete gram. 38                      £ 1234,01

 

Dedotte per celebrazione di N. 180 Messe lette e 27 in Canto

£   359,00

Totale introito netto di                                                £   875,01

 

 

Bilancio del 1911

 

Esito del 1911                                                 £ 951,95

Introito del 1911                                                    £ 875,01

Credito del Capp. Pel 1911                                        £   76,94

 

 

 

Avanzo cassa del 1910                                              £ 123,47

Dedotto dal 1911                                                    £ 875,01

Restano in cassa pel 191                                  £   46,53 per errore

 

56,53

 

Sac. Vincenzo Origli Cappellano

Sac. Giuseppe Mancari Cappellano

Arciprete —– Papa

 

 

 

 

 


[1] Di questo fatto è documento la seguente iscrizione, che leggevasi in un quadro, fatto dipingere dal Piccolo, e posto nel tempietto:- Divinae Parenti – Quod per simulacrum – A.S. Conone ad Orlandi Promontorium – Coelitus delatum – Hiisque in aedibus eodem anno 1598 – Hebdomada detentum – Ioannem Iacobum et Corneliam – Antonini Piccolo U.T.D. et Delphinae Lancea filios – Morti proximos – Et famulum ab utero moncum – Repente curavit – Totamque familiam auxerit beneficiis – Perenne grati animi monumentum>>: cioè: – Alla Divina Madre – Che pel simulacro – Dal Cielo sul Promontorio di Orlando – Per S. Conone recato – Nella propria casa in quell’anno medesimo 1598 – Una settimana tenuto  –  Gian Giacomo e Cornelia – Di Antonino Piccolo, giureconsulto e Delfina Lanza figli – A morte vicini – Col servo sin dalla nascita mutilato – Subitamente risanò – E tutta la famiglia di grazia arrichì – Questo monumento del grato animo – (POSERO).

 

 

[2] Piccolo, ms.°. cit.°; Alberti, Marav. di Dio in on. della sua Madre, ibid.; Muccione, Vit. di S. Cono; Process. giur. nella Cort. Di Mess; Lanza, ibid.

 

[3] Tali catene si vedono ancora pendere dall’architrave della grande

finestra, esistente nel centro del prospetto del Santuario.

[4] S. Cono Navacita, Cittadino e Patrono di Naso.

Damiano, A. 1998. Dal Capo Agatirno ai Monti Nebrodi, al Valdemone al Capo d’Orlando. Capo d’Orlando, Saggio dattiloscritto

DAL CAPO AGATIRNO AI MONTI NEBRODI

AL VALDEMONE AL CAPO D’ORLANDO

Trentadue secoli di storia quasi del tutto ignorata

di Antonino Damiano

 

L’antica città della quale ci accingiamo ad occuparci si chiamava Agatirno o Agatirna, Agatirio o Agatirso?

Secondo Diodoro Siculo (vissuto tra 1’80 ed il 20 a.C) si chiamava Agathurnon (neutro singolare greco). Secondo Polibio (vissuto tra il 205 ed il 125 a.C.) si chiamava invece Agathurna (neutro plurale). Secondo Tito Livio (vissuto tra il 59 a. C. ed il 17 d. C.) ed altri autori di lingua latina tra i quali il poeta Silio Italico (vissuto tra i] 25 ed il 101 d. C.) l’antica città si chiamava invece Agathirna (femminile singolare). Secondo altri si chiamava invece Agatirio o Agatirso; e Agatirside si chiamava la regione cui la città faceva capo.

Secondo me, il nome originario della città era Agatirio: composto di agathós e ierós (vale a dire il buon santo, il buon dio) e quindi fuso e trasformato in Agathirios. Il quale nome, probabilmente, era uno dei tanti epiteti del dio Dióniso o Bacco: non tutti noti ai mitografi, anche di alto livello, come Emanuele Ciaceri; il quale, infatti, ignorò che Nebródes (vale a dire simile al cerbiatto: animale sacrificale del culto dionisiaco) era certamente uno dei tanti epiteti di Dióniso o Bacco, com’è attestato dall’Antologia greca (raccolta di epigrammi greci risalenti all’epoca classica ed ellenistica): l’ignoranza del quale epiteto dionisiaco ha avuto come conseguenza che non solo il Ciaceri, ma anche 1’Holm e il Pais e quanti altri fino ad oggi sono andati dietro a loro hanno ignorato ed ignorano la vera etimologia del nome dei monti Nebrodi.

D’altra parte, è indubitabile che Dióniso o Bacco, per i suoi devoti, era il buon dio per eccellenza, e dunque è più che probabile che Agatirio sia stato il nome più antico della città, che fu poi chiamata Agatirno: o perche Agatirni (aggettivazione del nome Agatirio) erano chiamati i suoi abitanti ed era costume degli antichi chiamare le città con il nome degli abitanti, o perché caput Agathirnum (sempre aggettivazione del nome Agatirio) venne chiamato dai Romani il promontorio che, in epoca normanna, avrebbe preso il nome di capo d’Orlando.

Non si può però escludere che, sempre in origine, la città sia stata chiamata anche Agathursos, nome composto di agathós e thúrsos, vale a dire il buon tirso, che simboleggiava il culto dionisiaco. Tale simbolo era costituito da una verga rivestita di edera e di pampini di vite, con una pigna in cima, che le menadi o baccanti, cioè le sacerdotesse del nume, brandivano durante le cerimonie sacre.

Nessuna meraviglia che i devoti chiamassero agathós,cioè buono, il simbolo del loro dio, essendo risaputo che in ogni religione il simbolo finisce con l’assorbire le virtù e gli attributi della divinità simboleggiata: anche nel Cristianesimo è avvenuto che la croce, originariamente considerata solo come strumento di tortura, divenuta simbolo della nuova religione, è stata ed è chiamata la “santa croce”‘.

Quanto all’epoca della fondazione della città di Agatirno, gli storici generalmente sono d’accordo nel collocarla intorno al 1200 a.C., vale a dire parecchi secoli prima della fondazione di Roma e della colonizzazione, da parte dei Greci, della Sicilia e di quella parte della penisola italica che da essi prese il nome di Magna Grecia.

E dunque la città di Agatirno fu fondata non dai Greci ma dai Siculi, popolazione di origine indoeuropea, che intorno al II millennio a.C. discese la penisola italica ed attraversò lo stretto stanziandosi quindi nella Sicilia orientale, quando i Sicani (popolazione di stirpe diversa) si erano già stanziati nella Sicilia occidentale.

D’altra parte, la datazione della fondazione della città di Agatirno intorno al XII secolo a.C. è confermata dalla recente scoperta, nella contrada Scafa di Capo d’Orlando, di reperti archeologici  risalenti sicuramente al più antico periodo del culto dionisiaco, vale a dire al XII secolo a.C.

Si tratta di palmenti per la pigiatura dell’uva e la fermentazione del mosto, scavati nella roccia.

A questo primitivo tipo di palmento, costituito da una coppia di vasche (in greco scafai, donde ha preso il nome la stessa contrada, chiamata ab antiquo Scafa) si riferisce indubbiamente Nonno di Panopoli (“Dionisiache”, XII, 331-350) nel cantare: “Bacco pres’e a scavare nella roccia/ e con il ferro acuminato svuotò i recessi della pietra/ levigò i margini della buca profonda/ ed ottenne una vasca a guisa del tino ricco di uve/ (..) “.

Per avere un’idea dell’antichità di questi reperti, disseminati nella contrada suddetta, basti considerare che, in confronto ad essi sembra addirittura “moderno” il tino per la pigiatura dell’uva (chiamato in greco lenós) che compare in una raffigurazione dionisiaca del “pittore di Amasi” (ceramista greco vissuto nella seconda metà del VI secolo a.C.)

Il mito di Dioniso o Bacco ha due differenti versioni, la prima risalente al XII secolo a.C., la seconda all’VIII secolo a.C.

Secondo la versione più antica, raccolta da Nonno di Panopoli (“Dionisiache”, VI, 120-176), Dioniso nacque in Sicilia, in una grotta “coronata da una volta di pietra”, in cui la dea Demetra aveva tenuta nascosta la vergine figlia Persefone, sapendo che parecchi numi se la contendevano, per la sua straordinaria bellezza, ma soprattutto volendo sottrarla al triste presagio (poi avveratosi) di essere rapita da Ade, dio dei morti. Il nascondiglio non poteva non essere scoperto da Giove che, essendosi invaghito della fanciulla, non trovò difficoltà ad insinuarsi nella grotta, dopo avere assunto le sembianze di un serpente (anche per ingannare i due draghi che Demetra aveva lasciati a guardia dell’ingresso rupestre). Dall’accoppiamento di Giove con Persefone fu generato un infante di sesso maschile, la cui fronte era ornata di due piccole corna prefiguranti la futura vittima sacrificale: il cerbiatto. Il piccolo Dioniso (questo il principale dei suoi tanti nomi ed epiteti), qualche tempo dopo la sua nascita, mentre era intento a giocare, fu sorpreso da due Titani, mandati da Era, ingelosita per il tradimento di Giove, suo sposo. I Titani eseguirono fedelmente il mandato, facendo a pezzi il piccolo Dioniso, le cui membra furono quindi bollite ed infine cremate (ad eccezione del cuore).

Dove fosse ubicata la grotta in cui Dioniso fu concepito e partorito, Nonno di Panopoli non seppe o non volle precisarlo (forse per rispetto della sacralità del luogo, che in ogni caso doveva restare segreto per i profani). Al riguardo il poeta, dopo aver premesso che Demetra, provenendo da Creta su un cocchio trainato da due draghi “lanciati come cavalli in corsa per le vie del cielo”, fa intendere che la dea, con la figlia “celata sotto il velo di una fosca nube”, girò in lungo ed in largo la Sicilia, “alla ricerca di un rifugio di roccia”. Tra i punti di riferimento da lui indicati, ma che invece di chiarire le idee le confondono un poco, c’è anche il luogo “dove i flutti del mare instancabile / corrono verso occidente e s’incurvano a guisa di falce”. Il che poteva servire per fare intendere, ma solo agli iniziati, che la grotta in questione fosse ubicata in prossimità del promontorio di Agatirno: la cui estremità, nell’ antichità, si protendeva nel mare verso occidente, per parecchie centinaia di metri, proprio a guisa di falce, così proteggendo la baia (in greco maskále) che fungeva da porto naturale della città di Agatirno. L’ipotesi è avvalorata dal fatto che sulle pendici a sud dell’abitato di Capo d’Orlando si staglia una rocca chiamata ab antiquo “Rocca della Sciamma “, vale a dire “rocca della grotta” (in greco skámma), la quale grotta, scavata nella roccia, contiene al suo interno due tini, scavati nella stessa roccia, sotto la volta di pietra che corona la grotta: uno per la pigiatura dell’uva e l’altro per la fermentazione del mosto.

Secondo la versione del mito meno antica, anch’essa raccolta da Nonno di Panopoli (“Dionisiache”, canti VII ed VIII), Dioniso nacque in Grecia, dall’unione di Giove con Semele, figlia di Cadmo, mitico fondatore di Tebe. E sarebbe sfuggito miracolosamente alla morte, grazie al fatto che il padre Giove fu pronto ad estrarlo dal grembo materno ed a cucirselo in una coscia (fino al termine della gestazione), dopo che l’infelice Semele, caduta in un tranello tesole dalla gelosa Era, era stata incenerita dal fulgore del divino amante.

Le due contrastanti versioni, ad un certo punto, vennero unificate, facendo rinascere il secondo Dioniso non dal vero e proprio accoppiamento di Giove con Semele ma da una bevanda fatta bere da Giove a Semele, nella quale era stato sciolto il cuore del primo Dioniso, risparmiato secondo una variante introdotta nella prima versione del mito.

Ma in Sicilia, pare che sia stata coltivata sempre la prima versione del mito. Infatti, a differenza di quanto avveniva in Grecia ed altrove, tutte le cerimonie del culto dionisiaco si concludevano con il sacrificio di almeno un cerbiatto, sbranato – al culmine dell’esaltazione – ­dalle menadi o baccanti. Le quali ne divoravano quindi le carni crude e sanguinanti, entrando così – per teofagia – in comunione con il loro dio: la cui incarnazione, passione e morte si rinnovavano e si moltiplicavano perennemente, nelle sembianze della tenera vittima, di volta in volta sacrificata.

Storiografi e mitografi generalmente sono d’accordo nell’escludere che i1 mito di Dioniso sia sorto in Grecia, dove il culto dionisiaco si radicò non prima dell’VIII secolo a.C. Secondo alcuni, il mito di Dioniso sarebbe di origine tracica, secondo altri di origine cretese, secondo altri di origine indiana.

Nessuno degli argomenti posti a sostegno dell’una o dell’altra di queste ipotesi regge al confronto con argomenti che conducono ad una conclusione ben diversa da ognuna di esse, sol che si consideri: a) che la versione più antica del mito di Dioniso è sicuramente coeva alle origini di Agatirno, città sacra a Dioniso; b) che in tutto l’orbe terracqueo solo i Nebrodi furono, di nome e di fatto, i monti di Bacco: il paesaggio dei quali, ancora oggi, è il più “dionisiaco” che si possa immaginare, anche se non vi sono più i cerbiatti che vi pullulavano nell’antichità, fino a quando furono animali protetti, appunto perché sacri a Dioniso; c) che secondo la tradizione più antica, raccolta dall’autore del più grande poema che sia stato mai composto in onore di una divinità pagana (le “Dionisiache”, in 48 canti, quanti sono, sommati insieme, quelli dell’Iliade” e dell’Odissea”), proprio in Sicilia sono collocati il concepimento e la nascita del primo Dioniso.

Basterebbero questi soli argomenti, insieme ai reperti archeologici di cui si è già detto, a sostegno della ipotesi che il mito di Dioniso abbia avuto origine in Sicilia e precisamente nella città di Agatirno.

Ma è tutta la storia di Agatirno, dal principio alla fine, anche se fino a pochi anni fa quasi del tutto ignorata da tutti (compreso chi scrive queste note), a corroborare questa ipotesi.

Quanto alla esatta ubicazione della città di Agatirno, l’indicazione più attendibile appare tuttora quella fornita dallo storico Tommaso Fazello (Sciacca 1498 – Palermo 1570), secondo i1 qua1e Agatirno era ubicata nel1′ antichissima contrada denominata (ovviamente in epoca cristiana) San Martino: pressappoco nel1a stessa zona in cui, a partire dal 1921, è stato rea1izzato i1 cimitero di Capo d’Orlando. Nel1a qua1e contrada constatò egli stesso la presenza di rovine (oggi non più esistenti) che secondo lui erano quelle dell’antica città­.

L’ipotesi del Fazello appare ancora più convincente alla luce delle considerazioni espresse da Vincenzo Sardo Infirri, nelle pagine 69-71 del suo volume “Vagando per il Valdemone”, edito nel 1994 dall’Archeoc1ub d’Italia, sede comprensoriale di Capo d’Orlando. Da notare che il Sardo Infirri, in precedenza, aveva contestato l’ipotesi del Fazello, avendo ritenuto che Agatirno fosse ubicata in una contrada più a monte della contrada San Martino.

In ordine ad altre tracce del culto dionisiaco in Agatirno e nei Nebrodi mi riporto al mio saggio storico-filo logico “Nebrodi -VaI Demone – Agatirno” pubblicato nel 1992 in Capo d’Orlando dalla Euro Eikon editrice, in cui si legge in proposito:

“Quali che siano state le vere origini della città di Agatirno, vi sono diversi elementi, obiettivamente certi, che fanno pensare che in essa fiorì presto il culto dionisiaco. Infatti, dalla valle del torrente Manazza, in territorio dell’odierna Capo d’Orlando, e fino alla contrada Maina ed alla fonte omonima, in territorio dell’ odierna Naso, vi è tutto un sentiero che, con questi stessi nomi (Manazza, Maina) ricorda l’antichissimo culto, derivando l’uno e l’altro nome dal greco mainás: da máinomai, che significa infuriare, essere invasati, per l’appunto da Dioniso o Bacco (ménadi, in greco mainádes , erano chiamate le sacerdotesse del nume).

Nella stessa valle si trova un’antichissima fonte, che i nativi hanno sempre chiamato con il nome Lia. Anche questo nome ricorda il dio Dioniso, che era invocato con l’appellativo Lièo (lo scioglitore dagli affanni, s’intende). Ed è significativo che ancora oggi i nativi delle contrade vicine (Catudè, Certari, nomi anche questi di origine greca) credono che l’acqua della fontana Lia (detta pure Lè) abbia la virtù di sciogliere (o prevenire) i calcoli delle vie urinarie. Non so se tra le innumerevoli monete antiche, rinvenute in territorio di Capo d’Orlando, e che sono andate ad arricchire collezioni private, si riscontrino tracce del culto dionisiaco, ma so che nelle campagne di Capo d’Orlando sono stati rinvenuti numerosi oscilli (da oscillum, nome latino, composto di os e cillum, piccolo viso), ossia dischi di terracotta, raffiguranti il volto di Bacco, i quali venivano appesi ai rami degli alberi affinché, oscillando (donde l’origine del verbo oscillare) allontanassero le forze malefiche dai campi”.

In altro capitolo dello stesso saggio sopra citato si legge:

“Il culto di Dioniso o Bacco, nei Nebrodi, è attestato da sicurissime prove, quali sono le monete delle antiche città di Alesa (odierna Tusa), Amestrato (odierna Mistretta), Calacte (odierna Caronia Marina) e Alunzio (odierna San Marco d’Alunzio): nelle quali monete appare la figura di Bacco, a volte accompagnata da quella di Sileno (compagno inseparabile di Bacco ).

La stessa cosa può dirsi per le monete delle città di Galaria (odierna Gag1iano), Naxos (odierna Nasso), Tauromenio (odierna Taormina) e Catana (odierna Catania). Queste interessanti notizie, relative alle tracce del culto dionisiaco nei Nebrodi e nella Sicilia orientale (fino a Catania), le ho tratte dall’opera di Emanuele Ciaceri “Culti e miti nella storia dell’antica Sicilia”, pubblicata nel 1910. Attraverso la stessa opera ho appreso che in territorio di San Filadelfo (odierna San Fratello) è stata rinvenuta una iscrizione relativa al culto dionisiaco. Ma il Ciaceri, in relazione alle notizie come sopra da lui stesso fornite, si è limi­tato ad esprimere la propria meraviglia, per il fatto che il culto dionisiaco non compare anche attraverso le monete di altre città della Sicilia antica, come Gela ed Agrigento, senza tuttavia trarne la conclusione che avrebbe dovuto trarne, se non avesse anche lui accettata per buona la solenne sciocchezza tramandata dal geografo latino Solino (del III – IV secolo d. C.) ed avallata dal Pais, secondo cui i Nebrodi avrebbero preso il nome dai cerbiatti (in greco nebrói) che vi pullulavano nell’antichità, o meglio, se non avesse ignorato anche lui che Dioniso si chiamava pure Nebródes, vale a dire che i Nebrodi furono, di nome e di fatto, i “monti di Bacco”.

Sempre in tema dì tracce del culto dionisiaco nei Nebrodi, non si possono non condividere le considerazioni espresse da Franco Ingrillì nel suo volume “Dal regno di Eolo alla contea di Ruggero”, pubblicato nel 1996 dalla Provincia Regionale di Messina, in cui, con riferimento ad alcune attuali festività religiose dei Nebrodi, si legge tra l’altro (pp.94-97):

“Ancora più eclatante, per la sua carica trasgressiva, è la Pasqua dei Giudei di San Fratello, che ogni anno, nella Settimana Santa, ripete in un difficile compromesso con la sensibilità cristiana, le feste dionisiache di primavera…”.

La città di Agatirno godette di prosperità e benessere, per circa un millennio, grazie al fatto che la sua popolazione era dedita alla coltivazione dei campi e soprattutto della vite e del vino, nonché al commercio dei prodotti del suolo. I rapporti commerciali, con le vicine città poste sulle coste del Tirreno e dello Ionio, erano facilitati da un comodo approdo, costituito da un’ampia baia, oggi non più esistente se non per il nome, che nell’antico catasto contraddistingue il quartiere dell’odierna Capo d’Orlando denominato, per l’appunto “Muscále” (dal greco maskále: baia protetta da un promontorio ).

Ma ciò che più di ogni altra cosa contribuì alla prosperità ed al benessere di Agatirno è che la città, fin dalle origini, fu il centro del culto dionisiaco in Sicilia, con conseguente richiamo di fedeli da ogni parte dell’Isola: più o meno come Erice fu il centro del culto di Venere. Tutto ciò durò fino a quando non avvenne un fatto così grave da incidere negativamente sulla restante storia di Agatirno. Si tratta della deportazione di tutta o quasi tutta la popolazione di Agatirno, avvenuta nel 209 a.C., ad opera dei Romani, l’indomani della loro totale conquista della Sicilia. Un fatto, forse, senza precedenti nella storia di Roma ed in ogni caso anomalo, rispetto alle leggi e consuetudini dei Romani nei paesi conquistati, trattandosi della cattura di persone civili, avvenuta in tempo di pace, e motivata in maniera tutt’altro che convincente. L’episodio è riferito da Tito Livio, in questi termini (Ab urbe condita, XXVI,40, 14):

“Divulgatasi per tutta la Sicilia la notizia della disfatta di Agrigento, tutti gli animi si volsero immediatamente in favore dei Romani. In breve tempo, venti città capitolarono, sei prese d’assalto; quaranta circa si  sottomisero spontaneamente. I1 console (Marco Valerio Levino), dopo aver compensato o punito, ciascuno ,secondo i propri meriti, i capi di tutte queste città, obbligò i Siciliani a deporre finalmente le armi, e a rivolgere tutte le loro cure alla coltiva­zione dei campi, affìnché l’Isola non solo .fornisse gli alimenti ai suoi abitanti, ma anche  somministrasse grano a Roma ed all’Italia in tempo di carestia, come spesso aveva fatto in vari tempi. Da Agatirno egli condusse seco una moltitudine di gente dissoluta: erano circa quattromila, un’accozzaglia di esuli, carichi  di debiti e di delitti, la maggior parte omicidi, e che, sia nella loro patria, sotto l’impero delle loro leggi, sia dopo che un medesimo destino, per cause diverse, li aveva riuniti in Agatirno, erano sempre ,vissuti di latrocini e di rapine.

Levino non giudicò prudente lasciare nell’Isola, che col ritorno della pace cominciava a riprendersi, questi banditi qual fomite di disordine, mentre sarebbero stati utili agli abitanti di Reggio, che cercavano gente avvezza alle rapine, per devastare Il territorio del Bruzzi.

Così  ebbe pienamente fine la guerra in Sicilia, in quell’anno” (209 a.C).

Si sa che Tito Livio, nel narrare i fatti dell’epoca delle guerre puniche, si giovò come fonte soprattutto di Polibio. Il cui pensiero, riguardo all’episodio come sopra narrato da Livio, possiamo conoscere solo attraverso un frammento del libro IX delle Storie polibiane (della quale opera, com’è noto, solo i primi cinque libri ci sono pervenuti interi), là dove, subito dopo un semplice accenno ad “Agatirno, città della Sicilia”, si legge: “Marco (cioè Marco Valerio Levino), avendo dato la parola a garanzia della loro incolumità, li convinse a passare in Italia, a patto che, ricevuto un giusto compenso dai Reggini, devastassero il territorio dei Bruzzi e si impadronissero della preda “. Il che farebbe pensare che Levino abbia risparmiato la vita ai 4.000 cittadini catturati ad Agatirno, avendo costoro accettato, obtorto collo, di trasferirsi oltre lo stretto, solo per devastare il territorio dei Bruzzi (gran parte dell’odierna Calabria), nell’interesse di Reggio, da cui avrebbero ricevuto un giusto compenso (oltre al diritto di preda).

In altri termini, secondo la versione di Polibio, in parte poi accreditata da Tito Livio, i 4.000 cittadini di Agatirno, con i quali avrebbe “patteggiato” il proconsole-mediatore Levino a nome e per conto di Reggio, sarebbero stati dei lanzichenecchi ante litteram: il che può essere citato come esempio scolastico della “verità” della storia, scritta dai vincitori o da chi per loro. D’altra parte, non mi meraviglia per niente che Tito Livio, nel narrare l’episodio del quale ci stiamo occupando, non si sia preoccupato di spiegare come e perché 4.000 persone, dedite – secondo lui – a tutte le nequizie di questo mondo, si siano date convegno proprio ad Agatirno, la cui popolazione stabile, in quel tempo, non poteva superare di molto i quattromila abitanti.

Non mi meraviglia per niente che lo storico di Roma, nel tentare una giustificazione del gravissimo ed inusitato provvedimento adottato da Levino, non si sia posto in qualche modo anche dalla parte di un’intera popolazione, accusata dei più svariati delitti e condannata all’esilio, senza processo, da parte dei nuovi padroni della Sicilia: la prima provincia romana, “la prima ad insegnare com’è bello governare paesi stranieri “, come dirà, 139 anni dopo, Cicerone, nel processo contro Verre, accusato di molteplici estorsioni e scorrettezze, compiute nell’esercizio delle sue funzioni di proconsole romano in Sicilia.

Mi meraviglia però, e non poco, che nessuno degli storici che si sono occupati in qualche modo dell’episodio come sopra narrato da Tito Livio, si sia preoccupato di ricercare la vera ragione di un provvedimento così grave ed inusitato e certamente in contrasto con il legalitarismo tipico dei Romani. i quali, è vero che non furono maestri di libertà, ma ebbero un sacro rispetto della legalità, anche nei confronti dei popoli sottomessi al loro imperium, e fu soprattutto questo modo di governare a contraddistinguere il popolo romano da tutti gli altri popoli dell’antichità.

Secondo me, ora che sappiamo, senza ombra di dubbio, che i Nebrodi furono il fulcro del culto dionisiaco in Sicilia, la ragione del provvedimento adottato, nei confronti della sola città di Agatirno, dal proconsole Levino, va posta in correlazione con una peculiarità di Agatirno, rispetto a tutte le altre città della Sicilia e dello stesso territorio dei Nebrodi, peculiarità che non poté essere altra che questa: che Agatirno era il centro del culto dionisiaco nei Nebrodi e dunque in tutta la Sicilia.

In altri termini, è probabile che il proconsole Levino, temendo che sotto la celebrazione dei misteri dionisiaci, incomprensibili ai profani e specialmente ai Romani, che fino a quel momento non ne avevano avuto conoscenza diretta, si potessero celare pericolose tendenze cospirative in danno degli stessi Romani, abbia atteso al varco i partecipanti ad una delle feste dionisiache celebrate in Agatirno, per catturarli in massa e spedirli oltre 10 stretto, e precisamente nella regione dei Bruzzi, ove, a suo avviso, potevano far danno solo agli stessi Bruzzi, nemici di Roma ed anche di Reggio, che da circa 60 anni si era dimostrata fedele alleata di Roma.

Questa ipotesi è suffragata da altro fatto storicamente certo, con cui la deportazione degli abitanti di Agatirno va posta in correlazione, e cioè con il fatto che, ventitré anni dopo, il cul­to dionisiaco, nel frattempo diffusosi in Roma, venne praticamente posto fuori legge, dal senato romano, in virtù del senatusconsultum de Bacchanalibus, del 186 a.C. (l’unica legge romana repressiva di un culto religioso).

In tale occasione, vennero arrestate e processate circa 7.000 persone (tra uomini e donne), accusate di dissolutezze e delitti di ogni genere, commessi nell’esercizio dei misteri dionisiaci. Tolti quelli che si sottrassero alla condanna con la fuga o il suicidio, circa 4.000 persone furono condannate alla pena capitale e giustiziate.

Dalla stessa minuziosa narrazione dei fatti da parte di Tito Livio (Ab urbe condita, XXXIX 8 -19) si evince che fu tutta una montatura, imbastita sul semplice sospetto che i partecipanti ai misteri dionisiaci fossero potenziali congiurati contro la repubblica romana.

L’unica differenza (a parte la diversità delle pene irrogate) tra il provvedimento adottato, ventitré anni prima, dal proconsole Levino contro gli abitanti di Agatirno, ed i provvedimenti poi adottati nella città di Roma contro i seguaci del nuovo culto, diffusosi in Roma da circa dieci anni, sta nel fatto che il proconsole Levino, non potendo far ricorso ad alcuna legge repressiva del culto dionisiaco (i Romani, fino a quel momento, essendo stati sempre tolle­ranti di qualsiasi culto), non poté fare riferimento alla pratica di un culto misterico (e perciò solo sospetto) e quindi fu costretto ad accusare gli abitanti di Agatirno di  “dissolutezza” e delitti di ogni genere, facendoli così passare come socialmente pericolosi, mentre il console Postumio, potendo far ricorso alla nuova legge, emanata ad hoc – su sua richiesta – dal senato romano, ebbe la possibilità di far passare i seguaci del culto dionisiaco addirittura come congiurati contro la repubblica romana (per il solo fatto di esercitare i misteri dionisiaci) accusandoli conseguentemente di svariati delitti, commessi sempre nell’esercizio degli stessi misteri.

A questo punto è da chiedersi dove siano andati a finire i deportati di Agatirno, dopo il loro arrivo nel territorio dei Bruzzi. Naturalmente, nessuno storico se ne è occupato, dopo che se ne occuparono un poco Polibio e Tito Livio (fino alla partenza da Agatirno dei condannati all’esilio).

Mi pare impensabile che tutti i 4.000 siano rimasti sempre insieme, nel territorio dei Bruzzi, o che una parte di loro abbia potuto far ritorno nella città di Agatirno, dove, almeno fino all’età di Tiberio (14-37 d.C.), fu presente una guarnigione romana. Ed allora, dove andarono a finire, se non tutti, la maggior parte?

Io penso che si siano distribuiti, stanziandosi in parte nella Magna Grecia (anche per la comunanza di lingua), in parte nel Lazio, in parte nell’Etruria ed in parte altrove. Me lo fa pensare, soprattutto, un fatto storicamente certo ed è questo: che all’inizio del II secolo a.C., vale a dire pochi anni dopo la deportazione nel territorio dei Bruzzi degli abitanti di Agatirno, i misteri dionisiaci “dilagarono improvvisi in Roma, introdottivi da prigionieri dell’Italia meridionale” (Ignazio Scaturro, “Storia di Sicilia”, vol. II, p.l64). Mi sembra, inoltre, particolarmente significativo questo fatto: una delle tavole bronzee sulle quali venne inciso, per ordine del senato romano, l’intero testo del senatusconsultum de Bacchanalibus del 186 a.C. (perché venisse fatto conoscere alle autorità periferiche e da queste fatto applicare in ognuna delle località dell’Italia nelle quali venivano esercitati i misteri dionisiaci), l’unica di tali tavole che sia venuta alla luce, tanti secoli dopo, è stata rinvenuta a Tiriolo, nel cuore dell’antico territorio dei Bruzzi, vale a dire nello stesso luogo in cui furono deportati gli abi­tanti di Agalirno (!).

Mi sembra dunque che ci siano abbastanza argomenti per poter ritenere pienamente fondata l’ipotesi che il culto dionisiaco sia stato diffuso in Italia dai deportati di Agatirno ed anche per potere affermare, con cognizione di causa, che i Romani non fecero un buon affare, nel deportare oltre lo stretto gli abitanti di Agatirno, in base al diritto della forza, suffragato dalla calunnia.

In ogni caso, mi pare che non ci possa essere dubbio che il provvedimento adottato dal proconsole Levino nei confronti degli abitanti di Agatirno o di gran parte di essi, inflisse un durissimo colpo alla città, che in quel tempo era sicuramente la più florida tra tutte le città dei Nebrodi, ed una delle più importanti dell’Isola: il che è testimoniato dallo stesso fatto che in essa furono catturate 4.000 persone (popolazione numericamente ragguardevole in quell’epoca), ed anche dalla scoperta (casualmente avvenuta nel 1980) nel centro storico di Capo d’Orlando, di una necropoli apparentemente di vaste proporzioni, risalente al III secolo a.C. (la necropoli, subito dopo la scoperta, è stata puntualmente ricoperta, sotto la costruzione di un edificio: forse anche perché si è pensato che dal II secolo a.C. ad oggi sono passati appena ventitré secoli, e dunque si può ancora aspettare, per conoscere tutta la verità, su Agatirno e dintorni).

Quel provvedimento segnò sicuramente l’inizio della decadenza della città di Agatirno, tant’è che, 137 anni dopo, quando il governatore romano Verre compì le sapute spoliazioni ed estorsioni e concussioni in danno delle principali città dell’Isola, comprese Tindari e Calacte, non risulta che abbia degnato della stessa attenzione i cittadini e la città di Agatirno, posta a metà strada tra Tindari e Calacte.

Nel I secolo dell’Impero, sembra che Agatirno si sia ridotta al rango di oppidum, vale a dire castello, villaggio, borgo (Scaturro, op.cit, vol.II, p.185).

Ma, fin dal 209 a. C., il nome di Agatirno non appare più nella storia: il che però non può destare meraviglia, se si pensa che a partire dalla stessa epoca, in cui tutta l’Isola divenne pro­vincia romana, e fino al V secolo d.C., mai la Sicilia appare nella storia (Scaturro, op.cit., vol.II, p.178).

Fino all’età di Augusto e forse fino al IV secolo d.C., il nome di Agatirno appare però nella geografia, tra le maggiori città della Sicilia, grazie alla carta geografica conosciuta con il nome di Tabula Peutingeriana, compilata nel XIII secolo, ma su documenti che vanno dall’età di Augusto al IV secolo d.C.

Praticamente, l’ultima testimonianza, in ordine di tempo, relativa ad Agatirno, risale all’età di Tiberio, successore di Augusto, ed è costituita da una iscrizione, rinvenuta, oltre un secolo fa, nel centro storico dell’allora borgo di Capo d’Orlando, e cioè la dedica di una statua a Tiberio (che fu in carica dal 14 al 37 d.C.) da parte di un Publius Clodius ed un Rufus Latro, che non sappiamo chi fossero e quali funzioni esercitassero in Agatirno, nel tempo in cui resero quell’omaggio al loro sovrano. Ciò, in ogni caso, ci dice che, almeno fino al I secolo d.C., Roma mantenne in Agatirno spioni devotissimi al principale inquilino del Palazzo

Nel XII secolo, vale a dire nell’epoca del dominio normanno della Sicilia, il nome di Agatirno scompare anche dalla geografia, avendo i Normanni sostituito la denominazione geografica caput Agathirnum con quella di caput Rolandi (capo d’Orlando).

Secondo Turpino, personaggio leggendario, che sarebbe stato al seguito di Carlo Magno e di Orlando, e che sarebbe caduto a fianco di quest’ultimo a Roncisvalle, il mutamento del nome sarebbe avvenuto in memoria dell’approdo del paladino Orlando, nella baia protetta dal promontorio in parola, mentre navigava diretto in Palestina, accompagnando lo zio Carlo Magno.

Sul valore delle pretese testimonianze di Turpino, ha scherzato abbastanza l’Ariosto, e dunque non è il caso che mi ci metta anch’io. A parte che il personaggio appartiene alla leggenda e non alla storia, è certo che la testimonianza in proposito, a lui attribuita, proviene da un’opera scritta da altri, nel XII secolo (vale a dire almeno tre secoli dopo il preteso viaggio di Carlo Magno e di Orlando in Palestina).

Valore identico alla prima, ha 1’analoga testimonianza di Goffredo di Viterbo, vissuto anche lui nel XII secolo.

E’ certo, peraltro, che nel XII secolo, vale a dire sempre al tempo dei Normanni in Sicilia, i giullari francesi portarono alla corte di re Ruggero le leggende carolinge di Orlando e i paladini di Francia.

E dunque la vera origine del mutamento del nome de1 promontorio in questione va ricercata in ben altre ragioni, sulle quali avrò modo di soffermarmi appresso.

Intanto conviene tornare indietro nella storia, fino all’epoca della dominazione bizantina, che dal 535 si sostituì alla dominazione romana della Sicilia, sino a quando al dominio dei Bizantini non si sostituì quello dei Musulmani (dall’878, quando conquistarono Siracusa, capitale dell’Isola) per essere soppiantati a loro volta dai Normanni, circa due secoli dopo.

Per tutta la durata della dominazione bizantina (e quasi sino alla fine della dominazione araba) il santuario di Dioniso in Agatirno continuò a richiamare i fedeli, da ogni parte del Val Demone. Ma Dioniso, se per i suoi fedeli era sempre un dio, per i primi seguaci del Cristianesimo era solo un demone­.

A maggior ragione era solo un demone per i governanti bizantini della Sicilia e soprattutto per i monaci basiliani, brulicanti al seguito dei primi: ma senza successo, nel territorio dei Nebrodi, per tutta la durata della dominazione bizantina ed oltre (cioè sino a quando non furono arrivati i Normanni). Lo dimostra il fatto che, sino alla fine del X secolo dell’era cristiana, nel triangolo compreso tra Taormina, Tindari ed Alesa (sedi vescovili tutt’e tre), vale a dire nel cuore del Val Demone, non esisteva alcun monastero, tranne (forse) un cenacolo, sorto verso la fine del X secolo, nello stesso luogo in cui, nel secolo successivo, venne edificata l’imponente abbazia basiliana di San Filippo di Fragalà, in territorio di Frazzanò.

Per avere un’idea del vigore del culto dionisiaco nel Val Demone, in piena era cristiana, basti pensare che intorno alla metà del IX secolo, il monaco Teofane Cerameo, arcivescovo di Tauromenio (Taormina), tuonava dalla sua cattedrale contro la stessa città, chiamandola “città del toro e delle menadi, del furore e della smania” (Scaturro, op.cit. vol.II, p.391). Così stando le cose in tutto il tempo della dominazione bizantina dell’Isola, per me non c’è ombra di dubbio che i governanti bizantini ed i monaci basiliani al loro seguito in Sici1ia, visto fallire miseramente ogni loro sforzo finalizzato a1 ridimensionamento del culto dionisiaco nel Val Demone, non trovarono di meglio che demonizzare tutta una parte dell’Isola, chiamandola, per l’appunto, Vallis Daemonis, e chiamando castellum o castrum Daemonis la città-santuario dello stesso culto.

Ciò è confermato da due fatti documentalmente provati: primo, che i cronisti arabi al seguito delle forze armate sbarcate a Mazara nell’827 e rimaste nell’Isola o rimpiazzate nell’arco di due secoli e più, indicarono sempre con la sigla D.MN.S. un castello-fortezza dai Musulmani ripetutamente assediato ed attaccato, sulla costa settentrionale della Sicilia; secondo, che il geografo arabo al-Idrisi, nella sua famosa opera geografica pubblicata nel 1154, indicò con la stessa sigla (D.MN.S.) il territorio che alcuni secoli dopo la fine della dominazione normanna della Sicilia e sino al 1818, sarà chiamato ufficialmente Val Demone.

Si sa che nella lingua araba (come in ogni altra lingua semitica), mancando le vocali corrispondenti alla e ed alla o, un nome latino (come quello del castello e della regione in questione) generalmente viene riportato con le sole consonanti. La sigla D.M.N.S. risultante da documenti in lingua araba dell’epoca, con riferimento, per l’appunto, al nome latino di un castello e di una regione, che prese il nome dallo stesso castello, a mio avviso, non può essere vocalizzata altrimenti che in Daemonis, genitivo di Daemon (demone) e dunque il castello e la regione in questione dovevano chiamarsi, rispettivamente, castellum o castrum Daemonis e Vallis Daemonis (castello del Demone e Valle del Demone).

Senonché Michele Amari, in considerazione del fatto che tra i vari nomi venuti fuori da alcuni documenti dell’epoca normanna da lui stesso consultati (di cui dirò meglio appresso), uno solo (Daemanis) ha la s finale della sigla D.M.N.S., pervenne alla conclusione che il. castello e la regione in questione si chiamassero Demana, non avendo avvertito che Daemanis è un’evidente storpiatura di Daemonis.

Io penso che l’Amari non sarebbe incorso in tale grossolano errore, se avesse saputo che i Nebrodi furono i monti di Dioniso o Bacco, e che fino a tutto il X secolo dell’era cristiana, in un castello ubicato ai piedi dei Nebrodi, si era continuata la celebrazione dei misteri dionisiaci.

Il problema relativo alla vera origine del nome Val Demone, credo che sia stato sollevato per primo dallo storico Giovanni Di Giovanni, che nella sua opera “L’Ebraismo della Sicilia” pubblicata nel 1748, scriveva (p.317): “…è fuor di contesa che come Mazara diede il nome ad una delle tre regioni, ovvero valli della Sicilia, così da Noto ne prese il nome un’altra, chiamata Valle di Noto; restando ancor dubbia la vera e giusta etimologia della terza regione appellata Val Demini”. Circa un secolo dopo, Michele Amari cercò di risolvere il problema sollevato dal Di Giovanni. A tal fine, rilevò anzitutto la confusione di questi nomi, venuti fuori da documenti dell’epoca normanna da lui stesso consultati in proposito: Vallis Deminae (Malaterra, cronista normanno, e diploma del conte Ruggero, entrambi dell’ XI secolo); Vallis Daemanae (altro diploma del conte Ruggero); Tondemenon (altro diploma del conte Ruggero); Demanna (diploma dell’ XI secolo del vescovo di Messina); Demena (diploma del XII secolo di Ruggero Secondo); Demeno (diploma del XII secolo del vescovo di Messina); Vallis Daemanis (altro diploma di Ruggero Secondo); Demenna (altro diploma di Ruggero Secondo).

Al riguardo, l’Amari, oltre alla strana confusione dei nomi, l’uno diverso dall’altro, indicanti la stessa regione, avrebbe dovuto rilevare un’altra stranezza: il fatto che nessuno dei nomi venuti fuori dai documenti da lui spulciati, corrisponde al nome demone: il quale nome, fino all’epoca in cui egli era nato, faceva parte integrante della denominazione ufficiale della regione in questione (Val Demone).

Tale stranezza avrebbe dovuto indurlo ad ipotizzare un preciso divieto da parte dei governanti normanni: il divieto assoluto di usare il nome Demone nei documenti ufficiali, per indicare la regione in questione, e quindi avrebbe dovuto indurlo a chiedersi se ci potesse essere una “ragion di stato” alla base di tale divieto. Lungi dal riflettere in tal senso, l’Amari si smarrì in congetture, che lo condussero ad una conclusione che dimostra da sola la fallace impostazione di tutto il suo ragionamento in proposito.

La conclusione dell’Amari è questa: che durante il dominio musulmano dell’Isola, le popolazioni del Val Demone “mantennero l’onor del nome cristiano in Sicilia” (“Storia dei Musulmani di Sicilia”, vol. 1, p. 613). Si vedrà appresso quanto questa conclusione sia aberrante.

Io sono convinto che senza le ricerche fatte da Michele Amari, oggi sapremmo ben poco, per non dire quasi nulla, della storia dei Musulmani in Sicilia. E sono anche convinto che se egli avesse avuto conoscenza della storia del culto dionisiaco nel Val Demone ed in particolare nel territorio dei Nebrodi si sarebbe reso conto che i Normanni, al fine di cancellare la memoria storica del Val Demone, fecero carte false.

Rientra tra queste la cosiddetta “Cronaca di Monemvasia”: un documento in lingua greca, confezionato sicuramente in epoca normanna, semplicemente per dimostrare che nel VI secolo d.C. (vale a dire circa cinque secoli prima dello sbarco dei Normanni in Sicilia), nel territorio dei Nebrodi esisteva una città chiamata Demenna, dalla quale avrebbe preso il nome la regjone in questione.

Una città chiamata “Demenna “, in Sicilia, non è mai esistita. Se fosse esistita, la regione in questione sarebbe stata chiamata V al di Demenna, e non Val Demone: obiezione questa che i Normanni non potevano temere, non potendo prevedere che, parecchi secoli dopo la fine del loro dominio dell’Isola, il nome Val Demone, malgrado tutto l’impegno da loro profuso perché ciò non accadesse, avrebbe finito con l’avere il sopravvento (grazie alla forza della verità indistruttibile), affermandosi come denominazione ufficiale della regione in questione: anche se ormai neppure i più dotti tra gli studiosi di storia avrebbero saputo intuirne la vera origine.

Il perché i Normanni abbiano voluto cancellare la memoria storica del Val Demone è intuibile, sol che si consideri che essi, liberata tutta l’Isola dal dominio musulmano e divenutine quindi regnanti assoluti, con pieni poteri persino in campo ecclesiastico, quali legati apostolici, vantando anche il merito di avere rifondato il Cristianesimo in Sicilia (nel territorio dei Nebrodi ne furono certamente i fondatori), non potevano tollerare che una pane cospicua del loro regno fosse stata il regno di un “Demone”: come effettivamente lo era stata, per non meno di duemila anni, e fino alla loro conquista della Sicilia.

Certo, la complessa operazione di cancellazione della memoria storica di un’intera regione non può non apparire incredibile, persino a chi non ignora che la storia (scritta per lo più dai vincitori) abbonda di falsificazioni, mistificazioni, omissioni, depistaggi e quindi anche di misteri. Ma ciò che è veramente incredibile è come tutta l’operazione compiuta dai Normanni sia potuta passare del tutto inosservata, attraverso la testa di ognuno dei maggiori studiosi di storia della Sicilia.

Sta di fatto che, ancora oggi, il mondo accademico ignora la vera origine del nome dei Nebrodi e del nome Val Demone, nonché la vera ragione per cui i Romani deportarono la popolazione di Agatirno, e i Musulmani rasero al suolo la stessa città, ed i Normanni la cancellarono anche dalla geografia (oltreché dalla storia), mutando infatti il nome geografico del promontorio che da almeno due millenni era chiamato capo Agatirno in quello di capo d’Orlando.

Nessun dubbio può sussistere sul fatto che la città di Agatirno fu rasa al suolo dai Musulmani, quasi alla fine della loro dominazione assoluta dei due terzi dell’Isola, costituiti dal Val di Mazara e dal Val di Noto, il territorio dei quali venne conquistato e colonizzato, senza troppe difficoltà.

Non così si può dire per il Val Demone: le cui popolazioni, a differenza di quelle degli altri due valli, opposero all’invasione dei Musulmani una forte e tenace resistenza, che durò fino a quasi un secolo e mezzo dopo il loro sbarco a Mazara: basti dire che nel periodo che va dal 913 al 962, e cioè per quasi cinquant’anni (!) i Musulmani, in più riprese, lanciarono la Jihad (guerra santa), proprio contro le città del Val Demone.

Secondo le prescrizioni dettate da Maometto e contenute nel Corano, la guerra santa era rivolta soprattutto contro i pagani: i quali, se non si convertivano all’1slam, dovevano essere sterminati, mentre Cristiani ed Ebrei vinti potevano conservare la loro religione pagando una tassa (gizya).

E dunque per i devoti di Dioniso (o di altra divinità pagana) caduti in mano dei Musulmani l’alternativa era: l’abiura o la morte. Si spiega così e solo così la lunghissima resistenza opposta dalle popolazioni del Val Demone ai Musulmani.

E’ fuori dubbio, dunque, che in Val Demone venne combattuta la più lunga e sanguinosa guerra di religione che sia stata combattuta in questo mondo. Ma non tra Cristiani e Musulmani, come ha ritenuto ingenuamente l’Amari, sia per avere ignorato la storia del culto dionisiaco in Val Demone, sia per non avere intuito che fino a tutto il X secolo dell’era cristiana l’alternativa per il mondo occidentale fu: “Dioniso o Cristo “, vale a dire l’alternativa intuita, nei primi secoli del Cristianesimo, dai Padri della Chiesa, ed evocata, tanti secoli dopo, da Friedrich Nietzsche.

In conclusione:

Se dipendesse da me e solo da me, farei incidere questo epitaffio, su una lapide da murare sulla facciata

principale del palazzo del Comune di Capo d’Orlando, anche come proprio biglietto da visita:

A PERENNE MEMORIA DI

AGATIRNO

FONDATA QUATTRO SECOLI E PIU’ PRIMA DI ROMA

CITTA’ SACRA A DIONISO

DONDE PRESERO IL NOME I MONTI NEBRODI

E IL VAL DEMONE

DAI ROMANI SPOPOLATA E CALUNNIATA

DAI MUSULMANI RASA AL SUOLO

DAI NORMANNI CANCELLATA DALLA STORIA

E DALLA GEOGRAFIA

LA CITTA’ DI CAPO D’ORLANDO

DALLE SUE CENERI RISORTA

A NUOVA VITA

POSE’QUESTA LAPIDE ADDI’…

Quanto sopra, anche a testimonianza che la Verità si può tenerla nascosta anche per venti o più secoli, ma non si può mai distruggerla.

Ritrovamenti Di Età Preistorica

Bagnoli S.Gregorio: La Ceramica

Bagnoli S.Gregorio: I Mosaici