Spigo U., Il complesso termale di età imperiale romana della contrada Bagnoli-S. Gregorio. Scavi 1987-1994., in Giornate di Archeologia – Architettura – Storia “Da Tindari…per Agatirno…ad Alesa, Atti del 5 agosto 1995, Archeoclub d’Italia, Capo d’Orlando 1997

IL COMPLESSO TERMALE DI ETA’ IMPERIALE ROMANA DELLA CONTRADA BAGNOLI – S. GREGORIO. SCAVI 1987-1994.

RELAZIONE PRELIMINARE

Comunicazione di Umberto Spigo

 

PREMESSA

 

Per la presente relazione abbiamo ripreso, sostanzialmente, il testo della comunicazione preparata per l’VIII Convegno di Studi sulla Sicilia Antica, tenutosi nel 1993 e successivamente data alle stampe ([1]), con sintetici aggiornamenti sui risultati della campagna di scavi condotta nel 1994.

E’ opportuno avvertire che diverse ipotesi e considerazioni riportate in questo contributo (e nel precedente da cui deriva) sono in gran parte, sicuramente suscettibili di ripensamenti e modifiche, anche di rilievo, soprattutto per quanto riguarda le fasi cronologiche ma anche particolari relativi alla destinazione dei vari ambienti ed a caratteri funzionali, non essendosi ancora completato l’esame e lo studio dei reperti mobili dagli scavi sin’ora effettuati, e soprattutto, dovendosi ancora proseguire l’indagine, sia con adeguati approfondimenti stratigrafici all’interno degli ambienti e con la “rimozione” scientifica di tutti gli elementi di crollo (ed il relativo studio nell’ambito di una proposta di ricostruzione dell’elevato, almeno là dove possibile, finalizzata ad opportuni interventi di restauro) sia con lo scavo in estensione nelle adiacenze del complesso termale e nei terreni limitrofi, soprattutto a sud e ad ovest.

 

L’interesse archeologico della c/da Bagnoli-S. Gregorio a circa 3 Km. a Nord-Est di Capo d’Orlando era fino alla metà degli anni ‘80 nota solo attraverso segnalazioni di rinvenimenti fortuiti (colonne, frammenti ceramici) attestanti la presenza di un non meglio specificato insediamento di età tardo-imperiale romana, nel territorio, appartenuto probabilmente all’antica Agathyrnum, la città indigena poi grecizzata, per la quale è stata proposta da molti studiosi, a partire dal Fazello, nel 1558, una plausibile ubicazione in un’ampia fascia del territorio e del centro urbano di Capo d’Orlando dove, nel settore S-E della cittadina, non lontano dal Municipio, sono stati esplorati nel 1980-1981 e nel 1989 alcuni lembi di una necropoli di età ellenistica, del III secolo a.C. ([2]).

Indizi di presenze archeologiche erano anche note in c/da S.Martino, ad ovest della c/da Bagnoli, dove appunto il Fazello collocava Agathyrnum, ma in questo sito una lunga campagna di prospezioni archeologiche fatte condurre dalla Soprintendenza di Messina su vasto raggio nel 1990 nell’area dove è prevista la realizzazione di un grande Centro Direzionale Misto, non ha, sorprendentemente, rivelato segni certi di stanziamenti antichi ([3])

Ritrovamenti fortuiti ed alcune brevi indagini, i cui risultati sono ancora inediti, effettuate negli anni ‘80 dalla Soprintendenza di Siracusa, sul promontorio del Capo, in vetta al quale, presso i ruderi del Castello, sorge il santuario moderno, hanno individuato la presenza di strutture e livelli abitativi riferibili a varie epoche, dall’età tardo classica a quella medievale.

Sino ad oggi, a parte il caso delle prospezioni in c/da S. Martino, l’unica indagine archeologica sistematica di ampio respiro intrapresa a Capo d’Orlando ha riguardato il complesso termale di avanzata età imperiale romana della c/da Bagnoli-S. Gregorio e la circostante fascia territoriale.

Nel gennaio 1986, nel corso di uno sbancamento per la realizzazione di un parcheggio pubblico in una fascia espropriata dal Comune di Capo d’Orlando, vennero fortuitamente riportati in superficie, purtroppo tagliati dal mezzo meccanico, resti di strutture murarie e di pavimenti decorati a mosaico, il cui rinvenimento causò l’immediata sospensione dei lavori da parte della Soprintendenza di Siracusa, ancora competente per territorio.

Dal 1987 la Soprintendenza di Messina ha iniziato le indagini sistematiche, proseguite poi negli anni successivi ([4]).

L’edificio termale doveva appartenere, con molta probabilità (come meglio motiveremo più avanti), ad una villa estendentesi soprattutto verso Nord, in direzione del mare, al di sotto della SS. 113 e, al di là di questa, di fabbricati di recente realizzazione, il cui impianto deve aver causato la distruzione di ingenti stratigrafie archeologiche.

Il complesso, il cui settore settentrionale ha subito malauguratamente un’altra ingente amputazione dallo sbancamento del gennaio 1986, si articola, in direzione est-ovest, per una estensione di circa m. 32, attraverso una sequenza di sei stanze (una delle quali per la verità, a seguito di rifacimenti successivi, è composta dai due vani 2 e 3), e presenta, nella parte orientale, un deciso scivolamento verso Nord dall’originario piano di “posa”, particolarmente marcato nei vani 5 e 6, sulle cui possibili cause ci soffermeremo più avanti.

I muri, conservati nello spiccato per pochi filari, sono realizzati con una tessitura di blocchetti di taglio non regolare e appena sbozzati, di pietra locale, il “flysch” di Capo d’Orlando, legati con malta, e intervallati, in diversi tratti della “facciavista” interna da “ricorsi” di laterizi.

Sulle pareti interne dei vani 4, 5 e 6 restano (sopattutto nel vano 3) ampi tratti dello spesso intonaco bianco di rivestimento.

Il nucleo “centrale” è costituito dai vani 4, purtroppo mancante, a causa dello sbancamento, del muro perimetrale nord (m. 5-E-W x m. 5 lungh. max. N-S) 5 (m. 5-E-W x m. 6 circa), e 6 (m. 5 E-W x 6): quest’ultimo era completato sul lato Nord da una piccola abside il cui muro di fondo curvilineo, che la definiva sul lato Nord, è stato tranciato dal mezzo meccanico (misure max: m. 1,90-E-W x 2), che ne ha anche smosso il pavimento decorato a mosaico.

I tre ambienti presentano il tradizionale sistema di riscaldamento ad ipocausti, con pavimenti impostati su “suspensurae” fittili, costituite dai soliti elementi discoidali sovrapposti, sotto i quali, in un’ampia intercapedine, si trasmetteva l’aria calda (propagata dalla fornace) diffusa poi, nei vani 5 e 6, attraverso i “tubuli” fittili parallelepipedi (h.: circa cm. 20) che rivestivano le pareti al di sotto dello strato d’intonaco; nel vano 6 all’interno di un tratto di pavimento, purtroppo dissestato, presso l’abside, è anche visibile un tratto di una “fistula” di piombo (per il passaggio e lo scarico dell’acqua in una vasca circoscritta dall’abside ?).

Il vano 6 termina sul lato Ovest con una vasca rettangolare per i bagni caldi (circa m. 1,30-E-W x 4) rivestita di cocciopesto cui segue il vano 7 includente il forno (circa m. 4-E-W x 5), con spallette in laterizio, il cui studio tipologico e tecnico dovrà essere effettuato in rapporto a consimili esempi in impianti termali di età romana così come dovrà chiarirsi meglio l’effettiva connessione cronologica e funzionale fra la vasca nel suo attuale assetto ed il primo impianto del vano 6.

Risulterebbe comunque certa la destinazione a “calidarium” del vano 6  così come dell’adiacente vano 5; a tepidarium doveva essere adibito il vano 4 nelle cui pareti per altro non si sono trovate tracce di “tubuli”.

Più difficili si pongono allo stato attuale, l’identificazione e la ricostruzione del “frigidarium” (che doveva presumibilmente essere adiacente sul lato orientale al vano 4), per le vistose ristrutturazioni dell’impianto originario; ad un successivo riutilizzo, quando le Terme non erano più in funzione (come diremo in seguito) risulterebbero infatti appartenere il vano 1 (circa m. 6-E-W x 7 m), e le due piccole “stanze” ad esso adiacenti sul lato occidentale, ricavate, come si è detto dalla “tramezzatura”, in senso est-ovest, di un unico ambiente del complesso termale: il vano 2 (circa m. 2,50-E-W x 2) ed il vano 3, affiancato sul lato sud al precedente (circa m.4-E-W x 3).

Il vano 4 doveva essere coperto da una volta del cui crollo si sono rinvenuti, sia all’interno sia all’esterno, immediatamente a Sud, i frammenti, caratterizzati dall’impiego, non inconsueto, di numerosi frammenti di pietra lavica e pomice, entrambe probabilmente di provenienza liparese) commisti alla malta, per equilibrarne ed alleggerirne il peso.

All’esterno del vano, sul lato sud, è stato anche evidenziato, fra i numerosi elementi di crollo, parte di un arco di mattoni, legati da malta (è conservato per una lungh. di circa 1 m.; h. circa m. 0,30); non essendosi rinvenuti nelle vicinanze frammenti riferibili ad altri analoghi elementi architettonici, si presume che potesse trattarsi di un arco cieco, realizzato al sommo di una parete, per lo scarico del peso della volta.

Si sono, al momento messi solo parzialmente in luce, al di sotto degli strati di crollo, i pavimenti a mosaico, in “tessellatum”:

1) Vano 4: Decorazione geometrica a  sobria tricromia (bianco, nero, rosso) con alternanza di esagoni allungati (non equilateri) e piccoli quadrati, entrambi dai contorni in colore nero bluastro, entro campi “poligonali” delimitati da incontri e intersezioni di linee.

Entro gli esagoni sono iscritti sottili motivi cruciformi costituiti da piccoli quadratini neri e, all’estremità di ciascun “braccio”, da triangolini rossi.

2) Vano 5: A decorazione geometrica, in bianco e nero con particolari in colore rosso.

Il sistema decorativo, delimitato da una cornice a triangoli (o “denti di lupo” fortemente geometrizzati) è composto da grandi cerchi formati dal contorno esterno, continuo, di quattro grandi pelte; ciascun cerchio inscrive, al centro di una “croce” lobata compresa fra le quattro pelte, un quadrato includente un altro minore al centro del quale è un piccolo motivo cruciforme costituito da quattro triangolini rossi ai vertici esterni di un quadratino nero.

Due coppie dei predetti cerchi, contrapposti, delimitano un campo includente una losanga a lati concavi che inscrive un motivo a “stella” in rosso e nero.

3) Vano 6: motivo continuo a squame bipartite, bianche e nere.

 

La maggior parte dei materiali mobili sin’ora recuperati provengono dagli strati di abbandono del complesso e di crollo: fra la gran quantità di frammenti ceramici, si segnala, oltre ad abbondante e significativa ceramica acroma – anfore, suppellettili da cucina, etc. – la presenza di numerosa terra sigillata africana soprattutto del IV e V secolo d.C. ([5]).

Fra le monete di bronzo, di avanzata e tarda età imperiale romana (dal III al V secolo d.C.), delle quali è già stato possibile il riconoscimento, menzioniamo qui preliminarmente emissioni di Settimio Severo, Giulia Mamea, Gordiano III (?), Gallieno (III?), Otacilia, Diocleziano, Licinio, Costanzo, Costantino (due esemplari), Teodosio II.

In base ai materiali mobili sin’ora raccolti, pensiamo ad una cronologia  iniziale dell’impianto del complesso termale, e della relativa villa, non anteriore ai primi decenni del III secolo d.C.( e fermo restando la necessità di nuove indagini stratigrafiche, più estese e mirate, anche in corrispondenza dei cavi di fondazione dei muri ed al di sotto dei pavimenti musivi, in corrispondenza delle lacune).

Per un più preciso inquadramento cronologico non sembra esserci di particolare aiuto l’assetto planimetrico del complesso termale, data anche la sua lacunosità: in via del tutto indicativa e provvisoria, restando nell’ambito della sola Sicilia Romana, e di complessi termali di ridotte dimensioni, il confronto più vicino dal punto di vista tipologico, ci è offerto, dalle piccole Terme dell’ “insula” IV di Tindari, esplorate negli anni ‘50 da L. Bernabò Brea e M. Cavalier – i cui pavimenti musivi non dovrebbero datarsi prima del III secolo d.C. – dove pure gli ambienti termali sono allineati in unica sequenza ([6]).

Allo stato attuale risulta anche difficile una datazione puntuale dei pavimenti musivi, considerata la tipologia delle decorazioni.

Il motivo a squame bipartite del vano 6, già presente nel repertorio dei mosaici di età tardo-ellenistica, in epoca imperiale ha incontrato di nuovo una notevole fortuna, a partire dall’età adrianea; ricordiamo i mosaici dell’ “insula delle Muse” ad Ostia, delle Terme di Caracalla a Roma, e, per la Sicilia, almeno un significativo esempio a Taormina, nel pavimento di una casa di via Pirandello, databile fra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C. ([7])

Riguardo alla sintassi decorativa dei mosaici dei vani 4 e 5, caratterizzati da un tessuto piuttosto fitto (oltre che alquanto rigido pur se elegante) nel disporsi ed intersecarsi di vari elementi geometrici penseremmo ad una cronologia non certo anteriore ai primi decenni del III secolo d.C. ([8])

Considerazioni di rilevante interesse sulle cause naturali di distruzione del complesso si traggono dall’esame delle condizioni di “giacitura”.

Il vistoso scivolamento verso Nord dei vani 4, 5 e 6, la frattura e lo “spostamento” particolari subiti dalla pavimentazione del vano 6, la peculiarità della cospicua caduta di tegole e coppe fittili dai tetti dei vani 5 e 6 verificatasi all’esterno di essi sono stati, infatti, letti dal sismologo sovietico Andrej Nikonov, nel corso di suoi accurati sopralluoghi, come segni assai evidenti e probabili di una fortissima scossa di terremoto, forse di intensità pari al IX grado della scala Mercalli ([9]).

Dovrebbe quindi trattarsi di uno dei violenti eventi sismici che sconvolsero la Sicilia, soprattutto nord-orientale, in epoca tardo-imperiale, fra il IV secolo e gli inizi del V secolo d.C. (in particolare quello del 365 d.C. di cui parlano S.Girolamo ed Ammiano Marcellino) testimoniati, attraverso le condizioni di giacitura dei vari elementi di crollo e le lesioni di alcune strutture, nei complessi archeologici di altri siti: a Tindari, la cui cosiddetta Basilica, eretta nel IV secolo d.C. in parte sulle rovine di case distrutte da un primo terremoto, è stato a sua volta rasa al suolo da un successivo sisma probabilmente della fine del IV o degli inizi del V secolo; nella villa Romana di Patti, soprattutto nel crollo dei pilastri e degli archi del perestilio; a Lipari, nella grande vasca monumentale di età imperiale delle Terme di S.Calogero ([10]).

A giudicare dalla potenza dello strato di abbandono del vano 4, sulla sommità del quale insistono i frammenti del crollo della volta ed il cui riempimento, negli approfondimenti sin’ora effettuati presenta, come si è detto, diversi frr. di sigillata africana del IV e soprattutto del V secolo d.C., il terremoto dovrebbe aver colpito la Villa di Bagnoli quando era già in disuso, o, ipotesi pure da non scartare, la volta è crollata per altre cause (quali potrebbero essere stati gli effetti di un secondo terremoto in un momento successivo al riutilizzo abitativo che sarebbe seguito al primo sisma, dei cui indizi facciamo menzione più avanti).

Osserviamo anche, per fornire un altro elemento di analisi, che lo scivolamento delle strutture verso nord può essere stato favorito, ed ulteriormente agevolato, dalla spinta di eventi alluvionali che non dovevano essere infrequenti in età antica; oggi l’area risulta per altro interessata dalla presenza di una falda d’acqua assai superficiale.

In questa particolare situazione ambientale può trovarsi la spiegazione dello spesso strato d’intonaco con disposizione “a scarpa”, dalla sensibile pendenza, che, con evidente funzione impermeabilizzante, riveste buona parte della faccia esterna (il tratto SW) del muro meridionale del vano 6.

Il complesso-la probabile villa-cui appartenevano le terme, si era sicuramente impiantato nell’area di un insediamento più antico, per la determinazione esatta della cui cronologia non si posseggono ancora elementi certi, risalenti forse alla prima età imperiale (o al tardo periodo repubblicano ?).

La struttura più cospicua sin’ora rinvenuta, fra i resti ascrivibili a questa fase antica, è costituita, a sud-ovest delle terme, dal muro XXIX, messo in luce sino a poco dopo il confine sud della particella, a poca distanza dalla ferrovia, per una lunghezza max. di quasi 14 m.

Il suo orientamento, nord-ovest-sud-est, diverge sensibilmente da quello dei muri del complesso termale;  l’estremità nord-ovest termina con un elemento fortemente aggettante, più propriamente la base di un pilastro rettangolare (di m. 1,60-nord-ovest/sud-est-x 0,40).

Per chiarire la funzione di questa singolare struttura è necessario proseguire lo scoprimento in direzione sud: allo stato attuale, più che tagliata dal successivo impianto del complesso termale ci sembrerebbe interrotta nella sua costruzione per particolari ragioni che ora ci sfuggono (per esempio un alluvione); altri due tratti di muri, ad est del muro XXIX sono ad esso paralleli e presentano quindi lo stesso orientamento.

Ancora da determinare, con l’approfondimento dello scavo, è la cronologia di tratti di strutture murarie, delimitanti porzioni di vani, messi in luce immediatamente ad ovest del muro XXIX, ed in 5 saggi, distribuiti per un raggio di oltre 50 m., in un’ampia fascia di terreni ad ovest del complesso termale, che evidenziate solo nei filari sommitali, insieme a cospicui strati di crollo, sembrerebbero comunque collocabili fra l’età tardo-imperiale ed il periodo bizantino.

La “villa” di Bagnoli non deve quindi considerarsi isolata ma in rapporto ad un più consistente tessuto insediativo, sviluppatosi e protrattosi in un ampio arco di secoli, con differenziazioni e cesure da collegare a diverse contingenze storiche e, come abbiamo visto, a catastrofi naturali.

La conferma di come l’intera c/da Bagnoli fosse stata in età romana interessata da estesi fenomeni abitativi ci è data dai risultati di una breve campagna di prospezioni archeologiche effettuate nel 1991 nell’area a monte delle terme, a sud della ferrovia, che hanno restituito palesi testimonianze di livelli archeologici di età romana, anche se forse sconvolti da probabili fenomeni colluviali, senz’altro meritevoli di estese indagini di scavo per definire natura ed articolazione cronologica ([11]).

La “villa” di avanzata età imperiale, sorta nell’area di precedenti complessi (della prima età imperiale ?) pure di un certo impegno architettonico (come testimonierebbero la descritta struttura “a pilastri”- il cosiddetto muro XXIX-probabilmente incompiuto ([12]), doveva quindi essere al centro di un esteso sistema latifondistico, appartenente ad una famiglia patrizia, presumibilmente articolato, nella tarda età imperiale, nell’ambito di una “massa”.

E’ inoltre probabile anzi, data la sua collocazione topografica, anche in prossimità di un approdo, il collegamento stretto della “villa” di Bagnoli con una “mansio” lungo la strada da Messina a Palermo.

Ad un ripristino abitativo degli ambienti della villa e delle terme, non più in funzione, successivamente al disastroso sisma, dovrebbe riferirsi (pur se ancora sussistono margini di dubbio) un livello di frequentazione soprastante i pavimenti musivi, principalmente nel vano 5, che ha restituito frammenti ceramici, soprattutto di anfore, collocabili fra la fine del IV e forse l’inizio del V secolo d.C., attualmente in corso di studio.

Palesi e assai consistenti sono nel complesso di Bagnoli le testimonianze di un nuovo insediamento di epoca bizantina, dopo un lungo abbandono, con la ristrutturazione ed il riutilizzo degli originari ambienti termali con nuovi piani pavimentali a quota sensibilmente superiore ai precedenti.

In particolare a questa fase sarebbero pertinenti il vano 1 e parte dei vani 2 e 3, un ampio tratto di “basolato” in grandi pietre sommariamente sbozzate, sovrapposto al probabile livello di frequentazione successivo alla distruzione del sisma ed al pavimento a mosaico nel settore sud del vano 5, e probabilmente, i due bracci di canaletta, di fattura poco accurata, antistanti il vano 7.

Dei reperti mobili sicuramente riferibili a questo momento citiamo alcune monete in bronzo fra cui un’emissione di Costante II e Costantino IV (654-689), di probabile zecca siracusana, ed un’altra di  Leone III, di zecca costantinopolitana.

Allo stesso periodo potrebbero appartenere cinque tombe ad inumazione rinvenute a circa 70 m. ad Est del complesso termale, quattro delle quali a fossa rettangolare foderata di lastre d’arenaria mentre l’ultima, probabile sepoltura di un bambino, era costituita da un unico coppo fittile di copertura: prive purtroppo di corredo hanno restituito solo pochi frammenti di resti ossei.

A modelli “insediativi” non desueti nel quadro storico della Sicilia Tardo-Antica, corrispondono così l’impianto ( su o nell’aria di un complesso) più antico e la ripresa della vita in età bizantina dopo un non breve periodo di abbandono.

Citiamo almeno il caso notissimo della villa di Patti Marina, sorta su un’altra più antica, probabilmente della seconda metà del III secolo d.C., e poi, successivamente alla distruzione per un evento sismico (forse lo stesso, come dicevamo, che ha lasciato i segni evidenti nei resti delle Terme di Bagnoli), occupata da un insediamento di età bizantina, come testimonia il rifacimento ed il riutilizzo delle strutture per un impianto rurale con annessa piccola necropoli; una situazione non dissimile si è per altro di recente riscontrata nelle indagini effettuate a Pistunina, alla periferia Sud di Messina, nell’ambito del complesso edilizio rurale del IV secolo d.C., costituitosi nell’area di un precedente insediamento (sempre nell’ambito dell’età imperiale) ed anch’esso riabilitato in età bizantina ([13]).

 

 


([1]) U. Spigo, “Capo d’Orlando: il complesso termale di età imperiale romana di Bagnoli – S.Gregorio. Scavi 1987-1992. Relazione preliminare” in Kokalos XXXIX-XL, 1993-1994, tomo II, 1 (Atti dell’VIII Congresso Internazionale di Studi sulla Sicilia Antica), pp. 1027-1037.

([2]) Per l’identificazione di Agathyrnum col sito di Capo d’Orlando, per diverse ipotesi di ubicazione e per una sintetica rassegna dei rinvenimenti archeologici a Capo d’Orlando e territorio antecedentemente al 1986: G. Scibona “Capo d’Orlando” in B.T.G.C. (a cura di G. Nenci e G. Vallet), IV, Roma, 1985, pp. 426, s.v., con bibliografia precedente. Favorevole all’ubicazione di Agatyrnum a Capo d’Orlando si mostra da ultimo il Wilson: R.J.A. Wilson, Sicily under Roman Empire. The Archaeology of a Roman Province, 36BC-AD535, Warminster, 1990, pp. 12, 157.

([3]) Le indagini consistenti in 302 prospezioni meccaniche tramite perforazioni a carotaggio e in una serie di indagini geofisiche con metodo elettrico sono state effettuate dalla ditta “Lerici Prospezioni Archeologiche” sotto il coordinamento del dr. Mauro Cucarzi e hanno interessato un’area di circa 11 ha.

Come riportato nella relazione finale della Lerici: “I risultati delle perforazioni con carotaggi hanno permesso di stabilire le caratteristiche generali della zona esplorata. Essa è nella maggior parte sterile da un punto di vista archeologico. Infatti i carotaggi non hanno evidenziato uno strato archeologico ma hanno restituito solo “frammenti ceramici acromi, di laterizi e di recipienti, comunque di difficile datazione ed identificazione a causa della forte usura “probabilmente scivolati da aree a quota più alta”.

Solo in pochi carotaggi la presenza di una concentrazione di frammenti potrebbe far pensare a tracce di frequentazione antica meno sporadica ma difficilmente collegabile ad un insediamento stabile di lunga durata.

Ci si riserva in ogni caso un opportuno approfondimento delle indagini, mediante saggi di scavo manuali, nei punti corrispondenti.

([4]) Prima del presente contributo, l’unico breve accenno ai rinvenimenti di Bagnoli-S. Gregorio (in base alla breve esposizione dei risultati della Campagna 1987 data al VII Convegno di Studi sulla Sicilia Antica – Palermo 1988 – da G.M. Bacci) in: Wilson, op. cit., p. 210, dove viene ipotizzata l’identificazione con una villa che noi riteniamo di poter confermare.

I resti sin’ora messi in luce ricadono per la massima parte in un fondo, delimitato a Nord, oltre che dalla breve fascia data poi in uso alla Soprintendenza dall’Amministrazione Comunale di Capo d’Orlando nel quadro di una costante e proficua collaborazione, dalla SS. 113 ed a sud dalla Ferrovia, di proprietà dell’Avvocato A.Damiano e dei suoi fratelli che hanno cortesemente acconsentito all’occupazione “bonaria” per l’esecuzione delle ricerche; al Comune di Capo d’Orlando appartiene la stretta fascia lungo tutto il margine Nord (lungo la SS. 113), data in concessione alla Soprintendenza che ha avviato la procedura espropriativa di tutta l’area di proprietà privata.

Le quattro campagne di scavo sin’ora eseguite (1987, 1989, 1992, 1994) hanno anche incluso opere varie di protezione (la realizzazione di una copertura in ondulina, su elementi tubolari per salvaguardare strutture e pavimenti musivi dalle intemperie), restauro conservativo e sistemazione (la recinzione, passerelle lignee per il percorso di visita, etc.).

L’assistenza tecnica dei lavori è stata curata dal Signor Tindaro Sidoti, impiegato della Soprintendenza sino al 1990 ed attualmente Ispettore Onorario ai Beni Culturali.

Ha prestato la sua collaborazione alla prima campagna di scavo la d.ssa Natalia Mollica Baratta.

Dal 1989 ha collaborato costantemente alle ricerche la Sig.na Antonella Bonsignore, della Soprintendenza B.C.A. di Messina, alla quale si deve anche la sistemazione e la prima schedatura dei reperti mobili.

I rilievi sono stati effettuati dal Signor Antonio Franchina, assistente tecnico della Soprintendenza.

Un costante e proficuo contributo per il controllo preventivo delle aree di interesse archeologico di tutto il territorio comunale è offerto dal personale di custodia della Zona Archeologica di Bagnoli, coordinato dal caposervizio Sig. Ernesto Niosi.

Una proficua collaborazione all’attività della Soprintendenza è offerta dall’Archeoclub d’Italia di Capo d’Orlando, presieduto dal prof. Rosario Librizzi.

([5]) Prima classificazione della ceramica e delle monete a cura di Antonella Bonsignore: v. nota 3.

([6]) Per le terme dell’insula IV di Tindari: L. BERNABO’ BREA – M. CAVALIER, “Scavi in Sicilia. L’insula IV e le strade che la circondano”, in B. d’Arte, III – IV, Luglio – Dicembre 1965, pp. 206 fig. 19, 207-208; WILSON, op. cit., pp. 89 fig. 6, 91; D. V. BOESELAGER, Antike Mosaiken in Sizilien. Archaeologica 40, Roma 1983, pp. 114-127.

A Bagnoli, però, come già mostrato, non è più facilmente individuabile l’impianto originario del “frigidarium”, mentre a Tindari vi è un solo vano adibito a “calidarium”. Per un’ampia rassegna degli edifici termali di età romana in Sicilia, con esauriente bibliografia: Wilson, op. cit., pp. 88-94.

Per i caratteri tecnici e le tipologie planimetriche delle terme romane si veda fra i più recenti contributi di sintesi, con bibliografia precedente: J.P.ADAM, L’arte di costruire presso i romani. Materiali e tecniche, ed. Ital., Milano 1989, pp. 288-299.

([7]) Per il mosaico taorminese di via Pirandello: D. VON BOESELAGER, op. cit., pp. 108-109, tav. 7.

Per il ritorno in auge dei motivi a squame bipartite di tradizione più antichi, nei mosaici a partire dall’inizio del III secolo a.C., v. almeno: M. L. MORRICONE, “Mosaico” in E.C.O., Suppl. 1970, Roma 1972, s.V., pp. 520-521.

([8]) Punto di partenza per una ricerca – relativamente a confronti con mosaici della Sicilia Romana, naturalmente da estendersi ad altri ambiti – è: BOESELAGER, op. cit.

([9]) Sopralluoghi effettuati dal professore A.Nikonov nel 1989 e nel 1991,in compagnia   del Professor Lo Giudice dell’Istituto di Vulcanologia del C.N.R. di Catania.

([10]) Sui due grandi eventi sismici che hanno sconvolto parte della Sicilia, in particolare sulla costa settentrionale, in età tardo imperiale romana v. soprattutto: Wilson, op.cit., in particolare alle pp. 185-189, con riferimenti alle fonti letterarie ed ai dati di scavo (con puntuali riferimenti bibliografici).

Inoltre si veda in particolare :

a) Per Tindari: Bernabò Brea-Cavalier,”Tindari. L’insula IV”cit., p.208;Wilson, op.cit.,pp.53 (didascalia alla fig.52), 54, 167 (didascalia alla fig. 142, dove è chiaramente indicata la circostanza di edificazione della Basilica”, successivamente al terremoto della prima metà del IV secolo d.C., che ha distrutto l’insula i cui resti sono visibili presso il monumento), p.185, fig.154, 187 (dove si menziona il sisma che negli ultimi decenni del IV secolo d.C. o verso l’inizio del successivo, ha danneggiato la Basilica, lo stesso che avrebbe distrutto la villa Romana di Patti Marina).

b) Per la Villa Romana di Patti Marina v. almeno: G.Voza in Kokalos XXII-XXIII, 1976-1977, pp.574-579; ID., in Kokalos, XXVI-XXVII (1980-1981), pp. 690-693; ID., in B.C.A. Sicilia, 1982, pp.11-121; ID., in Kokalos, XXX-XXI, 1984-1985, pp.659-661; Wilson, op.cit.,pp.187, 18204-206, p.308, nota 72, con altri riferimenti bibliografici.

c) Lipari. Terme di San Calogero.

Per i segni di un forte sisma della seconda metà del IV secolo d.C., confermati da A.Nikonov, nella grande piscina coperta di età imperiale romana: M.Cavalier, “Le thermes de San Calogero a l’epoque grecque et romaine” in L’eau, la santè e la maladie dans le mond grec.B.C.H. Suppl.28., 19, 94, p.187.

Lo stesso terremoto, che L.Bernabò Brea e M.Cavalier pensano essere quello del 365 d.C. ha danneggiato la “tholos” della prima età del bronzo, che presenta rifacimenti immediatamente successivi a questo evento: L.Bernabò Brea-M:Cavalier, “Attività della Soprintendenza. Isole Eolie”, Kokalos XXXIX-XL (1993-1994), II, 1,cit., pp.998-1000.

([11]) Le indagini sono state effettuate dalla “Lerici Prospezioni Archeologiche” nel 1991, sotto coordinamento del Dr. Mauro Cucarzi, e sono consistite in 20 perforazioni a carotaggio continuo.

([12]) Interessante segnalare la presenza, nel crollo all’interno del vano 7, di un capitello ionico di arenaria consunto, forse pertinente alla fase più antica del complesso, precedente le terme, e successivamente recuperato come elemento di reimpiego.

([13]) Per l’insediamento di età bizantina sorto nell’area della villa romana di Patti e per i resti della villa più antica v. soprattutto: VOZA, in Kokalos 1976 XXII-XXIII cit. pp. 574-578; Kokalos XXX-XXI cit. pp. 660-661.

Per il complesso di Pistunina: G.M.Bacci, “Attività della Sezione ai Beni Archeologici della Soprintendenza B.C.A. di Messina negli anni 1988-1993” in Kokalos 1993-1994, II, I, cit., pp.941-943.

Posta un commento o usa questo indirizzo per il trackback.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...