Livio, XXVI, 40, 14-18, Sulle operazioni del console Levino nell’Agatirnide, durante la seconda guerra punica (210 a.C.)

Sulle operazioni del console Levino

nell’Agatirnide, durante la seconda

guerra punica (210 a.C.)


di Tito Livio (XXVI, 40, 14-18)

 

 

40. (…). Fama Agrigentinorum cladis Siciliam cun pervasisset, omnia repente ad Romanos inclinaverunt. Prodita brevi sunt viginti oppida, sex vi capta: voluntaria deditione in fidem venerunt ad quadraginta. Quarum civitatium principibus cunm pro cuiusque merito consul pretia poenasque exsoluisset, coegissetque Siculos positis tandem armis ad agrum colendum animos convertere, ut esset non incolarum modo alimentis frugifera insula, sed urbis Romae atque Italiae, id quod multis saepe tempestatibus fecerat, annonam levaret, ab Agathirna inconditam multitudem secum in Italiam transuexit. Quattuor milia hominum erant, mixti ex omni conluvione exsules obaerati capitalia ausi plerique cum in civitatibus suis ac sub legibus vixerant, et postquam eos ex variis causis fortuna similis conglobaverat Agathirnam per latrocinia ac rapinam tolerantes vitam. Hos neque relinquere Laevinus in insula tum primum nova pace coalescente velut materiam novandis rebus satis tutum ratus est, et Reginis usui futuri erant ad populandum Buttium agrum adsuetam latrociniis quaerentibus manum. Et quod ad Siciliam attinet eo anno debellatum est.

 

40. (…). Non appena si sparse per la Sicilia la notizia della caduta di Agrigento, tutto si volse repentinamente in favore dei Romani. Venti città capitolarono in breve tempo, sei prese con la forza; circa quaranta si arresero volontariamente. Il console [Levino], dopo che ebbe compensato o punito ciascuno per come aveva meritato i capi di quelle città, costrinse i Sicelioti a deporre finalmente le armi e a dedicarsi alla coltivazione della terra, in modo che l’isola non soltanto fornisse alimento ai suoi abitanti ma anche alleviasse il bisogno di grano della città di Roma e dell’Italia, cosa che in altre occasioni era già avvenuta, e da Agatirna trasferì con sé in Italia una moltitudine disordinata. Si trattava di quattromila uomini, una rozza mescolanza di gente di ogni specie, esuli carichi di debiti, la maggior parte rei di delitti capitali compiuti quando erano vissuti nelle loro città e sotto le loro leggi, i quali, allorché per varie cause una comune sorte li aveva ammassati ad Agatirna, là continuavano a vivere di furti e di rapine. Levino non ritenne prudente lasciare in Sicilia, che cominciava allora a riprendersi nella pace recente, tal sorta di gente, che sarebbe stata fomite di sovvertimenti, mentre questi uomini sarebbero stati utili a quelli di Reggio, che cercavano gente usa alle rapine de devastare il Bruzio. Per quanto riguarda la Sicilia in quell’anno la guerra ebbe fine.

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