Ganci M., I Grandi Titoli del Regno di Sicilia, Arnaldo Lombardi Editore, Siracusa-Palermo 1988, pagg. 145-147

Il 4 luglio 1299

nelle acque di Capo d’Orlando

di Massimo Ganci

 

Il 4 luglio 1299, nelle acque di Capo d’Orlando, si combatté una strana battaglia, navale e terrestre insieme, che, fatte le dovute proporzioni in rapporto alla tecnica  militare di due epoche diverse, nelle sue linee strategiche, curiosamente richiama le operazioni navali e terrestri della seconda guerra mondiale.

Era, infatti, imperniata sull’azione di una flotta che avrebbe dovuto impadronirsi delle acque eliminando le navi nemiche, in un’azione coordinata con lo sbarco sulla spiaggia di truppe che avrebbero dovuto irradiarsi nel territorio circostante.

La stessa strategia cioè seguita, nella seconda guerra mondiale, dalle forze americane del Pacifico contro i giapponesi, culminata nella battaglia aero-navale e nello sbarco dei marines ad Okinawa. Ovviamente, ne1 1299, a Capo d’Orlando mancò il fattore aereo, ma, per il resto, l’azione si svolse secondo la stessa concezione strategica.

Ad attaccare erano le truppe di Giacomo II, già re di Sicilia che, alla morte del fratello Alfonso III, aveva cinto anche la corona aragonese; a difendersi erano le navi e le truppe di Federico III che, ne1 1296, dal popolo siciliano era stato proclamato re, unico, solo e indipendente di Sicilia.

Era uno spettacolo insolito que1lo de1le galere che combattevano l’una contro l’altra, che accostavano verso il bagnasciuga per scoccare dardi contro le fanterie nemiche che le attendevano e che cercavano di portarsi sotto bordo per sfondarne il fasciame con le asce e le mazze.

La battaglia di Capo d’Orlando ebbe esito catastrofico per la flotta siciliana, come concordemente sostengono Nicolò Speciale, l’Anonimo e lo Surita.

In una prima fase, gli aragonesi erano riusciti a giungere per primi sulla penisoletta su cui sorgeva il borgo di pescatori che, oggi, è divenuto la cittadina di Capo d’Orlando. Saldamente attestati dietro le navi, tirate a secco ma con la prora al mare, pronte a riprendere il largo, gli aragonesi attesero la flotta siciliana che era salpata da Messina, sicura della vittoria. «Diciassette anni di successi sul mare. . . – scrive Corrado Mirto – avevano generato nei siciliani la convinzione che la loro flotta fosse la prima del Mediterraneo. . . » .

All’altezza di Milazzo incrociarono una nave sottile, mandata in esplorazione, che le avvisò di avere avvistato una forza navale nemica di ben cinquantasei galere. Federico III, a1lora, per impedire ogni sbarco nemico, fece portare al massimo la cadenza della voga – che veniva scandita da un tamburo posto su ogni galera – e ordinò di alzare contemporaneamente le vele. Ciò non ostante la flotta siciliana doppiò il capo, quando ormai il nemico si era attestato saldamente sulla spiaggia. Ma la cosa più grave fu che gli equipaggi, certi di sopraffare il nemico, spinsero senza alcun ordine e in assoluta confusione le navi verso la battigia: parecchie furono respinte dagli aragonesi e alcune si arenarono.

Ritornate le navi allargo, invece di attendere i rinforzi delle galere provenienti da Palermo che, al comando di Matteo da Termini, erano già all’altezza di Cefalù, Federico, riordinato lo schieramento, dette ordine di muovere ancora una volta all’attacco.

Si combatte a lungo nella calda giornata di luglio. E con molto valore dall’una e dall’altra parte; ma nel pomeriggio gli equipaggi siciliani cominciarono a cedere. La prima galera caduta in mano agli aragonesi fu quella di Gambaldo de Entença che morì combattendo. A Federico III mancò la fiducia e quando egli, improvvisamente, svenne sul ponte della nave ammiraglia, questa sfiducia si propagò negli equipaggi. Si parlò di resa. Per fortuna Ugo di Empuries si oppose e suggerì di portare il re a Messina. La galera reale, quindi, uscì di formazione e puntò sullo stretto.

A questo punto un uomo deciso prese in pugno le sorti della giornata. Fu il conte Blasco Alagona. Egli si rese conto che bisognava, innanzitutto, proteggere la persona del re, che costituiva il simbolo dell’unione siciliana, e salvare quante più navi fosse stato possibile. Per cui, con undici galere, si mise sulla scia della galera reale. Accaddero vere scene di disperazione a bordo di alcune navi: Ferrando Perez, non volendo sopravvivere all’onta, si spaccò la testa contro la murata della propria galera con tanto impeto che il giorno dopo ne morì. Molti valorosi però continuarono a combattere per proteggere la ritirata del re e affondarono insieme con le loro galere difese con grande coraggio. Ma l’intuizione di Blasco Alagona di salvare la persona del re, mettendo da parte la gloriosa tradizione di Manfredi, si rivelò esatta.

A Messina Federico III ebbe accoglienze trionfali e la nazione siciliana volle e seppe essere all’altezza della generazione precedente, protagonista de1 Vespro.

Cosa che rincuorò Federico, gli ridette fiducia in se stesso e lo indusse a continuare nella lotta contro il tradizionale nemico angioino e contro il nuovo alleato aragonese di esso. Giacomo II aveva vinto a Capo d’Orlando, ma aveva perso buona parte della sua flotta e il suo corpo di spedizione era stato decimato. Egli ritenne dunque più saggio ritornare in Aragona prima che le cose si mettessero al peggio. Lapidariamente Nicolò Speciale ne descrisse la partenza «ingratus Gallis et invisus Siculis, in Cataloniam remeavit».

Chi era il protagonista della giornata di Capo d’Orlando?

Proveniva dall’Aragona ed era giunto nell’isola nel 1291. Uomo di estremo coraggio, un «fegataccio», era imparentato con la famiglia reale. Nel 1294, pur richiamato in patria da Giacomo II, preferì rimanere accanto a Federico III in Sicilia, dal quale fu nominato capitano generale. Il grande ammiraglio Ruggero di Lauria, dopo aver tentato di mettere d’accordo i due fratelli, decise di stare dalla parte di Giacomo II. Lo fece con la morte nel cuore, poiché ciò significava combattere accanto agli angioini ai quali Giacomo si era alleato: quegli angioini che egli, al comando delle flotte di Sicilia e di Aragona aveva sempre sconfitto sul mare! Blasco d’Alagona prese il suo posto. La fine del sec. XIII assistette al duello tra questi due grandi capitani: l’Alagona fortissimo in terra, il Lauria imbattibile sul mare. Nel 1297, intorno a Catanzaro, in Calabria, si scontreranno più volte e la palma della vittoria rimase a Blasco. In premio della sua fedeltà egli venne investito da Federico III della contea di Mistretta: divenne così l’incontrastato signore dei Nebrodi, un altopiano che si stende dalle Madonie verso Messina, il cui punto forte era la città di Nasa divenuta successivamente Naso.

Ovviamente tale situazione ibrida aveva portato a liti e lotte armate tra il vescovo e i conti: esse cessarono nel 1297 con l’infeudamento di questa terra a Blasco di Alagona, con «il mero e misto imperio» su di essa. La giustizia civile e penale venne esercitata, in nome del conte, da un baiulo assistito da una corte baiulare che giudicava sia le piccole infrazioni che i crimini più gravi, compresi quelli punibili con la pena di morte. Negli anni precedenti Blasco era stato investito della baronia di Sinopoli e della terra di Salemi.

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