Damiano, A. 1998. Dal Capo Agatirno ai Monti Nebrodi, al Valdemone al Capo d’Orlando. Capo d’Orlando, Saggio dattiloscritto

DAL CAPO AGATIRNO AI MONTI NEBRODI

AL VALDEMONE AL CAPO D’ORLANDO

Trentadue secoli di storia quasi del tutto ignorata

di Antonino Damiano

 

L’antica città della quale ci accingiamo ad occuparci si chiamava Agatirno o Agatirna, Agatirio o Agatirso?

Secondo Diodoro Siculo (vissuto tra 1’80 ed il 20 a.C) si chiamava Agathurnon (neutro singolare greco). Secondo Polibio (vissuto tra il 205 ed il 125 a.C.) si chiamava invece Agathurna (neutro plurale). Secondo Tito Livio (vissuto tra il 59 a. C. ed il 17 d. C.) ed altri autori di lingua latina tra i quali il poeta Silio Italico (vissuto tra i] 25 ed il 101 d. C.) l’antica città si chiamava invece Agathirna (femminile singolare). Secondo altri si chiamava invece Agatirio o Agatirso; e Agatirside si chiamava la regione cui la città faceva capo.

Secondo me, il nome originario della città era Agatirio: composto di agathós e ierós (vale a dire il buon santo, il buon dio) e quindi fuso e trasformato in Agathirios. Il quale nome, probabilmente, era uno dei tanti epiteti del dio Dióniso o Bacco: non tutti noti ai mitografi, anche di alto livello, come Emanuele Ciaceri; il quale, infatti, ignorò che Nebródes (vale a dire simile al cerbiatto: animale sacrificale del culto dionisiaco) era certamente uno dei tanti epiteti di Dióniso o Bacco, com’è attestato dall’Antologia greca (raccolta di epigrammi greci risalenti all’epoca classica ed ellenistica): l’ignoranza del quale epiteto dionisiaco ha avuto come conseguenza che non solo il Ciaceri, ma anche 1’Holm e il Pais e quanti altri fino ad oggi sono andati dietro a loro hanno ignorato ed ignorano la vera etimologia del nome dei monti Nebrodi.

D’altra parte, è indubitabile che Dióniso o Bacco, per i suoi devoti, era il buon dio per eccellenza, e dunque è più che probabile che Agatirio sia stato il nome più antico della città, che fu poi chiamata Agatirno: o perche Agatirni (aggettivazione del nome Agatirio) erano chiamati i suoi abitanti ed era costume degli antichi chiamare le città con il nome degli abitanti, o perché caput Agathirnum (sempre aggettivazione del nome Agatirio) venne chiamato dai Romani il promontorio che, in epoca normanna, avrebbe preso il nome di capo d’Orlando.

Non si può però escludere che, sempre in origine, la città sia stata chiamata anche Agathursos, nome composto di agathós e thúrsos, vale a dire il buon tirso, che simboleggiava il culto dionisiaco. Tale simbolo era costituito da una verga rivestita di edera e di pampini di vite, con una pigna in cima, che le menadi o baccanti, cioè le sacerdotesse del nume, brandivano durante le cerimonie sacre.

Nessuna meraviglia che i devoti chiamassero agathós,cioè buono, il simbolo del loro dio, essendo risaputo che in ogni religione il simbolo finisce con l’assorbire le virtù e gli attributi della divinità simboleggiata: anche nel Cristianesimo è avvenuto che la croce, originariamente considerata solo come strumento di tortura, divenuta simbolo della nuova religione, è stata ed è chiamata la “santa croce”‘.

Quanto all’epoca della fondazione della città di Agatirno, gli storici generalmente sono d’accordo nel collocarla intorno al 1200 a.C., vale a dire parecchi secoli prima della fondazione di Roma e della colonizzazione, da parte dei Greci, della Sicilia e di quella parte della penisola italica che da essi prese il nome di Magna Grecia.

E dunque la città di Agatirno fu fondata non dai Greci ma dai Siculi, popolazione di origine indoeuropea, che intorno al II millennio a.C. discese la penisola italica ed attraversò lo stretto stanziandosi quindi nella Sicilia orientale, quando i Sicani (popolazione di stirpe diversa) si erano già stanziati nella Sicilia occidentale.

D’altra parte, la datazione della fondazione della città di Agatirno intorno al XII secolo a.C. è confermata dalla recente scoperta, nella contrada Scafa di Capo d’Orlando, di reperti archeologici  risalenti sicuramente al più antico periodo del culto dionisiaco, vale a dire al XII secolo a.C.

Si tratta di palmenti per la pigiatura dell’uva e la fermentazione del mosto, scavati nella roccia.

A questo primitivo tipo di palmento, costituito da una coppia di vasche (in greco scafai, donde ha preso il nome la stessa contrada, chiamata ab antiquo Scafa) si riferisce indubbiamente Nonno di Panopoli (“Dionisiache”, XII, 331-350) nel cantare: “Bacco pres’e a scavare nella roccia/ e con il ferro acuminato svuotò i recessi della pietra/ levigò i margini della buca profonda/ ed ottenne una vasca a guisa del tino ricco di uve/ (..) “.

Per avere un’idea dell’antichità di questi reperti, disseminati nella contrada suddetta, basti considerare che, in confronto ad essi sembra addirittura “moderno” il tino per la pigiatura dell’uva (chiamato in greco lenós) che compare in una raffigurazione dionisiaca del “pittore di Amasi” (ceramista greco vissuto nella seconda metà del VI secolo a.C.)

Il mito di Dioniso o Bacco ha due differenti versioni, la prima risalente al XII secolo a.C., la seconda all’VIII secolo a.C.

Secondo la versione più antica, raccolta da Nonno di Panopoli (“Dionisiache”, VI, 120-176), Dioniso nacque in Sicilia, in una grotta “coronata da una volta di pietra”, in cui la dea Demetra aveva tenuta nascosta la vergine figlia Persefone, sapendo che parecchi numi se la contendevano, per la sua straordinaria bellezza, ma soprattutto volendo sottrarla al triste presagio (poi avveratosi) di essere rapita da Ade, dio dei morti. Il nascondiglio non poteva non essere scoperto da Giove che, essendosi invaghito della fanciulla, non trovò difficoltà ad insinuarsi nella grotta, dopo avere assunto le sembianze di un serpente (anche per ingannare i due draghi che Demetra aveva lasciati a guardia dell’ingresso rupestre). Dall’accoppiamento di Giove con Persefone fu generato un infante di sesso maschile, la cui fronte era ornata di due piccole corna prefiguranti la futura vittima sacrificale: il cerbiatto. Il piccolo Dioniso (questo il principale dei suoi tanti nomi ed epiteti), qualche tempo dopo la sua nascita, mentre era intento a giocare, fu sorpreso da due Titani, mandati da Era, ingelosita per il tradimento di Giove, suo sposo. I Titani eseguirono fedelmente il mandato, facendo a pezzi il piccolo Dioniso, le cui membra furono quindi bollite ed infine cremate (ad eccezione del cuore).

Dove fosse ubicata la grotta in cui Dioniso fu concepito e partorito, Nonno di Panopoli non seppe o non volle precisarlo (forse per rispetto della sacralità del luogo, che in ogni caso doveva restare segreto per i profani). Al riguardo il poeta, dopo aver premesso che Demetra, provenendo da Creta su un cocchio trainato da due draghi “lanciati come cavalli in corsa per le vie del cielo”, fa intendere che la dea, con la figlia “celata sotto il velo di una fosca nube”, girò in lungo ed in largo la Sicilia, “alla ricerca di un rifugio di roccia”. Tra i punti di riferimento da lui indicati, ma che invece di chiarire le idee le confondono un poco, c’è anche il luogo “dove i flutti del mare instancabile / corrono verso occidente e s’incurvano a guisa di falce”. Il che poteva servire per fare intendere, ma solo agli iniziati, che la grotta in questione fosse ubicata in prossimità del promontorio di Agatirno: la cui estremità, nell’ antichità, si protendeva nel mare verso occidente, per parecchie centinaia di metri, proprio a guisa di falce, così proteggendo la baia (in greco maskále) che fungeva da porto naturale della città di Agatirno. L’ipotesi è avvalorata dal fatto che sulle pendici a sud dell’abitato di Capo d’Orlando si staglia una rocca chiamata ab antiquo “Rocca della Sciamma “, vale a dire “rocca della grotta” (in greco skámma), la quale grotta, scavata nella roccia, contiene al suo interno due tini, scavati nella stessa roccia, sotto la volta di pietra che corona la grotta: uno per la pigiatura dell’uva e l’altro per la fermentazione del mosto.

Secondo la versione del mito meno antica, anch’essa raccolta da Nonno di Panopoli (“Dionisiache”, canti VII ed VIII), Dioniso nacque in Grecia, dall’unione di Giove con Semele, figlia di Cadmo, mitico fondatore di Tebe. E sarebbe sfuggito miracolosamente alla morte, grazie al fatto che il padre Giove fu pronto ad estrarlo dal grembo materno ed a cucirselo in una coscia (fino al termine della gestazione), dopo che l’infelice Semele, caduta in un tranello tesole dalla gelosa Era, era stata incenerita dal fulgore del divino amante.

Le due contrastanti versioni, ad un certo punto, vennero unificate, facendo rinascere il secondo Dioniso non dal vero e proprio accoppiamento di Giove con Semele ma da una bevanda fatta bere da Giove a Semele, nella quale era stato sciolto il cuore del primo Dioniso, risparmiato secondo una variante introdotta nella prima versione del mito.

Ma in Sicilia, pare che sia stata coltivata sempre la prima versione del mito. Infatti, a differenza di quanto avveniva in Grecia ed altrove, tutte le cerimonie del culto dionisiaco si concludevano con il sacrificio di almeno un cerbiatto, sbranato – al culmine dell’esaltazione – ­dalle menadi o baccanti. Le quali ne divoravano quindi le carni crude e sanguinanti, entrando così – per teofagia – in comunione con il loro dio: la cui incarnazione, passione e morte si rinnovavano e si moltiplicavano perennemente, nelle sembianze della tenera vittima, di volta in volta sacrificata.

Storiografi e mitografi generalmente sono d’accordo nell’escludere che i1 mito di Dioniso sia sorto in Grecia, dove il culto dionisiaco si radicò non prima dell’VIII secolo a.C. Secondo alcuni, il mito di Dioniso sarebbe di origine tracica, secondo altri di origine cretese, secondo altri di origine indiana.

Nessuno degli argomenti posti a sostegno dell’una o dell’altra di queste ipotesi regge al confronto con argomenti che conducono ad una conclusione ben diversa da ognuna di esse, sol che si consideri: a) che la versione più antica del mito di Dioniso è sicuramente coeva alle origini di Agatirno, città sacra a Dioniso; b) che in tutto l’orbe terracqueo solo i Nebrodi furono, di nome e di fatto, i monti di Bacco: il paesaggio dei quali, ancora oggi, è il più “dionisiaco” che si possa immaginare, anche se non vi sono più i cerbiatti che vi pullulavano nell’antichità, fino a quando furono animali protetti, appunto perché sacri a Dioniso; c) che secondo la tradizione più antica, raccolta dall’autore del più grande poema che sia stato mai composto in onore di una divinità pagana (le “Dionisiache”, in 48 canti, quanti sono, sommati insieme, quelli dell’Iliade” e dell’Odissea”), proprio in Sicilia sono collocati il concepimento e la nascita del primo Dioniso.

Basterebbero questi soli argomenti, insieme ai reperti archeologici di cui si è già detto, a sostegno della ipotesi che il mito di Dioniso abbia avuto origine in Sicilia e precisamente nella città di Agatirno.

Ma è tutta la storia di Agatirno, dal principio alla fine, anche se fino a pochi anni fa quasi del tutto ignorata da tutti (compreso chi scrive queste note), a corroborare questa ipotesi.

Quanto alla esatta ubicazione della città di Agatirno, l’indicazione più attendibile appare tuttora quella fornita dallo storico Tommaso Fazello (Sciacca 1498 – Palermo 1570), secondo i1 qua1e Agatirno era ubicata nel1′ antichissima contrada denominata (ovviamente in epoca cristiana) San Martino: pressappoco nel1a stessa zona in cui, a partire dal 1921, è stato rea1izzato i1 cimitero di Capo d’Orlando. Nel1a qua1e contrada constatò egli stesso la presenza di rovine (oggi non più esistenti) che secondo lui erano quelle dell’antica città­.

L’ipotesi del Fazello appare ancora più convincente alla luce delle considerazioni espresse da Vincenzo Sardo Infirri, nelle pagine 69-71 del suo volume “Vagando per il Valdemone”, edito nel 1994 dall’Archeoc1ub d’Italia, sede comprensoriale di Capo d’Orlando. Da notare che il Sardo Infirri, in precedenza, aveva contestato l’ipotesi del Fazello, avendo ritenuto che Agatirno fosse ubicata in una contrada più a monte della contrada San Martino.

In ordine ad altre tracce del culto dionisiaco in Agatirno e nei Nebrodi mi riporto al mio saggio storico-filo logico “Nebrodi -VaI Demone – Agatirno” pubblicato nel 1992 in Capo d’Orlando dalla Euro Eikon editrice, in cui si legge in proposito:

“Quali che siano state le vere origini della città di Agatirno, vi sono diversi elementi, obiettivamente certi, che fanno pensare che in essa fiorì presto il culto dionisiaco. Infatti, dalla valle del torrente Manazza, in territorio dell’odierna Capo d’Orlando, e fino alla contrada Maina ed alla fonte omonima, in territorio dell’ odierna Naso, vi è tutto un sentiero che, con questi stessi nomi (Manazza, Maina) ricorda l’antichissimo culto, derivando l’uno e l’altro nome dal greco mainás: da máinomai, che significa infuriare, essere invasati, per l’appunto da Dioniso o Bacco (ménadi, in greco mainádes , erano chiamate le sacerdotesse del nume).

Nella stessa valle si trova un’antichissima fonte, che i nativi hanno sempre chiamato con il nome Lia. Anche questo nome ricorda il dio Dioniso, che era invocato con l’appellativo Lièo (lo scioglitore dagli affanni, s’intende). Ed è significativo che ancora oggi i nativi delle contrade vicine (Catudè, Certari, nomi anche questi di origine greca) credono che l’acqua della fontana Lia (detta pure Lè) abbia la virtù di sciogliere (o prevenire) i calcoli delle vie urinarie. Non so se tra le innumerevoli monete antiche, rinvenute in territorio di Capo d’Orlando, e che sono andate ad arricchire collezioni private, si riscontrino tracce del culto dionisiaco, ma so che nelle campagne di Capo d’Orlando sono stati rinvenuti numerosi oscilli (da oscillum, nome latino, composto di os e cillum, piccolo viso), ossia dischi di terracotta, raffiguranti il volto di Bacco, i quali venivano appesi ai rami degli alberi affinché, oscillando (donde l’origine del verbo oscillare) allontanassero le forze malefiche dai campi”.

In altro capitolo dello stesso saggio sopra citato si legge:

“Il culto di Dioniso o Bacco, nei Nebrodi, è attestato da sicurissime prove, quali sono le monete delle antiche città di Alesa (odierna Tusa), Amestrato (odierna Mistretta), Calacte (odierna Caronia Marina) e Alunzio (odierna San Marco d’Alunzio): nelle quali monete appare la figura di Bacco, a volte accompagnata da quella di Sileno (compagno inseparabile di Bacco ).

La stessa cosa può dirsi per le monete delle città di Galaria (odierna Gag1iano), Naxos (odierna Nasso), Tauromenio (odierna Taormina) e Catana (odierna Catania). Queste interessanti notizie, relative alle tracce del culto dionisiaco nei Nebrodi e nella Sicilia orientale (fino a Catania), le ho tratte dall’opera di Emanuele Ciaceri “Culti e miti nella storia dell’antica Sicilia”, pubblicata nel 1910. Attraverso la stessa opera ho appreso che in territorio di San Filadelfo (odierna San Fratello) è stata rinvenuta una iscrizione relativa al culto dionisiaco. Ma il Ciaceri, in relazione alle notizie come sopra da lui stesso fornite, si è limi­tato ad esprimere la propria meraviglia, per il fatto che il culto dionisiaco non compare anche attraverso le monete di altre città della Sicilia antica, come Gela ed Agrigento, senza tuttavia trarne la conclusione che avrebbe dovuto trarne, se non avesse anche lui accettata per buona la solenne sciocchezza tramandata dal geografo latino Solino (del III – IV secolo d. C.) ed avallata dal Pais, secondo cui i Nebrodi avrebbero preso il nome dai cerbiatti (in greco nebrói) che vi pullulavano nell’antichità, o meglio, se non avesse ignorato anche lui che Dioniso si chiamava pure Nebródes, vale a dire che i Nebrodi furono, di nome e di fatto, i “monti di Bacco”.

Sempre in tema dì tracce del culto dionisiaco nei Nebrodi, non si possono non condividere le considerazioni espresse da Franco Ingrillì nel suo volume “Dal regno di Eolo alla contea di Ruggero”, pubblicato nel 1996 dalla Provincia Regionale di Messina, in cui, con riferimento ad alcune attuali festività religiose dei Nebrodi, si legge tra l’altro (pp.94-97):

“Ancora più eclatante, per la sua carica trasgressiva, è la Pasqua dei Giudei di San Fratello, che ogni anno, nella Settimana Santa, ripete in un difficile compromesso con la sensibilità cristiana, le feste dionisiache di primavera…”.

La città di Agatirno godette di prosperità e benessere, per circa un millennio, grazie al fatto che la sua popolazione era dedita alla coltivazione dei campi e soprattutto della vite e del vino, nonché al commercio dei prodotti del suolo. I rapporti commerciali, con le vicine città poste sulle coste del Tirreno e dello Ionio, erano facilitati da un comodo approdo, costituito da un’ampia baia, oggi non più esistente se non per il nome, che nell’antico catasto contraddistingue il quartiere dell’odierna Capo d’Orlando denominato, per l’appunto “Muscále” (dal greco maskále: baia protetta da un promontorio ).

Ma ciò che più di ogni altra cosa contribuì alla prosperità ed al benessere di Agatirno è che la città, fin dalle origini, fu il centro del culto dionisiaco in Sicilia, con conseguente richiamo di fedeli da ogni parte dell’Isola: più o meno come Erice fu il centro del culto di Venere. Tutto ciò durò fino a quando non avvenne un fatto così grave da incidere negativamente sulla restante storia di Agatirno. Si tratta della deportazione di tutta o quasi tutta la popolazione di Agatirno, avvenuta nel 209 a.C., ad opera dei Romani, l’indomani della loro totale conquista della Sicilia. Un fatto, forse, senza precedenti nella storia di Roma ed in ogni caso anomalo, rispetto alle leggi e consuetudini dei Romani nei paesi conquistati, trattandosi della cattura di persone civili, avvenuta in tempo di pace, e motivata in maniera tutt’altro che convincente. L’episodio è riferito da Tito Livio, in questi termini (Ab urbe condita, XXVI,40, 14):

“Divulgatasi per tutta la Sicilia la notizia della disfatta di Agrigento, tutti gli animi si volsero immediatamente in favore dei Romani. In breve tempo, venti città capitolarono, sei prese d’assalto; quaranta circa si  sottomisero spontaneamente. I1 console (Marco Valerio Levino), dopo aver compensato o punito, ciascuno ,secondo i propri meriti, i capi di tutte queste città, obbligò i Siciliani a deporre finalmente le armi, e a rivolgere tutte le loro cure alla coltiva­zione dei campi, affìnché l’Isola non solo .fornisse gli alimenti ai suoi abitanti, ma anche  somministrasse grano a Roma ed all’Italia in tempo di carestia, come spesso aveva fatto in vari tempi. Da Agatirno egli condusse seco una moltitudine di gente dissoluta: erano circa quattromila, un’accozzaglia di esuli, carichi  di debiti e di delitti, la maggior parte omicidi, e che, sia nella loro patria, sotto l’impero delle loro leggi, sia dopo che un medesimo destino, per cause diverse, li aveva riuniti in Agatirno, erano sempre ,vissuti di latrocini e di rapine.

Levino non giudicò prudente lasciare nell’Isola, che col ritorno della pace cominciava a riprendersi, questi banditi qual fomite di disordine, mentre sarebbero stati utili agli abitanti di Reggio, che cercavano gente avvezza alle rapine, per devastare Il territorio del Bruzzi.

Così  ebbe pienamente fine la guerra in Sicilia, in quell’anno” (209 a.C).

Si sa che Tito Livio, nel narrare i fatti dell’epoca delle guerre puniche, si giovò come fonte soprattutto di Polibio. Il cui pensiero, riguardo all’episodio come sopra narrato da Livio, possiamo conoscere solo attraverso un frammento del libro IX delle Storie polibiane (della quale opera, com’è noto, solo i primi cinque libri ci sono pervenuti interi), là dove, subito dopo un semplice accenno ad “Agatirno, città della Sicilia”, si legge: “Marco (cioè Marco Valerio Levino), avendo dato la parola a garanzia della loro incolumità, li convinse a passare in Italia, a patto che, ricevuto un giusto compenso dai Reggini, devastassero il territorio dei Bruzzi e si impadronissero della preda “. Il che farebbe pensare che Levino abbia risparmiato la vita ai 4.000 cittadini catturati ad Agatirno, avendo costoro accettato, obtorto collo, di trasferirsi oltre lo stretto, solo per devastare il territorio dei Bruzzi (gran parte dell’odierna Calabria), nell’interesse di Reggio, da cui avrebbero ricevuto un giusto compenso (oltre al diritto di preda).

In altri termini, secondo la versione di Polibio, in parte poi accreditata da Tito Livio, i 4.000 cittadini di Agatirno, con i quali avrebbe “patteggiato” il proconsole-mediatore Levino a nome e per conto di Reggio, sarebbero stati dei lanzichenecchi ante litteram: il che può essere citato come esempio scolastico della “verità” della storia, scritta dai vincitori o da chi per loro. D’altra parte, non mi meraviglia per niente che Tito Livio, nel narrare l’episodio del quale ci stiamo occupando, non si sia preoccupato di spiegare come e perché 4.000 persone, dedite – secondo lui – a tutte le nequizie di questo mondo, si siano date convegno proprio ad Agatirno, la cui popolazione stabile, in quel tempo, non poteva superare di molto i quattromila abitanti.

Non mi meraviglia per niente che lo storico di Roma, nel tentare una giustificazione del gravissimo ed inusitato provvedimento adottato da Levino, non si sia posto in qualche modo anche dalla parte di un’intera popolazione, accusata dei più svariati delitti e condannata all’esilio, senza processo, da parte dei nuovi padroni della Sicilia: la prima provincia romana, “la prima ad insegnare com’è bello governare paesi stranieri “, come dirà, 139 anni dopo, Cicerone, nel processo contro Verre, accusato di molteplici estorsioni e scorrettezze, compiute nell’esercizio delle sue funzioni di proconsole romano in Sicilia.

Mi meraviglia però, e non poco, che nessuno degli storici che si sono occupati in qualche modo dell’episodio come sopra narrato da Tito Livio, si sia preoccupato di ricercare la vera ragione di un provvedimento così grave ed inusitato e certamente in contrasto con il legalitarismo tipico dei Romani. i quali, è vero che non furono maestri di libertà, ma ebbero un sacro rispetto della legalità, anche nei confronti dei popoli sottomessi al loro imperium, e fu soprattutto questo modo di governare a contraddistinguere il popolo romano da tutti gli altri popoli dell’antichità.

Secondo me, ora che sappiamo, senza ombra di dubbio, che i Nebrodi furono il fulcro del culto dionisiaco in Sicilia, la ragione del provvedimento adottato, nei confronti della sola città di Agatirno, dal proconsole Levino, va posta in correlazione con una peculiarità di Agatirno, rispetto a tutte le altre città della Sicilia e dello stesso territorio dei Nebrodi, peculiarità che non poté essere altra che questa: che Agatirno era il centro del culto dionisiaco nei Nebrodi e dunque in tutta la Sicilia.

In altri termini, è probabile che il proconsole Levino, temendo che sotto la celebrazione dei misteri dionisiaci, incomprensibili ai profani e specialmente ai Romani, che fino a quel momento non ne avevano avuto conoscenza diretta, si potessero celare pericolose tendenze cospirative in danno degli stessi Romani, abbia atteso al varco i partecipanti ad una delle feste dionisiache celebrate in Agatirno, per catturarli in massa e spedirli oltre 10 stretto, e precisamente nella regione dei Bruzzi, ove, a suo avviso, potevano far danno solo agli stessi Bruzzi, nemici di Roma ed anche di Reggio, che da circa 60 anni si era dimostrata fedele alleata di Roma.

Questa ipotesi è suffragata da altro fatto storicamente certo, con cui la deportazione degli abitanti di Agatirno va posta in correlazione, e cioè con il fatto che, ventitré anni dopo, il cul­to dionisiaco, nel frattempo diffusosi in Roma, venne praticamente posto fuori legge, dal senato romano, in virtù del senatusconsultum de Bacchanalibus, del 186 a.C. (l’unica legge romana repressiva di un culto religioso).

In tale occasione, vennero arrestate e processate circa 7.000 persone (tra uomini e donne), accusate di dissolutezze e delitti di ogni genere, commessi nell’esercizio dei misteri dionisiaci. Tolti quelli che si sottrassero alla condanna con la fuga o il suicidio, circa 4.000 persone furono condannate alla pena capitale e giustiziate.

Dalla stessa minuziosa narrazione dei fatti da parte di Tito Livio (Ab urbe condita, XXXIX 8 -19) si evince che fu tutta una montatura, imbastita sul semplice sospetto che i partecipanti ai misteri dionisiaci fossero potenziali congiurati contro la repubblica romana.

L’unica differenza (a parte la diversità delle pene irrogate) tra il provvedimento adottato, ventitré anni prima, dal proconsole Levino contro gli abitanti di Agatirno, ed i provvedimenti poi adottati nella città di Roma contro i seguaci del nuovo culto, diffusosi in Roma da circa dieci anni, sta nel fatto che il proconsole Levino, non potendo far ricorso ad alcuna legge repressiva del culto dionisiaco (i Romani, fino a quel momento, essendo stati sempre tolle­ranti di qualsiasi culto), non poté fare riferimento alla pratica di un culto misterico (e perciò solo sospetto) e quindi fu costretto ad accusare gli abitanti di Agatirno di  “dissolutezza” e delitti di ogni genere, facendoli così passare come socialmente pericolosi, mentre il console Postumio, potendo far ricorso alla nuova legge, emanata ad hoc – su sua richiesta – dal senato romano, ebbe la possibilità di far passare i seguaci del culto dionisiaco addirittura come congiurati contro la repubblica romana (per il solo fatto di esercitare i misteri dionisiaci) accusandoli conseguentemente di svariati delitti, commessi sempre nell’esercizio degli stessi misteri.

A questo punto è da chiedersi dove siano andati a finire i deportati di Agatirno, dopo il loro arrivo nel territorio dei Bruzzi. Naturalmente, nessuno storico se ne è occupato, dopo che se ne occuparono un poco Polibio e Tito Livio (fino alla partenza da Agatirno dei condannati all’esilio).

Mi pare impensabile che tutti i 4.000 siano rimasti sempre insieme, nel territorio dei Bruzzi, o che una parte di loro abbia potuto far ritorno nella città di Agatirno, dove, almeno fino all’età di Tiberio (14-37 d.C.), fu presente una guarnigione romana. Ed allora, dove andarono a finire, se non tutti, la maggior parte?

Io penso che si siano distribuiti, stanziandosi in parte nella Magna Grecia (anche per la comunanza di lingua), in parte nel Lazio, in parte nell’Etruria ed in parte altrove. Me lo fa pensare, soprattutto, un fatto storicamente certo ed è questo: che all’inizio del II secolo a.C., vale a dire pochi anni dopo la deportazione nel territorio dei Bruzzi degli abitanti di Agatirno, i misteri dionisiaci “dilagarono improvvisi in Roma, introdottivi da prigionieri dell’Italia meridionale” (Ignazio Scaturro, “Storia di Sicilia”, vol. II, p.l64). Mi sembra, inoltre, particolarmente significativo questo fatto: una delle tavole bronzee sulle quali venne inciso, per ordine del senato romano, l’intero testo del senatusconsultum de Bacchanalibus del 186 a.C. (perché venisse fatto conoscere alle autorità periferiche e da queste fatto applicare in ognuna delle località dell’Italia nelle quali venivano esercitati i misteri dionisiaci), l’unica di tali tavole che sia venuta alla luce, tanti secoli dopo, è stata rinvenuta a Tiriolo, nel cuore dell’antico territorio dei Bruzzi, vale a dire nello stesso luogo in cui furono deportati gli abi­tanti di Agalirno (!).

Mi sembra dunque che ci siano abbastanza argomenti per poter ritenere pienamente fondata l’ipotesi che il culto dionisiaco sia stato diffuso in Italia dai deportati di Agatirno ed anche per potere affermare, con cognizione di causa, che i Romani non fecero un buon affare, nel deportare oltre lo stretto gli abitanti di Agatirno, in base al diritto della forza, suffragato dalla calunnia.

In ogni caso, mi pare che non ci possa essere dubbio che il provvedimento adottato dal proconsole Levino nei confronti degli abitanti di Agatirno o di gran parte di essi, inflisse un durissimo colpo alla città, che in quel tempo era sicuramente la più florida tra tutte le città dei Nebrodi, ed una delle più importanti dell’Isola: il che è testimoniato dallo stesso fatto che in essa furono catturate 4.000 persone (popolazione numericamente ragguardevole in quell’epoca), ed anche dalla scoperta (casualmente avvenuta nel 1980) nel centro storico di Capo d’Orlando, di una necropoli apparentemente di vaste proporzioni, risalente al III secolo a.C. (la necropoli, subito dopo la scoperta, è stata puntualmente ricoperta, sotto la costruzione di un edificio: forse anche perché si è pensato che dal II secolo a.C. ad oggi sono passati appena ventitré secoli, e dunque si può ancora aspettare, per conoscere tutta la verità, su Agatirno e dintorni).

Quel provvedimento segnò sicuramente l’inizio della decadenza della città di Agatirno, tant’è che, 137 anni dopo, quando il governatore romano Verre compì le sapute spoliazioni ed estorsioni e concussioni in danno delle principali città dell’Isola, comprese Tindari e Calacte, non risulta che abbia degnato della stessa attenzione i cittadini e la città di Agatirno, posta a metà strada tra Tindari e Calacte.

Nel I secolo dell’Impero, sembra che Agatirno si sia ridotta al rango di oppidum, vale a dire castello, villaggio, borgo (Scaturro, op.cit, vol.II, p.185).

Ma, fin dal 209 a. C., il nome di Agatirno non appare più nella storia: il che però non può destare meraviglia, se si pensa che a partire dalla stessa epoca, in cui tutta l’Isola divenne pro­vincia romana, e fino al V secolo d.C., mai la Sicilia appare nella storia (Scaturro, op.cit., vol.II, p.178).

Fino all’età di Augusto e forse fino al IV secolo d.C., il nome di Agatirno appare però nella geografia, tra le maggiori città della Sicilia, grazie alla carta geografica conosciuta con il nome di Tabula Peutingeriana, compilata nel XIII secolo, ma su documenti che vanno dall’età di Augusto al IV secolo d.C.

Praticamente, l’ultima testimonianza, in ordine di tempo, relativa ad Agatirno, risale all’età di Tiberio, successore di Augusto, ed è costituita da una iscrizione, rinvenuta, oltre un secolo fa, nel centro storico dell’allora borgo di Capo d’Orlando, e cioè la dedica di una statua a Tiberio (che fu in carica dal 14 al 37 d.C.) da parte di un Publius Clodius ed un Rufus Latro, che non sappiamo chi fossero e quali funzioni esercitassero in Agatirno, nel tempo in cui resero quell’omaggio al loro sovrano. Ciò, in ogni caso, ci dice che, almeno fino al I secolo d.C., Roma mantenne in Agatirno spioni devotissimi al principale inquilino del Palazzo

Nel XII secolo, vale a dire nell’epoca del dominio normanno della Sicilia, il nome di Agatirno scompare anche dalla geografia, avendo i Normanni sostituito la denominazione geografica caput Agathirnum con quella di caput Rolandi (capo d’Orlando).

Secondo Turpino, personaggio leggendario, che sarebbe stato al seguito di Carlo Magno e di Orlando, e che sarebbe caduto a fianco di quest’ultimo a Roncisvalle, il mutamento del nome sarebbe avvenuto in memoria dell’approdo del paladino Orlando, nella baia protetta dal promontorio in parola, mentre navigava diretto in Palestina, accompagnando lo zio Carlo Magno.

Sul valore delle pretese testimonianze di Turpino, ha scherzato abbastanza l’Ariosto, e dunque non è il caso che mi ci metta anch’io. A parte che il personaggio appartiene alla leggenda e non alla storia, è certo che la testimonianza in proposito, a lui attribuita, proviene da un’opera scritta da altri, nel XII secolo (vale a dire almeno tre secoli dopo il preteso viaggio di Carlo Magno e di Orlando in Palestina).

Valore identico alla prima, ha 1’analoga testimonianza di Goffredo di Viterbo, vissuto anche lui nel XII secolo.

E’ certo, peraltro, che nel XII secolo, vale a dire sempre al tempo dei Normanni in Sicilia, i giullari francesi portarono alla corte di re Ruggero le leggende carolinge di Orlando e i paladini di Francia.

E dunque la vera origine del mutamento del nome de1 promontorio in questione va ricercata in ben altre ragioni, sulle quali avrò modo di soffermarmi appresso.

Intanto conviene tornare indietro nella storia, fino all’epoca della dominazione bizantina, che dal 535 si sostituì alla dominazione romana della Sicilia, sino a quando al dominio dei Bizantini non si sostituì quello dei Musulmani (dall’878, quando conquistarono Siracusa, capitale dell’Isola) per essere soppiantati a loro volta dai Normanni, circa due secoli dopo.

Per tutta la durata della dominazione bizantina (e quasi sino alla fine della dominazione araba) il santuario di Dioniso in Agatirno continuò a richiamare i fedeli, da ogni parte del Val Demone. Ma Dioniso, se per i suoi fedeli era sempre un dio, per i primi seguaci del Cristianesimo era solo un demone­.

A maggior ragione era solo un demone per i governanti bizantini della Sicilia e soprattutto per i monaci basiliani, brulicanti al seguito dei primi: ma senza successo, nel territorio dei Nebrodi, per tutta la durata della dominazione bizantina ed oltre (cioè sino a quando non furono arrivati i Normanni). Lo dimostra il fatto che, sino alla fine del X secolo dell’era cristiana, nel triangolo compreso tra Taormina, Tindari ed Alesa (sedi vescovili tutt’e tre), vale a dire nel cuore del Val Demone, non esisteva alcun monastero, tranne (forse) un cenacolo, sorto verso la fine del X secolo, nello stesso luogo in cui, nel secolo successivo, venne edificata l’imponente abbazia basiliana di San Filippo di Fragalà, in territorio di Frazzanò.

Per avere un’idea del vigore del culto dionisiaco nel Val Demone, in piena era cristiana, basti pensare che intorno alla metà del IX secolo, il monaco Teofane Cerameo, arcivescovo di Tauromenio (Taormina), tuonava dalla sua cattedrale contro la stessa città, chiamandola “città del toro e delle menadi, del furore e della smania” (Scaturro, op.cit. vol.II, p.391). Così stando le cose in tutto il tempo della dominazione bizantina dell’Isola, per me non c’è ombra di dubbio che i governanti bizantini ed i monaci basiliani al loro seguito in Sici1ia, visto fallire miseramente ogni loro sforzo finalizzato a1 ridimensionamento del culto dionisiaco nel Val Demone, non trovarono di meglio che demonizzare tutta una parte dell’Isola, chiamandola, per l’appunto, Vallis Daemonis, e chiamando castellum o castrum Daemonis la città-santuario dello stesso culto.

Ciò è confermato da due fatti documentalmente provati: primo, che i cronisti arabi al seguito delle forze armate sbarcate a Mazara nell’827 e rimaste nell’Isola o rimpiazzate nell’arco di due secoli e più, indicarono sempre con la sigla D.MN.S. un castello-fortezza dai Musulmani ripetutamente assediato ed attaccato, sulla costa settentrionale della Sicilia; secondo, che il geografo arabo al-Idrisi, nella sua famosa opera geografica pubblicata nel 1154, indicò con la stessa sigla (D.MN.S.) il territorio che alcuni secoli dopo la fine della dominazione normanna della Sicilia e sino al 1818, sarà chiamato ufficialmente Val Demone.

Si sa che nella lingua araba (come in ogni altra lingua semitica), mancando le vocali corrispondenti alla e ed alla o, un nome latino (come quello del castello e della regione in questione) generalmente viene riportato con le sole consonanti. La sigla D.M.N.S. risultante da documenti in lingua araba dell’epoca, con riferimento, per l’appunto, al nome latino di un castello e di una regione, che prese il nome dallo stesso castello, a mio avviso, non può essere vocalizzata altrimenti che in Daemonis, genitivo di Daemon (demone) e dunque il castello e la regione in questione dovevano chiamarsi, rispettivamente, castellum o castrum Daemonis e Vallis Daemonis (castello del Demone e Valle del Demone).

Senonché Michele Amari, in considerazione del fatto che tra i vari nomi venuti fuori da alcuni documenti dell’epoca normanna da lui stesso consultati (di cui dirò meglio appresso), uno solo (Daemanis) ha la s finale della sigla D.M.N.S., pervenne alla conclusione che il. castello e la regione in questione si chiamassero Demana, non avendo avvertito che Daemanis è un’evidente storpiatura di Daemonis.

Io penso che l’Amari non sarebbe incorso in tale grossolano errore, se avesse saputo che i Nebrodi furono i monti di Dioniso o Bacco, e che fino a tutto il X secolo dell’era cristiana, in un castello ubicato ai piedi dei Nebrodi, si era continuata la celebrazione dei misteri dionisiaci.

Il problema relativo alla vera origine del nome Val Demone, credo che sia stato sollevato per primo dallo storico Giovanni Di Giovanni, che nella sua opera “L’Ebraismo della Sicilia” pubblicata nel 1748, scriveva (p.317): “…è fuor di contesa che come Mazara diede il nome ad una delle tre regioni, ovvero valli della Sicilia, così da Noto ne prese il nome un’altra, chiamata Valle di Noto; restando ancor dubbia la vera e giusta etimologia della terza regione appellata Val Demini”. Circa un secolo dopo, Michele Amari cercò di risolvere il problema sollevato dal Di Giovanni. A tal fine, rilevò anzitutto la confusione di questi nomi, venuti fuori da documenti dell’epoca normanna da lui stesso consultati in proposito: Vallis Deminae (Malaterra, cronista normanno, e diploma del conte Ruggero, entrambi dell’ XI secolo); Vallis Daemanae (altro diploma del conte Ruggero); Tondemenon (altro diploma del conte Ruggero); Demanna (diploma dell’ XI secolo del vescovo di Messina); Demena (diploma del XII secolo di Ruggero Secondo); Demeno (diploma del XII secolo del vescovo di Messina); Vallis Daemanis (altro diploma di Ruggero Secondo); Demenna (altro diploma di Ruggero Secondo).

Al riguardo, l’Amari, oltre alla strana confusione dei nomi, l’uno diverso dall’altro, indicanti la stessa regione, avrebbe dovuto rilevare un’altra stranezza: il fatto che nessuno dei nomi venuti fuori dai documenti da lui spulciati, corrisponde al nome demone: il quale nome, fino all’epoca in cui egli era nato, faceva parte integrante della denominazione ufficiale della regione in questione (Val Demone).

Tale stranezza avrebbe dovuto indurlo ad ipotizzare un preciso divieto da parte dei governanti normanni: il divieto assoluto di usare il nome Demone nei documenti ufficiali, per indicare la regione in questione, e quindi avrebbe dovuto indurlo a chiedersi se ci potesse essere una “ragion di stato” alla base di tale divieto. Lungi dal riflettere in tal senso, l’Amari si smarrì in congetture, che lo condussero ad una conclusione che dimostra da sola la fallace impostazione di tutto il suo ragionamento in proposito.

La conclusione dell’Amari è questa: che durante il dominio musulmano dell’Isola, le popolazioni del Val Demone “mantennero l’onor del nome cristiano in Sicilia” (“Storia dei Musulmani di Sicilia”, vol. 1, p. 613). Si vedrà appresso quanto questa conclusione sia aberrante.

Io sono convinto che senza le ricerche fatte da Michele Amari, oggi sapremmo ben poco, per non dire quasi nulla, della storia dei Musulmani in Sicilia. E sono anche convinto che se egli avesse avuto conoscenza della storia del culto dionisiaco nel Val Demone ed in particolare nel territorio dei Nebrodi si sarebbe reso conto che i Normanni, al fine di cancellare la memoria storica del Val Demone, fecero carte false.

Rientra tra queste la cosiddetta “Cronaca di Monemvasia”: un documento in lingua greca, confezionato sicuramente in epoca normanna, semplicemente per dimostrare che nel VI secolo d.C. (vale a dire circa cinque secoli prima dello sbarco dei Normanni in Sicilia), nel territorio dei Nebrodi esisteva una città chiamata Demenna, dalla quale avrebbe preso il nome la regjone in questione.

Una città chiamata “Demenna “, in Sicilia, non è mai esistita. Se fosse esistita, la regione in questione sarebbe stata chiamata V al di Demenna, e non Val Demone: obiezione questa che i Normanni non potevano temere, non potendo prevedere che, parecchi secoli dopo la fine del loro dominio dell’Isola, il nome Val Demone, malgrado tutto l’impegno da loro profuso perché ciò non accadesse, avrebbe finito con l’avere il sopravvento (grazie alla forza della verità indistruttibile), affermandosi come denominazione ufficiale della regione in questione: anche se ormai neppure i più dotti tra gli studiosi di storia avrebbero saputo intuirne la vera origine.

Il perché i Normanni abbiano voluto cancellare la memoria storica del Val Demone è intuibile, sol che si consideri che essi, liberata tutta l’Isola dal dominio musulmano e divenutine quindi regnanti assoluti, con pieni poteri persino in campo ecclesiastico, quali legati apostolici, vantando anche il merito di avere rifondato il Cristianesimo in Sicilia (nel territorio dei Nebrodi ne furono certamente i fondatori), non potevano tollerare che una pane cospicua del loro regno fosse stata il regno di un “Demone”: come effettivamente lo era stata, per non meno di duemila anni, e fino alla loro conquista della Sicilia.

Certo, la complessa operazione di cancellazione della memoria storica di un’intera regione non può non apparire incredibile, persino a chi non ignora che la storia (scritta per lo più dai vincitori) abbonda di falsificazioni, mistificazioni, omissioni, depistaggi e quindi anche di misteri. Ma ciò che è veramente incredibile è come tutta l’operazione compiuta dai Normanni sia potuta passare del tutto inosservata, attraverso la testa di ognuno dei maggiori studiosi di storia della Sicilia.

Sta di fatto che, ancora oggi, il mondo accademico ignora la vera origine del nome dei Nebrodi e del nome Val Demone, nonché la vera ragione per cui i Romani deportarono la popolazione di Agatirno, e i Musulmani rasero al suolo la stessa città, ed i Normanni la cancellarono anche dalla geografia (oltreché dalla storia), mutando infatti il nome geografico del promontorio che da almeno due millenni era chiamato capo Agatirno in quello di capo d’Orlando.

Nessun dubbio può sussistere sul fatto che la città di Agatirno fu rasa al suolo dai Musulmani, quasi alla fine della loro dominazione assoluta dei due terzi dell’Isola, costituiti dal Val di Mazara e dal Val di Noto, il territorio dei quali venne conquistato e colonizzato, senza troppe difficoltà.

Non così si può dire per il Val Demone: le cui popolazioni, a differenza di quelle degli altri due valli, opposero all’invasione dei Musulmani una forte e tenace resistenza, che durò fino a quasi un secolo e mezzo dopo il loro sbarco a Mazara: basti dire che nel periodo che va dal 913 al 962, e cioè per quasi cinquant’anni (!) i Musulmani, in più riprese, lanciarono la Jihad (guerra santa), proprio contro le città del Val Demone.

Secondo le prescrizioni dettate da Maometto e contenute nel Corano, la guerra santa era rivolta soprattutto contro i pagani: i quali, se non si convertivano all’1slam, dovevano essere sterminati, mentre Cristiani ed Ebrei vinti potevano conservare la loro religione pagando una tassa (gizya).

E dunque per i devoti di Dioniso (o di altra divinità pagana) caduti in mano dei Musulmani l’alternativa era: l’abiura o la morte. Si spiega così e solo così la lunghissima resistenza opposta dalle popolazioni del Val Demone ai Musulmani.

E’ fuori dubbio, dunque, che in Val Demone venne combattuta la più lunga e sanguinosa guerra di religione che sia stata combattuta in questo mondo. Ma non tra Cristiani e Musulmani, come ha ritenuto ingenuamente l’Amari, sia per avere ignorato la storia del culto dionisiaco in Val Demone, sia per non avere intuito che fino a tutto il X secolo dell’era cristiana l’alternativa per il mondo occidentale fu: “Dioniso o Cristo “, vale a dire l’alternativa intuita, nei primi secoli del Cristianesimo, dai Padri della Chiesa, ed evocata, tanti secoli dopo, da Friedrich Nietzsche.

In conclusione:

Se dipendesse da me e solo da me, farei incidere questo epitaffio, su una lapide da murare sulla facciata

principale del palazzo del Comune di Capo d’Orlando, anche come proprio biglietto da visita:

A PERENNE MEMORIA DI

AGATIRNO

FONDATA QUATTRO SECOLI E PIU’ PRIMA DI ROMA

CITTA’ SACRA A DIONISO

DONDE PRESERO IL NOME I MONTI NEBRODI

E IL VAL DEMONE

DAI ROMANI SPOPOLATA E CALUNNIATA

DAI MUSULMANI RASA AL SUOLO

DAI NORMANNI CANCELLATA DALLA STORIA

E DALLA GEOGRAFIA

LA CITTA’ DI CAPO D’ORLANDO

DALLE SUE CENERI RISORTA

A NUOVA VITA

POSE’QUESTA LAPIDE ADDI’…

Quanto sopra, anche a testimonianza che la Verità si può tenerla nascosta anche per venti o più secoli, ma non si può mai distruggerla.

Posta un commento o usa questo indirizzo per il trackback.

Commenti

  • Cecilia  Il 12 settembre 2012 alle 19:13

    Complimenti !!
    Il saggio è perfetto.
    Il puzzle rivela il disegno originario.
    Sono catanese, fervente devota al Dio, e mi occupo della Sicilia preclassica: raffinata, pacifica, prospera, egalitaria, tecnologicamente e spiritualmente avanzata… e, forse proprio per questo, “dimenticata” in non proprio buona fede dagli accademici di regime.
    Avrei un bel po’ di cose da aggiungere, ma facciamo la prossima volta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...